La Turchia dopo il voto: scenari e prospettive
- 26 Giugno 2018

La Turchia dopo il voto: scenari e prospettive

Scritto da Federico Lanza

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Il ruolo giocato dalla nuova legge elettorale

Per capire i risultati del voto di domenica 24 giugno è necessario, però, scendere più in profondità e analizzare sia i flussi elettorali – per quanto questo sia possibile, a meno di 48 ore dal voto – sia le dinamiche elettorali turche dopo l’approvazione a marzo della discussa legge elettorale. Quello di domenica è stato il primo voto congiunto in cui i cittadini hanno potuto votare, su due schede diverse, per il candidato presidenziale e per il rinnovo della Grande Assemblea Nazionale Turca che è passata, nel frattempo, da 550 a 600 seggi.

La legge elettorale approvata a marzo – il cui disegno di legge era stato avanzato da un gruppo di parlamentari dell’AKP – ammette la formazione di alleanze pre-elettorali per sottrarsi all’obbligo di ottenere almeno il 10% delle preferenze per superare la soglia di sbarramento ed ottenere una rappresentanza in parlamento.

Con la nuova legge elettorale, infatti, il voto espresso per il singolo partito viene contato a nome della coalizione stessa; una mossa, quella del parlamentare Mustafa Şentop – principale ideatore della riforma – mirata a consolidare il rapporto, nato dopo il colpo di stato, con il MHP (Partito del Movimento Nazionalista), assicurarsi il loro sostegno e, al tempo stesso, garantire all’alleato l’ingresso in parlamento. L’AKP ha co-optato il partito di Devlet Bahçeli, e questo l’ha ripagato con un risultato senza precedenti: il MHP ha ottenuto un incredibile 11,1% (49 seggi e uno dei risultati migliori di sempre) che ha permesso al partito di Recep Tayyip Erdoğan di mantenere inalterata la maggioranza in parlamento pur perdendo 6,9 punti percentuali rispetto alle elezioni parlamentari del novembre 2015. L’MHP ha confermato e in alcuni migliorato i risultati ottenuti a novembre 2015 nelle province del sud-est anatolico ai confini con la Siria: Osmaniye (31,7%), Kilis (20,4%), Kahramanmaraş (16,3%) ma anche Kayseri (21,5%) hanno preferito il MHP al pur altrettanto nazionalista İYİ Parti. Entrambi i partiti hanno fatto levata sulla questiona siriana, che sia a livello demografico che politico sta acquisendo sempre più importanza sulla scena politica turca: secondo i dati UNHCR diffusi ad inizio giugno, la Turchia ospita 3.579.254 rifugiati siriani regolari, ma una stima dei numeri reali è difficile da fare, considerando i numerosi rifugiati irregolari presenti nelle metropoli di İstanbul, Ankara e İzmir. L’ostilità verso la comunità siriana è in rapida crescita, e il MHP non si è fatto problemi ad utilizzare in campagna elettorale una retorica piuttosto belligerante nei confronti dei rifugiati siriani:

“Refugees have definitely turned into a national security problem. The issue of uncontrolled Syrians is a matter of survival for Turkey. Is there any guarantee that in the short, medium, or long-term all these people will not become pawns/tools of terrorist organisations or enemies of Turkey?”

Anche Meral Akşener non si è risparmiata su questo fronte: ha detto che, se eletta, avrebbe permesso a tutti i rifugiati siriani di “festeggiare l’Iftar del 2019 (la fine quotidiana del digiuno durante il mese di Ramadan, ndr) in Siria con i loro fratelli e sorelle.”

L’AKP si è attestato al 42,6% dei voti portando in Assemblea 295 parlamentari. La Cumhur İttifakı (Alleanza del Popolo) ha ottenuto il 53,7% dei voti, contro il 33,9% della Millet İttifakı (Alleanza della Nazione) formata dal CHP, dal filo-islamico Saadet Partisi (Partito della Felicità) – erede resiliente dell’Islam politico di Necmettin Erbakan – e dall’İYİ Parti (Partito Buono) fondato da Meral Akşener, fuoriuscita del MHP che mal digerì la decisione del suo ex partito di allinearsi con l’AKP e sostenere il referendum costituzionale.

Proprio il partito di Meral Akşener merita alcune considerazioni: innanzitutto, chiamarlo partito forse, alla luce dei risultati ottenuti, potrebbe essere un azzardo. L’İYİ Parti è stato un esperimento riuscito a metà, e rappresenta più una fazione che un partito tout-court: se non per l’alleanza con Erdoğan, non si notato nel programma elettorale dei due partiti – MHP e İYİ – delle discontinuità sostanziali. L’ İYİ Parti ha tentato, da subito, di presentarsi come una valida alternativa di centro-destra all’AKP e al MHP e, per le elezioni presidenziali, sembrava essere proprio Akşener la minaccia principale alla rielezione di Recep Tayyip Erdoğan. Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto. Sicuramente l’ İYİ Parti ha “rosicchiato” un po’ la base del MHP, ma il MHP è stato altrettanto bravo ad evitare un eccessivo drenaggio di parlamentari verso il dirimpettaio più moderato; inoltre, è riuscita ad erodere la base del CHP, i cui elettori – data la possibilità di un voto disgiunto – hanno scelto di votare per İnce alla presidenza e per l’İYİ Parti in parlamento. Ma la sua strategia, ossia intercettare i voti degli scontenti dell’AKP e di coloro che soffrono della sindrome del “one-man-rule”, non ha inciso più di tanto sull’economia del voto finale. Il suo partito, se non si fosse presentato in coalizione, avrebbe superato a fatica lo sbarramento del 10%, cosa che in realtà ha fatto, attestandosi al 10% spaccato e guadagnando una rappresentanza di 43 parlamentari.

La possibilità del voto disgiunto sembra essere anche una delle cause della dispersione del voto al Partito Repubblicano: nel 2015, il partito di ispirazione kemalista aveva conquistato il 24,95% dei voti. Questa volta si è fermato al 22,6%. Perchè? L’HDP ha potuto superare la soglia di sbarramento anche grazie ai voti dei social-democratici, che hanno votato per İnce alle presidenziali ma hanno deciso di sostenere il partito libertario filo-curdo alle parlamentari, con lo scopo di erodere il più possibile il numero di seggi a disposizione della coalizione AKP-MHP.
L’HDP si è confermato il primo partito nelle regioni intorno al Lago Van (ad eccezione della provincia di Bitlis) e lungo il confine iracheno, conquistando un notevole 11,7% dei voti e ritornando in parlamento con 67 parlamentari. L’exploit dei curdi è stato vanificato da quello del MHP, ma è comunque un buon segnale: l’opposizione politica in Turchia, forse per la prima volta nella storia, si è mossa non lungo linee e istanze puramente identitarie (laici, nazionalisti, curdi) ma è stata animata da rivendicazioni di maggiore pluralità politica, maggiore accesso agli spazi pubblici, una migliore allocazione delle risorse e un maggior liberismo politico e sociale.

Il candidato presidenziale dell’HDP, Selahattin Demirtaş, ha ottenuto 4.205.243 di voti, ossia l’8,4% delle preferenze totali. Un risultato abbastanza sorprendente, se consideriamo che Demirtaş è, da novembre 2016, nel carcere di massima sicurezza di Edirne accusato di propaganda terroristica. Rischia 142 anni di carcere. In una nota piuttosto grottesca pubblicata da Anadolu Ajansı, si faceva notare come “per la prima volta nella storia della democrazia, è stato permesso ad un candidato presidenziale di fare campagna elettorale da dietro le sbarre.”

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Scritto da
Federico Lanza

Nato nel 1994. Frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Afro-Asiatici presso l'Università di Pavia. La sua area di studi è la Turchia: si interessa di nazionalismo, etnicità, processi politici e studi strategici.

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