“Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra” di Claudio Crapis e Giandomenico Crapis
- 23 Dicembre 2022

“Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra” di Claudio Crapis e Giandomenico Crapis

Recensione a: Claudio Crapis e Giandomenico Crapis, Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra, La nave di Teseo, Milano 2022, pp. 272, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Francesco Di Maio

9 minuti di lettura

Tra il 5 e il 12 ottobre 1963 «Rinascita», settimanale di politica culturale del PCI diretto da Palmiro Togliatti in persona, ospita un lungo intervento di un poco più che trentenne Umberto Eco. Le sue due parti, Per una indagine sulla situazione culturale e Modelli descrittivi e interpretazione storica, compongono un saggio non sufficientemente valorizzato dalla ricezione che, solita relegarlo in un dibattito sulla critica letteraria, non ne ha mai sottolineato il portato politico. Riscoprire quest’opera giovanile ed evidenziarne l’attualità è lo scopo della recente fatica comune dei due fratelli Crapis, Claudio e Giandomenico, Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra, con cinque articoli di Umberto Eco, edito da La nave di Teseo nel 2022, che amplia e aggiorna la prima edizione del 2016 Umberto Eco e il PCI. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimentico del 1963 edita dalla Imprimatur di Reggio Emilia.

Il libro si inserisce in un più ampio piano editoriale che sta portando La nave di Teseo a pubblicare e ristampare i testi del suo fondatore più noto e, progressivamente, alcuni lavori dedicati alla sua opera. Recenti sono infatti le antologie critiche Sulla televisione. Scritti 1956-2015, a cura di Gianfranco Marrone (2018), e Sull’arte. Scritti dal 1955 al 2016, realizzata da Vincenzo Trione (2022). L’anno scorso, in occorrenza del lustro dalla scomparsa di Eco, ha visto l’uscita di due opere di critica: l’edizione italiana a cura di Anna Maria Lorusso (2021) di The Philosophy of Umberto Eco, curata da Sara Beardsworth e Randall E. Auxier, della Library of Living Philosophers (2017) e la monografia Le avventure intellettuali di Umberto Eco di Stefano Traini (2021). In effetti, anche da questa breve rassegna, è chiaro come il lato politico di Eco non sia stato mai esplicitamente tematizzato e il volume dei Crapis sembra voler compiere un primo passo in questa direzione, con la distanza che gli studi postumi favorevolmente possono offrire.

La nuova edizione del testo presenta un nome certo più esile, epurato dal lungo sottotitolo, mettendo al contrario in evidenza l’ampliamento dell’Appendice (pp. 219-255) che riporta altri cinque articoli di Eco successivi a quello discusso (cap. 3). L’accento sembra quindi volersi spostare dal rapporto del filosofo italiano con il Partito all’attualità del saggio di quasi sessant’anni fa. Rammarico è che il lavoro di ricostruzione da parte degli autori non venga certo messo in rilievo dalle scelte editoriali della nuova casa editrice la quale, similmente ad altri editori italiani e internazionali, si ostina ancora a relegare l’apparato di note in fondo al volume (pp. 257-298), tra l’altro escludendolo dall’indicizzazione dei nomi (pp. 299-303).

Ma perché ritornare su un articolo dopo più di mezzo secolo? Come anticipato, la critica ha solitamente sottovalutato l’importanza del saggio «sui problemi della cultura di opposizione» (p. 13) in quanto lo considerava un ennesimo episodio del dibattito sulle avanguardie che in quel periodo si stava svolgendo nell’area culturale della sinistra. Eco, infatti, aveva da poco pubblicato Opera aperta (1962), testo di riferimento del Gruppo 63 – nonché il primo Diario minimo (1963) – in cui si proponevano nuovi strumenti di analisi per l’estetica delle avanguardie storiche e di alcune espressioni della cultura di massa (canzoni pop, televisione, sport, fumetti…) attraverso una ripresa secolarizzata della teoria della performatività del suo maestro Luigi Pareyson e di modelli della teoria dell’informazione e dei primi germi dello strutturalismo. Uno dei principali bersagli polemici di quel volume era l’estetica crociana ancora dominante in Italia, di cui Eco soffriva i limiti di considerare le opere come manifestazioni dello spirito e dover limitare il lavoro di critica alla selezione di parti valide solo secondo la dialettica dei contraddittori poesia vs. non poesia. Vi era inoltre una grande curiosità e interesse nei confronti delle nuove forme culturali che dalla fine degli anni Cinquanta stavano esplodendo oltralpe. Come segnalano gli autori del volume, «Eco la famosa “gita a Chiasso” […] l’aveva fatta da tempo» (p. 151). Egli, infatti, era all’epoca già collaboratore di Valentino Bompiani, tramite il quale era entrato in contatto con le novità editoriali della cultura filosofica e antropologica europea e americana, aveva lavorato alla nuova programmazione della RAI della seconda metà degli anni Cinquanta e, tramite lo studio di fonologia di Milano dei suoi amici Bruno Maderna e Luciano Berio, aveva conosciuto i fermenti dei protagonisti della musica sperimentale di quegli anni. L’anno dopo sarebbe stata la volta di Apocalittici e integrati (1964).

Cos’aveva scritto al PCI sulle sue stesse pagine culturali da far tanto rumore? Eco è chiaro: quelle «note» volevano «esprimere, dall’interno, una insoddisfazione circa il modo in cui l’intiero [sic] problema [dell’arte] è affrontato da una cultura d’opposizione» (p. 68). Con questo termine Eco fa riferimento all’origine del suo articolo, ovvero quello di Mario Spinella edito sempre su «Rinascita» nel 1 dicembre 1962, Sviluppo capitalismo e cultura d’opposizione, in cui, contro un determinismo di matrice lukácsiana della sovrastruttura nei confronti della struttura, si tentava di considerare una relazione complessa tra le due e, contro l’estetica neorealista ortodossa al Partito, bisognava mostrare interesse verso nuove espressioni contemporanee, quali Michelangelo Antonioni o Alberto Moravia, i quali mettevano al loro centro l’«atomizzazione sociale» sollevando una «“critica efficace della società del benessere e dei suoi miti”» (p. 40). Eco non è mai stato ufficialmente “marxista”, ma, da ex militante dell’Azione Cattolica che ha perso la fede in fase di stesura della tesi di laurea sul problema estetico di Tommaso d’Aquino, si è da subito messo in dialogo da sinistra col marxismo ufficiale. D’altronde ammette, a chiusura dell’articolo, come «[p]ersonalmente ho una naturale diffidenza per le concezioni del mondo, forse perché ho faticato a suo tempo a smantellarne una» (p. 106). Da qui il riferimento alla “cultura d’opposizione” con la quale si riferisce al «“fronte” di quegli intellettuali che pur inserendosi in un movimento di opposizione politica, traggono dalla sfera del pensiero marxista vari strumenti e suggestioni […] e li innestano sul tronco di altre eredità culturali». L’insoddisfazione che denunciava era, in continuità con Spinella, verso l’atteggiamento della linea generale del PCI nei confronti delle produzioni artistiche contemporanee, di cui poteva ancora vedere «quel tipo di razionalità elaborata dalla cultura europea postrinascimentale» (p. 71). Eco denunciava il PCI di porsi da «uomo borghese» (p. 74), la cui «forma di razionalità» assurgeva a «assoluto metastorico», «persuasione» questa che «collima[va] alla perfezione con le esigenze del colonialismo imperialistico» (p. 71). Questa postura portava al «rischio di bollare come irrazionale  qualsiasi forma che si allontani dalla propria ragione supposta universale» (p. 75), un «“vizio umanistico”», la cui «immagine dell’uomo» è «fornitaci dall’umanesimo rinascimentale», immagine «chiaramente classista, che implica un concetto di cultura come privilegio di classe». In conclusione, tutto ciò portava «al rifiuto di considerare la possibilità che, in diverso contesto sociale, i valori fruibili dall’uomo possano mutare e quindi vada acconciamente esaminata una nuova serie di tavole di valutazione» (p. 75). È chiaro come Eco fosse ancora in preda agli effetti di quei «tre shock» subiti durante il suo approccio allo strutturalismo, tutti e tre intorno al 1963: «La pensée sauvage di Lévi-Strauss, i saggi di Jakobson pubblicati da Minuit e i formalisti russi» (p. 27; cfr. anche p. 200), in cui si mostrava la possibilità di articolazione di strutture altre e l’emersione di nuove forme valoriali. Da qui, la possibilità di poter interessarsi, senza spocchia o supponenza, a quel fenomeno che andava tanto in voga: i dischi di Rita Pavone alle Feste dell’Unità (cfr. pp. 26, 56 e 164 e 278 nota 68): «Al polo opposto, ai Festivals dell’Unità, si suonano i dischi di Rita Pavone, compiendo in tal modo un gesto automatico di antropologia culturale: si riconosce l’esistenza di un altro universo di valori. Ma poiché la cultura umanistica ufficiale lo ha declassato come universo di disvalori, non ne viene tentata alcuna reale operazione di acquisizione. L’universo di disvalori viene così usato a titolo strumentale e narcotico. La persuasione segreta è che l’ideale per il proletariato rigenerato sia una lettura di poeti ermetici, ma a causa di alcune sfortunate circostanze ci si piega a trattarlo da coloniale sottosviluppato» (p. 78).

Si tratta, in breve, di correggere la vulgata lukácsiana della linearità del rapporto struttura-sovrastruttura, riprendendo semmai una posizione più prossima a quella di Ernst Bloch, da poco tradotto, tramite il quale Eco tenta un dialogo con le fila del Partito (cfr. pp. 58, 89-91, 177, 203-4). Il fine non è tanto una benedizione delle forme culturali in quanto tali, ma un’attenzione alle esigenze che ne stanno alla base, coglierle, per poter farle proprie.

Giandomenico Crapis, storico della televisione, ricostruisce pertanto puntualmente il dibattito in cui l’articolo di Eco si inserisce (cap. 2, pp. 28-66 e 260-71), a partire dalle coordinate storiche (il 1963 è un anno cruciale: è l’ultimo anno di Nikita Chruščëv alla guida dell’URSS, anno della morte di John Fitzgerald Kennedy e di papa Giovanni XXIII e del discorso a Bergamo di Togliatti ai cattolici, cfr. p. 25). Ripercorre inoltre le reazioni che il contributo ha suscitato (cap. 4, pp. 125-3 e 271-80), a partire dal dibattito alla Casa della Cultura di Milano e la risposta di Rossana Rossanda sulle stesse pagine di «Rinascita», riportato per intero nel volume (Per una cultura rivoluzionaria, pp. 107-24). La risposta di Rossanda, ortodossa in quell’articolo a quella togliattiana, è, come viene indicato (p. 42), in attrito con quanto la stessa diceva nel corso dello stesso 1963 contro la reprimenda di Chruščëv nei confronti degli artisti che si distaccavano dai dettami neorealisti del Partito. Si tratta quindi di un sintomo dell’esigenza generalizzata di ripensare il rapporto della cultura ufficiale di sinistra nei confronti delle nuove espressioni, che in Eco assumeva la forma più chiara ed esplicita.

Il volume si conclude con Un Eco semiotico in nuce di Claudio Crapis (pp. 174-216 e 280-98) che individua, nel saggio analizzato, già i germi della futura semiotica echiana, specificatamente quelli di semiotica della cultura. In particolare, si indica un’attenzione nei confronti della ricezione, che come noto, avrà l’esposizione sistematica nel Lector in fabula (1979), con dei paralleli con il retaggio gramsciano (v. La lezione di Gramsci, pp. 196-198). È importante vedere come l’attenzione nei confronti della genesi valoriale, che è tipica dello strutturalismo, permette anche di evitare una delle accuse che fin da subito sono state mosse alla semiotica, ovvero quelle di appiattire sullo stesso piano, ad esempio, la Recherche di Proust con la canzone da jukebox. La reazione di Pietro Citati è forse l’esempio più eclatante di questa critica, per lui Eco usa «strumenti “troppo nobili per oggetti vili”» (v. pp. 161 e 277-278 nota 58). Di qui l’attualità del saggio di Eco del 1963 da parte degli autori, che rivedono sia lo stesso distacco del secolo scorso della sinistra verso la cultura pop o, suo rovescio speculare, un uso strumentale della stessa.

Alcune considerazioni critiche finali. Il passaggio da un titolo che si focalizza sul Partito comunista italiano ad uno che vuole dedicarsi alla politica italiana della Sinistra in generale, senza limiti territoriali, lascia certo con la curiosità in riferimento dell’incursione di Louis Althusser nel dibattito scatenato dall’articolo. In un contributo in due puntate pubblicato sempre su «Rinascita» il 25 gennaio e il 1 febbraio 1964 (cfr. pp. 16; 18; 21; 142-143; 145 e 273-274 note 27-30) si denunciava come «pretendere – riassumeva Eco – di mettere insieme strutturalismo e marxismo è operazione reazionaria, trappola neocapitalista» (p. 16). Resta quindi l’interesse da parte di chi legge su quanto l’articolo di Eco abbia potuto influenzare l’effettiva Kehre di chi, da lì a due anni, avrebbe pubblicato Pour Marx e Lire Le capital, per divenire uno dei cavalieri dello strutturalismo e la sua maggiore incarnazione marxista.

È possibile rilevare un paio di limiti del libro. Da una parte è da sottolineare come ci sia da parte degli autori una posizione sostanzialmente elogiativa nei confronti di Eco, dovuta forse a una troppa prossimità verso di lui. Ammesso che Eco è stato una figura eccezionale nel panorama culturale italiano, mettere in risonanza la sua opera con quella dei suoi coetanei permetterebbe anche di produrre l’effetto di ridurre la sua strategia a quella di una voce solitaria. La seconda è quella relativa alla ricostruzione storiografica dello sviluppo del pensiero di Eco. Come noto, dopo le critiche mosse ne La struttura assente del 1968 ad alcuni dei massimi esponenti dello strutturalismo francese, su tutti Lévi-Strauss, Eco aveva la necessità di trovare una sua via alla semiotica, una nuova filiazione e una fondazione filosofica che, come noto, troverà in Charles Sanders Peirce a partire dal volume Il segno (1973). Resta quindi da valutare come un ritorno su un testo strutturalista del 1963 reagisca con la produzione successiva di Eco e, soprattutto, come sia possibile rileggerlo alla luce del post-strutturalismo.

Un’impressione: vi è infine l’unica nota dell’articolo di Eco (p. 95) in cui si tenta di disambiguare il concetto di struttura tra l’accezione marxiana (struttura-sovrastruttura) e il termine così come utilizzato in accezione linguistico-strutturalista. Alla luce dell’accento posto nell’ultimo capitolo sull’Eco “semiotico della cultura”, ci si potrebbe chiedere se il limite della soglia inferiore della semiotica tracciata nel Trattato, che indicava la dimensione binaria stimolo-risposta, portando quindi a un rifiuto della possibilità di una semiotica della natura (bio-, zoo-, fito-semiotica, ecc.), possa avere un suo analogo nella “struttura” (marxianamente intesa). In questo caso, la “cultura” si limiterebbe a denotare la “sovrastruttura”, reintroducendo surrettiziamente una determinazione lineare tra i due piani, che il saggio del 1963 voleva in qualche modo scardinare. In altri termini, la semiotica si riduce a mera attività descrittiva. La perplessità assume salienza nella misura in cui il capitolo di Claudio Crapis «evidenzia come “segnale linguistico della tensione all’impegno di “modificare” la realtà», rilevando «nell’articolo la ricorrenza dell’aggettivo “modificatorio”» (pp. 180 e 281 nota 8). Si consideri come, dopo che il decostruzionismo l’ha eletto a suo padre putativo, Eco abbia reagito tramite una strategia di chiusura contro le decodifiche aberranti, ribattendo i limiti dell’interpretazione (1990), per sfociare poi in posizioni realistiche, per quanto di un realismo negativo, da Kant e l’ornitorinco (1997) in poi (significativamente l’ultimo capitolo si estende non oltre il 1982 di Semiotica e filosofia del linguaggio).

Sarebbe da riscoprire pertanto questo primo strutturalismo, forse già post-strutturalismo, in un’epoca in cui qualsiasi movimento che voglia modificare il mondo e sognare una realtà nuova, con nuovi valori in rifiuto dei precedenti, si ritrova contro l’accusa di fascismo e di cancel culture. Forse che negli strumenti strutturalisti si possa ritrovare – per ritornare all’articolo di Mario Spinella da cui tutto ebbe inizio – gli strumenti per una nuova cultura d’opposizione? Oggi così come all’epoca, al di là del partito, qualsiasi esso sia.

Scritto da
Francesco Di Maio

Dottorando in Estetica in cotutela tra l’Università di Bologna e l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Attualmente sta svolgendo un periodo di ricerca a Berlino presso il Centre Marc Bloch. Ha curato l’edizione italiana di “Dark Deleuze” di Andrew Culp (Mimesis 2020). Il suo “Univocità e individuazione: Gilles Deleuze lettore di Giovanni Duns Scoto” è in corso di pubblicazione. A vario titolo è membro dei gruppi di ricerca Prospettive italiane, PreTesti, OfficinaMentis e Settima Lettera.

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