“L’ultimo califfato” di Massimiliano Trentin
- 19 Luglio 2017

“L’ultimo califfato” di Massimiliano Trentin

Scritto da Francesco Salesio Schiavi

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Ideologia e incongruenze del Califfato

Quando il 4 luglio 2014 gli occhi del mondo erano puntati sulle prime immagini video del neocaliffo Abū Bakr al-Baghdādī che dalla moschea al-Nūrī di Mosul proclamava la rifondazione del califfato, a ogni spettatore una simile affermazione deve essere apparsa tanto curiosa quanto sconcertante. L’inatteso richiamo a un’istituzione del passato, per quanto stupefacente, rappresenta invece il compimento di un progetto duraturo che affonda le sue radici nelle prime decadi del XX secolo. Sin dal suo scioglimento voluto dal governo di Ankara nel 1924, infatti, la riedificazione del califfato è da allora stato il traguardo (tanto ambizioso quanto utopico) dei principali movimenti radicali sunniti dell’epoca. I pilastri di questa ideologia furono gli scritti di Rashīd Ridà, Hasan al-Banna e di Sayyid Qutb, una triade di pensatori e di attivisti che sostenevano la necessità di riunire tutti i credenti sotto la medesima bandiera dell’islam sunnita. Le tesi di Qutb, in particolare, “riattiveranno il principio del tafkir – l’accusa di miscredenza rivolta contro un musulmano che ne prevede la condanna a morte –, dando la stura ai numerosi gruppi jihadisti, che combatteranno […] aggredendo in primo luogo i musulmani non conformi alle loro posizioni”.

I sostenitori di tale prassi identificano le prime tre generazioni di musulmani, quelle poste sotto il comando dei “califfi ben guidati” (ovvero i primi quattro califfi che successero a Muhammad), come modelli esemplari di virtù religiosa, i “pii antenati” (salaf al-sālih) che hanno guidato la umma islamica durante la sua epoca d’oro. Esprimendo la loro volontà di dar corso a un’interpretazione autentica dei dati coranici (ijtihād) e della tradizione giuridica islamica (Sunna), essi rifiutano la libera interpretazione del testo sacro fornita dalla maggioranza dei pensatori islamici (“azzerando di fatto quattordici secoli di storia islamica”). Preferendo fare riferimento piuttosto a figure di scuola hanbalita (la più rigorista e per questo fortemente minoritaria) come Ibn Taymiyya (m. 1328) e alle tesi di Ibn Abd al-Wahhāb (m. 1792), essi rimasero però sempre ai margini della storia dottrinale e religiosa islamica.

In riferimento al califfato, però, è necessario precisare che esso sia il frutto di uno scontro politico per il potere avvenuto tra i compagni del Profeta dopo la sua dipartita piuttosto che un’istituzione voluta dalla dottrina islamica. Il Corano, infatti, non contiene alcun riferimento specifico a una forma di governo per i musulmani, così come lo stesso Muhammad non aveva fornito alcuna indicazione a riguardo prima della sua scomparsa. Proprio per questa mancanza di chiare disposizioni, la questione fu trattata solo marginalmente almeno fino al XI secolo, quando apparvero i primi scritti che indicavano le caratteristiche del califfo. Ritenuto “vicario del profeta” (quindi privo di “alcuna prerogativa di mediazione religiosa con Dio”), egli doveva appartenere alla tribù dei Quraysh (quella del Profeta) ed essere eletto da un’assemblea consultiva (shurā) e riconosciuto dall’intera comunità islamica. Tali principi furono però ampiamente osteggiati da Ibn Taymiyya, importante teologo hanbalita del XIII secolo e principale referente per gli jihadisti, soprattutto per quanto riguarda la prerogativa quraysita; in quanto letteralista, egli riteneva infatti che, per mancanza di alcuna indicazione nei Testi il comando della umma fosse, in linea di massima, attribuibile a qualunque fedele.

Di fronte a tali premesse, il ripristino del califfato nel 2014 rappresenta un’evidente prova delle contraddizioni dottrinali che permeano l’Organizzazione. Oltre a non esser stato riconosciuto dall’intera comunità islamica e in aperta opposizione a quanto sostenuto da Ibn Taymiyya, l’ascendenza qurayshita del futuro califfo divenne così pressante che il suo nome fu cambiato in Abū Bakr al-Baghdādī al-Husaynī al-Hāshīmi al-Qurashī. Come evidenziato da Barbara De Poli, “la dichiarazione del califfato da parte della leadership dell’IS sembra dunque iscriversi nella pseudo-esegesi consolidata dei jihadisti, costituita da uno strumentale bricolage di elementi arbitrariamente estrapolati dai Testi, al servizio di un progetto politico, che se pretende di richiamare alla purezza delle origini, di fatto non esita ad alternarne la sostanza, riscrivendo una verità a proprio uso e consumo”. Non stupisce, di conseguenza, che l’autoproclamazione a califfo di al-Baghdādī sia stata fortemente osteggiata da tutte le istituzioni ufficiali musulmane in tutto il mondo.

Da quanto esposto finora emerge il grande valore di quest’opera ed il contributo che essa offre al panorama editoriale nazionale. Presentandosi con un taglio divulgativo di alta qualità L’ultimo califfato non solo permette al lettore di ampliare notevolmente le proprie conoscenze e di entrare allo stesso tempo in contatto con una serie di dibattiti teorici ed accademici, ma introduce contemporaneamente quei nuovi elementi di complessità necessari ad affrontare determinate tematiche al di fuori del rischio di semplificazione e di stereotipizzazzione a cui si è costantemente esposti. Il testo rappresenta quindi un chiaro tentativo di rispondere ad una nuova tendenza editoriale, ormai ampiamente consolidata in Italia, incentrata soprattutto a riprodurre tutta una serie di impostazioni scritte con un evidente taglio sensazionalistico e spesso prive di solide basi di ricerca, assolutamente inadeguate nel loro tentativo di generalizzare e di rendere universale un fenomeno (come l’avvento dell’ISIS) che è invece necessario contestualizzare attraverso le sue precise coordinate di spazio e tempo. Con questa opera, l’intento degli autori diventa perciò quello di spiegare l’evidente complessità di un’organizzazione che è riuscita nella sua prima fase di sviluppo a egemonizzare il jihadismo radicale internazionale contemporaneo ricollocandolo all’interno di un progetto di creazione statuale e nazionale.

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Scritto da
Francesco Salesio Schiavi

Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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