Umberto Eco, la necessità di essere inattuale
- 19 Febbraio 2017

Umberto Eco, la necessità di essere inattuale

Scritto da Paolo Desogus

7 minuti di lettura

Secondo un adagio che circola più o meno informalmente nella discussione semiotica, la teoria di Umberto Eco mancherebbe di autonomia e peccherebbe di sincretismo, due limiti alimentati dal tentativo costante di inseguire le tendenze più discusse dalla comunità scientifica. I suoi scritti sarebbero stati dunque improntati inizialmente allo strutturalismo, successivamente al post-strutturalismo, poi alla filosofia analitica, sino a sfiorare le derive post-moderniste e assestarsi infine sugli studi cognitivi recuperando, attraverso Charles S. Peirce, quel realismo filosofico contro il quale si era in precedenza scagliato. In realtà questa critica trascura i numerosi studi sulle teorie del segno dall’antichità sino alle indagini più recenti, affrontati al di fuori delle riflessioni mainstream e con lo spirito dello storico delle idee. Per quanto riguarda la ricerca semiotica tout court vanno nondimeno riconosciuti i prestiti che Eco ha stabilito con le aree di studio più in auge, finendo per legare una parte delle proprie ricerche all’attualità e dunque a un tempo che per forza di cose è destinato a passare. È forse allora per sottrarsi a questa implacabile logica, imposta dalle mode e dalla loro provvisorietà, che nel suo testamento Umberto Eco ha esplicitamente chiesto che su di lui e la sua opera non venissero organizzati convegni per almeno dieci anni.

Ora, è difficile fare previsioni su come maturerà agli occhi della comunità scientifica l’opera echiana una volta trascorso questo lungo periodo che si preannuncia tumultuoso, sia da un punto di vista politico che economico, con inevitabili ricadute sul piano culturale e sull’attività accademica. Non è d’altra parte neppure scontato il futuro della stessa semiotica, di cui Umberto Eco è stato tra i padri nobili. Confinati nell’ambito della teoria della comunicazione e oramai ai margini del discorso filosofico, gli studi sul segno e la semiosi vivono da diversi anni una lenta crisi che minaccia di trasformare termini come “semiotica” e “semiologia” in etichette esoteriche per dare una parvenza di scientificità a indagini dal modesto valore intellettuale.

Una prima evidenza di questo declino è data dal profluvio di pubblicazioni specialistiche orientate ad indagare i più disparati oggetti di studio, dal calcio al turismo, passando per il discorso politico, la pubblicità, il cinema, l’architettura, il design, l’arte, la letteratura, il teatro, la musica, la danza, i media, i nuovi media, il fumetto. Si può certo obiettare che in realtà la semiotica ha prodotto sin dai suoi albori indagini sui più svariati campi, in molti casi anche con l’ambizione di superare le barriere che dividevano la cultura alta dalla cultura bassa o che tenevano separati ambiti disciplinari dal cui dialogo è stato poi possibile far emergere nuove possibilità di ricerca. In questa tarda fase della sua espansione la dispersione settoriale sembra tuttavia dipendere dal venir meno delle prerogative originarie che riuscivano a preservare un’area di riflessione per lo studio dei principi generali della semiosi.

Le ragioni di questo mutamento non sono tuttavia univoche e anzi sono date dalla combinazione di diversi fattori che caratterizzano la realtà italiana, come l’organizzazione accademica, che con le nuove riforme ha favorito la frammentazione disciplinare, e il sistema di reclutamento nella ricerca, che spinge i giovani studiosi ad accumulare un gran numero di pubblicazioni a detrimento della qualità. Non si può nondimeno trascurare che a loro volta queste due cause sono legate a una tendenza che trascende il contesto nazionale e riguarda più in generale le società industriali avanzate, nelle quali la realtà appare articolata in livelli e pratiche umane autonome le une dalle altre, ciascuna delle quali dotata di una propria grammatica. Si badi inoltre che tutto questo interagisce infine con la vocazione plurale della disciplina, dovuta alla sua stessa forma costitutiva. Come emerge soprattutto nella prospettiva echiana, l’oggetto di studio della semiotica non è infatti un dato fenomeno della cultura, ma è la cultura stessa, insieme alle sue condizioni di possibilità riconosciute alla luce della semiosi, ovvero il processo che permette di conferire un senso socialmente condiviso e formalmente verificabile a un dato segno, verbale o non verbale, semplice come la traccia di un animale o articolato e sincretico come un film.

 

Umberto Eco e la semiotica

Negli anni Settanta, per gestire la tendenza alla dispersione specialistica, Umberto Eco ha proposto di distinguere la semiotica generale, che ha come principale oggetto la semiosi e – diremmo in termini greimasiani – i modi per cui il senso ha senso, dalle sue diramazioni settoriali, nelle quali l’analisi non necessita sempre di uno stretto rigore teorico. Questa separazione aveva oltretutto il vantaggio di generare un fecondo circolo virtuoso: nei casi in cui l’oggetto di analisi pone delle resistenze interpretative per la limitatezza degli strumenti settoriali, nascono inevitabilmente problemi di ordine teorico che sollecitano una revisione del metodo e dunque un avanzamento delle questioni inerenti alla semiotica generale.

Un esempio di questo movimento progressivo lo si osserva proprio nei saggi di Umberto Eco (ma ad esempio anche in quelli di Roland Barthes), suddivisi in testi teorici per gli specialisti e scritti più divulgativi, capaci tuttavia di notevole forza euristica, ma sopratutto in grado di funzionare da banco di prova per gli studi teorici. Allo stesso modo questa strategia può essere estesa persino ai romanzi, che per molti versi rappresentano un ulteriore momento in cui l’autore ha sperimentato attraverso la narrazione aspetti della semiosi non facilmente gestibili nel laboratorio semiotico.

Ora, se per molti anni questo circolo ha garantito la crescita disciplinare e il successo tra ricercatori e pubblico non specializzato, occorre interrogarsi se il suo movimento non abbia cominciato ad andare nella direzione opposta: se cioè le semiotiche settoriali non abbiano perso la loro funzione di frontiera gravida di nuove questioni semiotiche per trasformarsi nello spazio in cui il metodo trova – o talvolta impone – la conferma dei propri principi generando di conseguenza la propria maniera e dunque l’ossificazione del suo impiego.

Non è del resto un caso se in Italia gli studi pubblicati ogni anno, capaci ancora di porsi interrogativi teorici di ordine generale, si contano oramai sulle dita di una mano. Tra questi occorre poi distinguere le ricerche indirizzate a un’autentica innovazione o al consolidamento degli studi precedenti dalla semplice manualistica, che in nome della praticità è responsabile in non pochi casi di una riduzione della disciplina a pillole metodologiche sostanzialmente slegate dalla riflessione sulle condizioni generali di possibilità del senso.

Si consideri a questo proposito che questa deriva utilitaristica si salda con la regressione del metodo semiotico a tecnica apparentemente neutrale, che sclerotizza la comprensione del proprio oggetto di indagine limitando il suo spettro di significati a una determinata area di senso. Questa forma di falsa coscienza, riconoscibile soprattutto nelle determinazioni settoriali della disciplina, agisce sul principio di mediazione alla base della semiosi, che diviene in questo modo il momento in cui l’ideologia e le pratiche di dominio si articolano all’interno dei processi di comunicazione.

Si tratta naturalmente di una tendenza non generalizzabile: sebbene in forma limitata non mancano momenti di critica e di riconoscimento delle aporie derivanti dalla riduzione parascientifica del metodo in tecnica. E tuttavia questa forma di falsa coscienza trova evidenza nella trasformazione del mestiere del semiologo in specialista dei vari campi della significazione del tutto integrato nel sistema capitalistico composto da imprese di marketing, agenzie di ricerca di mercato e in generale aziende di comunicazione in cui il senso assume la forma di merce.

Anche all’interno dell’accademica il semiologo, inteso come umanista globale e studioso dei fenomeni della cultura, è stato da tempo surclassato dallo specialismo e dalla differenziazione delle pratiche culturali. In questo contesto la semiotica generale soccombe lasciando spazio a semiotiche locali prive di una fondazione filosofica, incapaci di riconoscere i comuni problemi inerenti ai processi semiosici e di demistificare le metafisiche implicite nelle loro rispettive metodologie.

Si tratta di una deriva paradossale, se si pensa al lavoro di Eco e alle preoccupazioni riposte nei suoi studi sulla semiotica: l’idea che il metodo debba essere sempre sottoposto a verifica è stato infatti l’assillo che ha guidato la sua ricerca sulla semiosi e sulla realtà culturale della sua epoca. Con questo stesso spirito Umberto Eco ha inoltre promosso un fecondo confronto teorico con altri ambiti di ricerca, nella convinzione che la semiotica non potesse svilupparsi per partenogenesi e che al contrario dovesse produttivamente mettere a punto i propri principi generali attraverso il confronto con gli studi della propria epoca.

 

Conclusioni

Come però è stato detto in apertura, stare nel proprio tempo attraverso lo studio dei fatti culturali e il dialogo teorico è stato considerato un modo di inseguire le tendenze del momento. In realtà sarebbe sufficiente citare i numerosi studi sulle teorie del segno risalenti all’antichità e ciclicamente ripresi in tutta la storia del pensiero occidentale per dimostrare che il lavoro echiano non può essere l’espressione di mode passeggere. Inoltre, se è vero che nel suo pensiero sono riconoscibili prestiti dallo strutturalismo, dal post-strutturalismo, dal pensiero postmoderno e persino dalla filosofia analitica, è altrettanto vero che da ciascuno di questi ambiti Umberto Eco ha tratto considerazioni del tutto originali. Agli strutturalisti ha ricordato l’importanza della diacronicità del significato e il valore metodologico e non ontologico della struttura che soggiace ai processi di significazione. Al post-strutturalismo ha opposto i limiti dell’interpretazione e ha messo in luce le aporie della decostruzione incontrollata. Contro il pensiero debole del postmodernismo ha rivisto il rapporto tra segno e realtà, smontando la vulgata nietszchiana secondo la quale non ci sarebbero fatti ma solo interpretazioni. Rispetto agli analitici ha infine mostrato la non neutralità degli strumenti di indagine sul linguaggio e il carattere politico dei sistemi linguistici.

È a questo proposito celebre quanto geniale la definizione echiana secondo la quale è segno tutto ciò che può essere usato per mentire. Essa può essere infatti letta sia come polemica contro quelle teorie referenziali che predicano il legame tra segno e realtà per mezzo del processo di veridizione, che come rivendicazione della centralità del principio di mediazione che soggiace a tutti i processi di significazione e che costituisce il luogo in cui si articola la falsa coscienza delle ideologie.

Da qui è allora possibile trarre una conclusione provvisoria. Se la semiotica è diventata una tecnica che ha perso la capacità di riflettere sulle condizioni di possibilità della semiosi e sulle ideologie che ne influenzano la dinamica nei processi culturali, è perché ha smesso di trarre tutte le conseguenze possibili dall’idea di segno come strumento della menzogna, ovvero come luogo della codifica nella quale intervengono modi e forme dell’ideologia. D’altra parte tra le trasformazioni avvenute nell’ambito degli studi semiotici vi è proprio la spoliticizzazione e la rinuncia a quell’impegno che negli anni Sessanta aveva invece sollecitato e alimentato il loro sviluppo. La scienza dei segni ha elaborato i propri principi generali anche attraverso il confronto con il marxismo, da cui in particolare Umberto Eco ha tratto l’idea che la disciplina debba svilupparsi come critica delle ideologie in grado di mettere in discussione i propri stessi principi. Non sappiamo come sarà la semiotica una volta trascorsi i dieci anni di silenzio richiesti da Umberto Eco nel suo testamento. L’auspicio è che questo lungo arco di tempo possa servire proprio alla verifica del metodo semiotico allo scopo di recuperare la sua inattualità – e dunque la forza demistificatrice – rispetto alla presente fase storico-culturale che ha irretito il suo potenziale euristico.

Scritto da
Paolo Desogus

Ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in semiotica presso l'Università di Siena con una tesi in co-tutela presso l'Université Paris-Sorbonne, in cui attualmente insegna. Tra i suoi scritti figurano diversi saggi sulla semiotica di Umberto Eco, l'opera di Pier Paolo Paslini e il marxismo di Gramsci.

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