“Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli
- 12 Marzo 2020

“Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli

Recensione a: Niccolò Machiavelli, Tutte le opere secondo l’edizione di Mario Martelli (1971), introduzione di Michele Ciliberto, coordinamento di Pier Davide Accendere, Bompiani, Firenze-Milano 2018, pp. 3264, 75 euro (scheda libro).

Scritto da Gio Maria Tessarolo

5 minuti di lettura

«Historico, comico et tragico»: così Machiavelli si firma in una lettera dell’ottobre 1525 a Francesco Guicciardini, condensando in tre aggettivi la consapevolezza di tutta una vita. «Historico» certamente perché sta attendendo alla redazione delle Istorie Fiorentine, ma anche perché ha trascorso anni ad accrescere la sua «cognizione delle istorie», a scrutare il passato alla ricerca di princìpi che diano un senso ed una soluzione alla crisi che dal 1494 in poi travolge la penisola italiana. «Comico et tragico» perché autore di grandissime opere letterarie, ma anche perché ha affrontato con risolutezza ed ironia i marosi di un’esistenza tormentata, in cui la fortuna gli ha prima permesso di servire la sua patria di fronte a papi ed imperatori per poi condannarlo ad anni di isolamento, di tentativi falliti, di otium indesiderato.

È con questa varietà, con questa multiformità di esperienze e di piani che si deve confrontare l’interprete di Machiavelli, con la consapevolezza che qualsiasi tentativo di incapsulare o sintetizzare il pensiero e le posizioni di un uomo così profondamente immerso nel suo tempo è destinato a rimanere parziale. Questo è però, paradossalmente, proprio ciò che per secoli hanno fatto generazioni di lettori, rivolgendo la loro attenzione solo a singole porzioni della vasta produzione del Segretario fiorentino, in primis alle poche decine di pagine del Principe, libro scritto dal demonio o libro di satire, arido prontuario di scienza politica o grande opera di ispirazione nazionale. La storia della storiografia machiavelliana è diventata così un campo di battaglia che ha prodotto una stupefacente varietà di interpretazioni, di discussioni, di riletture, da un lato testimonianza della straordinaria vitalità di questa figura enigmatica e beffarda ma dall’altro spesso fortemente limitate da una conoscenza frammentaria della sua complessità.

È in tutt’altra direzione che si muove la riproposizione da parte di Bompiani dell’edizione critica di Mario Martelli, in un volume corredato da prefazioni storico-critiche a ciascuna sezione di testi e da una lunga introduzione in cui Michele Ciliberto propone una rilettura integrale della figura e del pensiero di Machiavelli.

Riportando l’attenzione sull’uomo, sul civis florentinus, Ciliberto si basa anzitutto su un’idea ben precisa di storia del pensiero, che alla ricostruzione dei concetti e delle posizioni antepone e affianca una comprensione della personalità e delle prospettive dell’autore in questione. Il punto di partenza dell’indagine diventa così l’individuazione nell’amore per la sua città del tratto caratteristico di tutto l’impegno politico, letterario e filosofico del Segretario fiorentino, alla luce del quale, accanto ai capolavori, giocano un ruolo chiave allo stesso tempo le opere teatrali e l’epistolario, l’Arte della guerra e la Vita di Castruccio Castracani. Quello che Ciliberto fornisce è così, come dice il titolo stesso, un ‘ritratto’: quello di un uomo che vede nella politica il centro della sua attività, che ne fa «un predicato essenziale della vita» (p.20), ma che è anche capace di intrecciarla, secondo un principio di «variazione» che sarà anche bruniano, con le altre sfere di un’esistenza che, come scrive a Francesco Vettori, deve essere varia «perché noi imitiamo la natura, che è varia». Si spiegano così le stupefacenti «variazioni» che caratterizzano le sue opere, capaci di rappresentare l’autore attraverso il filtro talvolta crudele dell’ironia, vera e propria «modalità di approccio alla realtà» (p.18), così come di argomentare in modo serrato e rigoroso.

Al centro della sua esperienza biografica e intellettuale si situa la sconfitta del 1512, vero e proprio spartiacque di tutta un’esistenza, che lo porta a confrontarsi con il fallimento: è dall’impotenza e dalla frustrazione che nascono i grandi capolavori, dalla profonda consapevolezza di un servitore della patria cui non è più permesso fare ciò che sente più proprio. L’opuscolo De Principatibus, innanzitutto: un’«idea pazza» (p.35), come ‘pazza’ deve essere la politica stessa nel suo tentativo di imporre ordine ad un mondo essenzialmente disordinato, caotico, incontrollabile. Se infatti la fortuna si oppone all’uomo in modo bizzoso ed imprevedibile, altrettanto estremi devono poter essere i metodi con cui si tenta di reagire: ne sono espressione tanto i Discorsi quanto la Mandragola: «Machiavelli pensa per ‘per contrari’, e la ‘pazzia’ è uno dei centri propulsori della sua riflessione» (p.36).

È quindi per un’esigenza profondamente etica, quella di servire la sua città a qualunque costo, che Machiavelli sarebbe disposto a lavorare tanto per la repubblica di Soderini quanto per i Medici. Ed è la stessa esigenza che, durante gli anni di forzato allontanamento dalla vita pubblica, lo porta a riflettere sulla politica con disincanto, a sottoporre ad un’analisi razionale l’arte ‘pazza’ di cui aveva fatto esperienza in prima persona: non con l’astrattezza di un puro ‘scienziato della politica’, dunque, ma con esiti che alla moderna scienza politica hanno indubbiamente aperto la strada.

Di conseguenza se, come Ciliberto nota, i temi della pazzia, della crisi e del rovesciamento degli ordini del mondo sono tratti che accomunano il Segretario fiorentino ai suoi contemporanei, da Alberti a Guicciardini a Bruno, radicalmente diverso è il ruolo che l’essere umano gioca nel cosmo: in Machiavelli il neoplatonismo, l’ermetismo, la magia non hanno un ruolo centrale, così come gli è del tutto estranea qualsiasi riflessione sulla dignitas homini. Anche la fortuna, la forza imprevedibile con cui il politico deve misurarsi, è «una potenza mondana» (p.23), da fronteggiare con gli strumenti altrettanto mondani dell’arte dell’uomo di Stato, capace di alternare prudenza e irruenza, di calibrare i tempi e i luoghi. Esempio paradigmatico ne è la religio, tema cruciale nei Discorsi che però, avverte Ciliberto, non va appiattito sul paradigma dell’instrumentum regni. Come dimostra infatti l’esempio fiorentino di Savonarola, essa va considerata innanzitutto dal punto di vista antropologico, nel suo potere di vincolo capace di suscitare passioni e forza vitale: questo è stato ciò che Numa è stato capace di fare a Roma, questo è mancato a Firenze e, più in generale, nell’Italia del cristianesimo e della Chiesa. È da qui che prende avvio l’ultima grande opera, le Istorie Fiorentine, lunga analisi di una crisi secolare, del trionfo dell’informe sulla forma, della «mirabile ugualità» produttrice di ozio sui «tumulti» che a Roma avevano prodotto libertà. Se i Discorsi sono, esplicitamente o implicitamente, dominati dal grande tema filosofico della Vita, «autentico architrave, diretto o riflesso, della concezione di Machiavelli» (p.73), le Istorie sono un drammatico affresco di cosa accade quando questa si esaurisce e si spegne. Da una parte troviamo così il grande interrogativo su come far durare la Vita di uno Stato insieme alle molteplici risposte desunte dalla «cognizione delle istorie», dall’altra l’esempio fallimentare di una storia che non ha messo in pratica nulla di tutto ciò: solo dove una sapiente opera politica si lega ad una profonda coscienza etica, ad una dedizione totale al bene comune simile a quella che Niccolò stesso nutriva per la sua patria, può la Vita dello Stato durare e prosperare. Così è stato a Roma, non a Firenze: il dramma di Machiavelli viene individuato da Ciliberto proprio nel confine tra sapere e potere, nella consapevolezza di ciò che bisognerebbe fare accompagnata dall’impossibilità di realizzarlo. Firenze è dunque punto di partenza e punto d’arrivo del percorso, centro propulsore dei problemi e delle domande che Machiavelli si pone e che, alla luce di un preciso itinerario intellettuale e biografico, permettono di spiegare il senso tanto del suo pensiero politico quanto della sua produzione ‘letteraria’.

Abbattendo artificiose separazioni fra opere d’arte e opere di pensiero, l’immagine che emerge è quella di un personaggio interessante proprio perché non pensa con le nostre categorie, perché non fa valere le distinzioni proprie della moderna ‘enciclopedia dei saperi’: scopriamo così un Machiavelli che fa filosofia nella Clizia tanto quanto nei Discorsi, che dà un senso artistico e civile ad ogni suo scritto proprio perché arte, politica e pensiero si stringono in un nesso indissolubile, tipico del Rinascimento e nascosto ai nostri occhi da secoli in cui questi ambiti del sapere hanno preso strade divergenti. Dimostrandosi in questo integralmente uomo del suo tempo, Machiavelli non è né il pensatore astratto che da una parte teorizza e dall’altra vive la vita, né l’artista che da una parte la rappresenta e dall’altra la mette in questione: ciò che bisogna saper cogliere per capire «lo sguardo, o il ghigno, dell’autore» (p.75) è, secondo Ciliberto, la «meditazione autobiografica che attraversa come un filo rosso tutta la sua opera» (p.74), è l’esperienza umana complessa e variopinta che lo porta a confrontarsi con la realtà di volta in volta in modo diverso. Al fondo, però, c’è sempre la stessa vita che si riflette, secondo il principio di «variazione» di cui si diceva, nel teatro come nella storia come nella teoria politica: per questo vale ancora la pena di pubblicare (e di leggere) tutto Machiavelli.

Scritto da
Gio Maria Tessarolo

Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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