Umberto Eco, la necessità di essere inattuale

Umberto Eco

Secondo un adagio che circola più o meno informalmente nella discussione semiotica, la teoria di Umberto Eco mancherebbe di autonomia e peccherebbe di sincretismo, due limiti alimentati dal tentativo costante di inseguire le tendenze più discusse dalla comunità scientifica. I suoi scritti sarebbero stati dunque improntati inizialmente allo strutturalismo, successivamente al post-strutturalismo, poi alla filosofia analitica, sino a sfiorare le derive post-moderniste e assestarsi infine sugli studi cognitivi recuperando, attraverso Charles S. Peirce, quel realismo filosofico contro il quale si era in precedenza scagliato. In realtà questa critica trascura i numerosi studi sulle teorie del segno dall’antichità sino alle indagini più recenti, affrontati al di fuori delle riflessioni mainstream e con lo spirito dello storico delle idee. Per quanto riguarda la ricerca semiotica tout court vanno nondimeno riconosciuti i prestiti che Eco ha stabilito con le aree di studio più in auge, finendo per legare una parte delle proprie ricerche all’attualità e dunque a un tempo che per forza di cose è destinato a passare. È forse allora per sottrarsi a questa implacabile logica, imposta dalle mode e dalla loro provvisorietà, che nel suo testamento Umberto Eco ha esplicitamente chiesto che su di lui e la sua opera non venissero organizzati convegni per almeno dieci anni.

Ora, è difficile fare previsioni su come maturerà agli occhi della comunità scientifica l’opera echiana una volta trascorso questo lungo periodo che si preannuncia tumultuoso, sia da un punto di vista politico che economico, con inevitabili ricadute sul piano culturale e sull’attività accademica. Non è d’altra parte neppure scontato il futuro della stessa semiotica, di cui Umberto Eco è stato tra i padri nobili. Confinati nell’ambito della teoria della comunicazione e oramai ai margini del discorso filosofico, gli studi sul segno e la semiosi vivono da diversi anni una lenta crisi che minaccia di trasformare termini come “semiotica” e “semiologia” in etichette esoteriche per dare una parvenza di scientificità a indagini dal modesto valore intellettuale.

Una prima evidenza di questo declino è data dal profluvio di pubblicazioni specialistiche orientate ad indagare i più disparati oggetti di studio, dal calcio al turismo, passando per il discorso politico, la pubblicità, il cinema, l’architettura, il design, l’arte, la letteratura, il teatro, la musica, la danza, i media, i nuovi media, il fumetto. Si può certo obiettare che in realtà la semiotica ha prodotto sin dai suoi albori indagini sui più svariati campi, in molti casi anche con l’ambizione di superare le barriere che dividevano la cultura alta dalla cultura bassa o che tenevano separati ambiti disciplinari dal cui dialogo è stato poi possibile far emergere nuove possibilità di ricerca. In questa tarda fase della sua espansione la dispersione settoriale sembra tuttavia dipendere dal venir meno delle prerogative originarie che riuscivano a preservare un’area di riflessione per lo studio dei principi generali della semiosi.

Le ragioni di questo mutamento non sono tuttavia univoche e anzi sono date dalla combinazione di diversi fattori che caratterizzano la realtà italiana, come l’organizzazione accademica, che con le nuove riforme ha favorito la frammentazione disciplinare, e il sistema di reclutamento nella ricerca, che spinge i giovani studiosi ad accumulare un gran numero di pubblicazioni a detrimento della qualità. Non si può nondimeno trascurare che a loro volta queste due cause sono legate a una tendenza che trascende il contesto nazionale e riguarda più in generale le società industriali avanzate, nelle quali la realtà appare articolata in livelli e pratiche umane autonome le une dalle altre, ciascuna delle quali dotata di una propria grammatica. Si badi inoltre che tutto questo interagisce infine con la vocazione plurale della disciplina, dovuta alla sua stessa forma costitutiva. Come emerge soprattutto nella prospettiva echiana, l’oggetto di studio della semiotica non è infatti un dato fenomeno della cultura, ma è la cultura stessa, insieme alle sue condizioni di possibilità riconosciute alla luce della semiosi, ovvero il processo che permette di conferire un senso socialmente condiviso e formalmente verificabile a un dato segno, verbale o non verbale, semplice come la traccia di un animale o articolato e sincretico come un film.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Umberto Eco e la semiotica

Pagina 3: Conclusioni


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Ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in semiotica presso l'Università di Siena con una tesi in co-tutela presso l'Université Paris-Sorbonne, in cui attualmente insegna. Tra i suoi scritti figurano diversi saggi sulla semiotica di Umberto Eco, l'opera di Pier Paolo Paslini e il marxismo di Gramsci.

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