Un sistema bloccato: il PCI nella storia della Repubblica. Intervista a Claudio Petruccioli
- 05 Febbraio 2021

Un sistema bloccato: il PCI nella storia della Repubblica. Intervista a Claudio Petruccioli

Scritto da Maya Adereth e Davide Ceccanti

13 minuti di lettura

Claudio Petruccioli è una figura che ha ricoperto un ruolo importante nella storia della sinistra italiana. Entrato nella segreteria nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana nel 1962, ne fu segretario nazionale dal 1966 al 1969. Giornalista professionista, nel 1975 fu nominato condirettore de «l’Unità» di cui fu anche direttore fra il 1981 e il 1982. Dal 1987 al 1994, ha fatto parte della segreteria prima del PCI, poi del PDS. Eletto deputato a Milano nel 1983 e nel 1992, è stato senatore e presidente della VIII Commissione (Lavori pubblici, trasporti e comunicazioni). Dal 2005 al 2009 è stato presidente del Consiglio di amministrazione della RAI. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i recentissimi: Comunisti a modo nostro. Storia di un partito lungo un secolo (con Emanuele Macaluso – edito da Marsilio) e Rendiconto. La sinistra italiana dal Pci a oggi, uscito per la prima volta nel 2001 e riedito da La Nave di Teseo. Pubblichiamo questa intervista realizzata nella primavera 2020, inedita in italiano, e uscita in inglese il 26 gennaio 2021 nell’ambito della pubblicazione “Market Economies, Market Societies: Interviews and Essays on the Decline of Social Democracy” a cura di Phenomenal World, con la collaborazione del Think tank Agenda per il capitolo dedicato all’Italia. Si tratta del secondo di tre contributi, a questo link l’intervista a Emanuele Macaluso e qui lintervista a Giuliano Amato, finalizzati all’approfondimento di alcuni nodi della storia della democrazia italiana.


Quando si è unito al Partito Comunista? Quali sono state le sue prime influenze ideologiche?

Claudio Petruccioli: Sono entrato nel Partito Comunista quando mi sono iscritto all’università, nel 1959. Non venivo da una famiglia di sinistra, ma si trattava comunque di una famiglia della classe operaia. Mio nonno infatti era un semplice lavoratore, mio padre un tecnico. Sono stato il primo della mia famiglia a frequentare l’università, ero un esponente della piccola borghesia nato in una tradizione di lavoro manuale ma attratto dal lavoro intellettuale. Inizialmente la mia tendenza verso il comunismo era soprattutto di tipo culturale. Se devo pensare a un giorno in particolare in cui ho maturato l’idea che sarei stato un comunista, probabilmente è stato quando avevo 15 anni. Ero in una biblioteca vicino casa, in Umbria, quando ho trovato un piccolo libro intitolato Lavoro salariato e capitale appoggiato sul tavolo. Erano una serie di lezioni che Marx aveva tenuto a un circolo di lavoratori a Londra. Lessi il libro in una sola volta e, appena concluso, mi sentii di aver compreso con esattezza e pienezza il funzionamento del mondo. Ebbi insomma la stessa sensazione di scoprire la verità che avevo avuto quando mi avevano spiegato per la prima volta da dove vengono i bambini.

Sono nato nel 1941, e sono cresciuto nell’immediato dopoguerra. Sono stati anni difficili, ma la mia famiglia era di condizioni modeste più che indigenti: non abbiamo mai sofferto davvero la fame. Quindi il mio spostamento a sinistra non è nato da condizioni materiali immediate. Mi sono unito ai comunisti e non ai socialisti perché in quel momento erano i socialisti a voler formare un governo con i democristiani. Non che fossi ostile alla religione, e su questo ho un aneddoto da raccontare. A 11 anni ho vissuto, se così si può dire, una sorta di crisi religiosa. Facevo il chierichetto e lessi per la prima volta l’elenco dei dogmi in italiano. Chiesi spiegazioni al prete sul concetto di dogma che non riuscivo ad accettare e questi, che non riusciva a soddisfarmi, mi mandò dal vescovo, che mi spiegò che l’essenza della fede consiste nell’accettare incondizionatamente qualcosa senza porsi quelle domande di causa-effetto che pertengono al processo scientifico. È stato allora che ho rotto con la religione, non tanto per ostilità, quanto per rifiuto nei confronti di questo “salto nel vuoto” che mi veniva richiesto. I democratici cristiani, quindi, non mi attraevano sia in quanto rappresentanti del potere sia in quanto imponevano rigidi limiti culturali. Ad esempio, consideravano il Mandragola di Machiavelli un testo teatrale che non poteva essere rappresentato. Tutto ciò mi rendeva allergico alla DC e alle forze che come il PSI volevano accordarcisi, quindi per me l’unica scelta possibile a sinistra era il partito comunista. Questa per me è stata la transizione dalla pre-politica alla politica, tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta.

All’università ho poi studiato filosofia. Mio padre, che avrebbe voluto fare l’ingegnere, voleva che io diventassi ingegnere. Discutemmo molto e alla fine trovammo un compromesso su architettura. Preparai quindi i documenti per architettura, ma quando ero già in fila per iscrivermi, mi dissi: “Vuoi davvero iniziare la tua vita da adulto con questo tipo di compromesso?” La risposta era naturale per me. Ho cancellato architettura dal formulario, sostituendola con filosofia.

 

Dopo il 1956, i partiti comunista e socialista iniziano a posizionarsi diversamente a livello internazionale. Quali erano i rapporti tra i due partiti tra il 1956 e il 1968? E all’interno del partito comunista, quali nuove tensioni stavano emergendo nel periodo precedente al 1968, in particolare per quanto riguarda il movimento sindacale e la CGIL?

Claudio Petruccioli: La decisione presa dal Partito Comunista Italiano nel 1956 fu la più drammatica e, secondo me, distruttiva nella storia del partito. Come ho detto, mi sono unito al partito dopo l’invasione dell’Ungheria e nel 1956 avevo partecipato a manifestazioni a sostegno dell’Ungheria. Ricordo di aver sentito le mitragliatrici alla radio. Ho creduto nella difesa e nel sostegno di una popolazione che ha combattuto per la sua libertà e indipendenza. Come ho fatto anche per l’Algeria, per il Vietnam e così via. Molto presto mi sono opposto alle azioni dell’URSS. Ma il partito ha assunto posizioni ambigue. Sto trascrivendo 50 ore di conversazioni con un mio vecchio amico, Emanuele Macaluso[1]. Macaluso insiste sul fatto che non avremmo potuto prendere una posizione diversa nel 1956 e sostiene che il partito ha cercato di fare ammenda nell’ottavo congresso, con lo sviluppo della via democratica italiana verso il socialismo. Penso che ci sia della verità in questo. Tutto ciò che fecero dopo l’ottavo congresso fu per cercare di rimettere insieme i pezzi di un vaso rotto. Sapevano che proprio sull’Ungheria, guardando l’unità della sinistra italiana, il vaso si era rotto. Con la successiva elezione di Kennedy negli USA, sembrava che le cose potessero cambiare in meglio.

La mia vera rottura con l’Unione Sovietica avvenne nel 1968 con l’invasione della Cecoslovacchia. Ero il Segretario della FGCI. In una situazione in cui il partito cecoslovacco e il suo leader hanno tentato di guidare un processo di cambiamento, l’Unione Sovietica è intervenuta di nuovo. Per me, questo ha segnato la fine della possibilità di un quadro sociale innovativo che potesse superare quello degli attuali sistemi capitalisti. E sfortunatamente, il cordone ombelicale tra il PCI e l’Unione Sovietica non era ancora tagliato. Anche Berlinguer non ha tagliato completamente il cavo e penso che il partito abbia pagato caro per questo. Il problema principale è che non si può sostenere, come fa Nicola Zingaretti, che l’Unione Sovietica abbia rafforzato la sinistra, grazie a un presunto spostamento dell’egemonia ideologica, nello stesso momento in cui si dice che è una buona cosa che sia caduta, proprio a causa del regime oppressivo che incarnava[2]. Io mi limiterei alla seconda considerazione.

 

Anche Mario Monti ha sostenuto una tesi per certi versi simile a quella che lei critica.

Claudio Petruccioli: Sì, anche Monti[3]. Ma Monti è un banchiere. Ho vissuto a Milano per trent’anni e ho conosciuto molti banchieri. Non ho mai incontrato un banchiere di sinistra. Ma supportavano tutti l’Unione Sovietica, perché rappresentava un contrappeso agli Stati Uniti. Uno dei miei vecchi libri, Rendiconto, è stato ripubblicato nel 2020. Ho riscritto l’ultimo capitolo e, mentre lo facevo, mi sono reso conto che la sinistra italiana, incredibilmente, non ha ancora fatto i conti con il crollo dell’Unione Sovietica. Se pensiamo che la fine dell’Unione Sovietica sia negativa per la sinistra, stiamo predeterminando ciò che la sinistra rappresenta nel mondo. Per me, la fine dell’esperimento sovietico è un passo positivo nell’avanzare di ciò che la sinistra può significare.

 

La tesi della collega Maya Adereth verte in parte su questo punto e riprende un pensiero conosciuto. L’argomento non è tanto che il sistema sovietico fosse positivo per la sinistra in sé e per sé, ma quanto che l’esistenza dell’Unione Sovietica poteva essere usata come leva dai governi europei nel contrattare con gli Stati Uniti. Quindi questo potere di contrattazione, assieme ovviamente alle più ampie condizioni economiche, ha permesso di giustificare la creazione e il mantenimento di un forte stato sociale che abbiamo fatto più fatica a mantenere una volta che l’Unione Sovietica è crollata. Al contesto economico mutato già dagli anni Settanta, si è sommato il cambiamento della variabile politica, sprofondando in un paradigma incentrato molto più del passato sul consolidamento di breve periodo delle finanze pubbliche.

Claudio Petruccioli: Questo è un argomento che mi interessa molto. Con la fine dell’Unione Sovietica è arrivata la fine di quello che Kissinger chiamava “ordine mondiale”. Ma trovo difficile pensarlo in termini di sistemi; dicendo, ad esempio, che la caduta dell’Unione Sovietica ha rafforzato il sistema capitalista. Dobbiamo invece pensare al potere e al modo in cui il potere si organizza. Lo sviluppo delle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) va di pari passo con l’ascesa del potere finanziario. E in questo contesto, dobbiamo chiederci se il controllo dell’accesso ai dati e alle informazioni non sia altrettanto importante per il controllo dei mezzi di produzione e di scambio. Sto pensando a The Great Convergence di Richard Baldwin, che racconta il secondo periodo della globalizzazione (il primo è il 1820-1910). La caduta dell’Unione Sovietica può essere intesa come conseguenza di questa globalizzazione. Marx vede il superamento del capitalismo da parte del socialismo come il risultato di una particolare direzione storica. Schumpeter parla di “distruzione creativa”. È importante che la distruzione venga prima della creazione. Devi avere delle pinze molto lunghe per provare a prendere questi blocchi ardenti di potere che altrimenti ti brucerebbero. Fare riferimento a un sistema mondiale non ha senso.

 

Parliamo del declino dei sindacati italiani tra il 1970 e il Congresso del PDS del 1997. Come evolve il rapporto tra partito e sindacato? E in secondo luogo, vorremmo raccogliere alcuni suoi pensieri sulle riforme chiave degli stessi anni, come il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e la fine della scala mobile. Come si poneva l’ala “migliorista” del partito in queste vicende?

Claudio Petruccioli: Macaluso è stato uno dei principali “miglioristi”. Questo gruppo però non è mai esistito in senso stretto, è un’invenzione ex-post. Comunque, il grosso problema nel rapporto tra PCI e sindacati, ma ancora più importante, tra sindacati e lavoratori, è la difficoltà sia del partito che dei sindacati di liberarsi dalle categorie con cui si sentivano a proprio agio. La realtà del lavoro stava cambiando, ma la lingua e la strategia dei sindacati e del partito comunista rimasero le stesse. Una cosa di cui non parliamo mai in Italia sono le enormi divisioni tra lavoratori del settore pubblico e privato. Abbiamo due sistemi pensionistici, due sistemi di sicurezza sociale. E se qualcuno parla di questo divario, ci troviamo ad affrontare un tumulto. La maggior parte dei lavoratori oggi, e a partire dagli anni Settanta, sono impiegati nei servizi. Eppure, il partito parla ancora della fabbrica. La globalizzazione ha significato decentralizzazione produttiva, la creazione di catene del valore che hanno diviso la vecchia fabbrica in territori distanti. Non è solo capitale, è la tecnologia che utilizza il capitale. In che modo la sinistra usa la tecnologia? Se il capitale può usarla, perché la sinistra si autodichiara obsoleta? Come ci ha insegnato Marx, dobbiamo lavorare dal generale al particolare.

Uno dei momenti critici nella relazione tra il partito, i sindacati e i lavoratori è stato già verso la metà degli anni Cinquanta, in coincidenza con gli investimenti del Piano Marshall. In particolare, vi fu la sconfitta della FIOM nelle elezioni della commissione interna della FIAT nel ‘55. La FIOM, che era il sindacato dei metalmeccanici della CGIL e che aveva la stragrande maggioranza dei voti, perse la maggioranza assoluta. Per sei anni non c’è stato più alcuno sciopero alla FIAT. Ricordo ancora l’eccitazione da giovane militante del partito quando, per la prima volta in sei anni, in occasione di uno sciopero proclamato dai metalmeccanici, il 20% dei lavoratori della FIAT di Mirafiori rimase fuori dai cancelli.

Le lotte tornarono negli anni Sessanta. A quel tempo c’erano stati progressi tecnici e alcuni cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e delle mansioni. Era il momento in cui la CISL, che era l’unione democratica cristiana dei colletti bianchi, proponeva una contrattazione a livello delle singole imprese, mentre il sindacato di sinistra marxista sosteneva la contrattazione nazionale. In questo momento la CISL era semplicemente più in sintonia con i cambiamenti nella forma e nella struttura del lavoro. Questo è stato il problema della CGIL negli anni Sessanta, fino al 1969. Gli scioperi in corso nel 1969-71 hanno lasciato il posto alla formazione di consigli a livello delle singole imprese. Questa è stata un’innovazione nella forma organizzativa di base del sindacato all’interno di un’azienda. Abbiamo anche iniziato a lottare per cose nuove, ad esempio l’assistenza sanitaria. Nel momento in cui siamo entrati più in sintonia con la natura mutevole del lavoro, è stato anche il momento in cui il nostro movimento, seppur brevemente, si è ripreso.

La fine degli anni Sessanta – primi anni Settanta era un periodo in cui la produzione era già decentralizzata, prima della creazione delle catene del valore globali. Quando Lyndon Johnson decise di non candidarsi per la rielezione e arrivò Nixon, segnò un enorme punto di svolta a livello globale. Con l’apertura alla Cina, la fine di Bretton Woods, il nuovo equilibrio di potere nell’ordine monetario globale e la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, la sinistra parlava solo di crisi capitalista. Ma la crisi del capitalismo che stiamo inseguendo verrà mai? Attualmente sto leggendo una biografia di Marx. Il povero Marx ha trascorso tutta la sua vita a inseguire il momento in cui il capitalismo sarebbe stato spazzato via. In un certo senso, questa è la storia degli anni Settanta. Stavamo inseguendo la caduta del capitalismo invece di guardare cosa c’era davvero. Le innovazioni nella prima fase del decentramento furono organizzative piuttosto che tecnologiche. A quel tempo vivevo in Lombardia. C’è stata una riorganizzazione delle fabbriche e un decentramento della produzione che ha accelerato l’introduzione della tecnologia. In quel momento il partito comunista e i sindacati cessarono di avere un rapporto con la realtà dei lavoratori. Lo vediamo con il referendum del 1985, sulla scala mobile, che abbiamo perso di 3 milioni di voti (18 milioni a 15 per il no). Da dove provenivano questi voti? Nella maggior parte del Paese, erano equamente distribuiti. Fu il Lombardo-Veneto, il cuore produttivo del Paese, a fare la differenza: Milano, Bergamo, Brescia e il Tri-Veneto. Il partito comunista non ha vinto perché non abbiamo capito i cambiamenti che stavano avvenendo. I leader sindacali, nonostante fossero persone rispettabili, erano preoccupati di preservare la loro posizione di classe burocratica. Dopo quel momento, ci fu solo la riflessione di Bruno Trentin, quasi un’azione disperata e privata. Se potete, leggete Trentin, dà l’idea di come un uomo intelligente, colto e serio veda morire le fonti dell’azione sindacale davanti ai suoi occhi.

Oggi il dramma è enorme: non esiste più un partito comunista ma spesso torniamo ai vecchi slogan e chiediamo le barricate. Siamo convinti che il capitalismo sia in crisi. Ma il problema è quello della distruzione creativa. Il capitale ha saputo ricostituirsi, noi no. C’è solo un sindacalista che vede le cose come sono, e questo è Bentivogli, che ha da poco lasciato la CISL. La CGIL è in gran parte formata da pensionati e il sindacato si occupa quasi esclusivamente di contrattare con il governo, piuttosto che immaginare qualcosa di nuovo. Avete esaminato l’ultima proposta pensionistica delle Tre Confederazioni? Una tragedia. Sono un pessimista totale. Ma spero di sbagliarmi.

 

Macaluso è più ottimista?

Claudio Petruccioli: Macaluso non è ottimista, Macaluso è interessato, giustamente, a difendere la storia del Partito Comunista Italiano. Lo capisco, perché è anche la sua storia.

 

Facendo un piccolo salto, in che modo l’esperienza del 1968 in Italia è stata diversa da Francia e Stati Uniti?

Claudio Petruccioli: In Italia, abbiamo avuto una stretta relazione tra lotte studentesche e operaie. Il 1968 italiano si presenta in una condizione di compressione politica. Ha avuto luogo quando il centro-sinistra ha fallito nella sua politica riformista. I movimenti di opposizione di studenti e lavoratori si sostenevano a vicenda ma non riuscivano a trovare un chiaro sbocco politico. In Francia vediamo le conseguenze della riforma costituzionale di De Gaulle, aprendosi nel tempo alla prospettiva del ricambio al governo. In Germania, la sostituzione viene preparata politicamente attraverso la Große Koalition, con Brandt che diventa Cancelliere. In Italia, tuttavia, il sistema bloccato si è conservato, fino al tentativo a metà degli anni Settanta della solidarietà nazionale dopo l’avanzata del PCI, che era convinto di essere indispensabile per risolvere la crisi. Quel tentativo si è concluso tragicamente, come sappiamo.

 

Ripartiamo allora dal compromesso storico e da come, lei sostiene, il PCI non fosse stato in grado di adattarsi a un processo produttivo in evoluzione. Dopo il colpo di stato cileno del 1973, e con lo sviluppo dell’Eurocomunismo, vediamo però degli sforzi notevoli.

Claudio Petruccioli: L’Eurocomunismo è stato sicuramente uno sviluppo positivo. Ma politicamente, il PCI si legò sempre alla Rivoluzione d’Ottobre, e a questo tipo di pensiero teleologico: che la rivoluzione spezzò, secondo le parole di Lenin, “l’anello debole nella catena”, a cui seguì la vittoria sovietica contro i fascisti, la rivoluzione cinese e la serie di rivoluzioni postcoloniali e, infine, i movimenti dei lavoratori che avrebbero completato il progetto storico socialista. L’Eurocomunismo era situato in questa visione a lungo termine, la visione della via italiana e democratica al socialismo nata con Togliatti. “Possiamo fare, dato quello che abbiamo dietro di noi, ciò che gli altri non erano in grado di fare”.

L’aspetto positivo dell’Eurocomunismo stava soprattutto nel suo rapporto con la socialdemocrazia, si cercava finalmente di fare fronte comune con la sinistra democratica al governo in diversi Paesi europei. Ma c’erano anche due elementi negativi: uno è che nell’analisi di Berlinguer si è concepito la crisi degli anni Settanta, incluso il colpo di stato cileno, come il primo passo nel crollo del capitalismo. Questo, ovviamente, era sbagliato. L’altro aspetto è che Brežnev installò i missili in Europa mentre noi adottavamo l’Eurocomunismo, il che ricordò alla sinistra occidentale la realtà della guerra fredda: fu Helmut Schmidt, allora era cancelliere tedesco e leader della SPD, a invocare la risposta statunitense. In realtà, quindi, il problema era nel nostro rapporto con i socialisti: se erano d’accordo con noi, erano inutili. Se non erano d’accordo, erano loro il nemico. Fra il 1968 e il 1973, avremmo potuto formare un’alleanza con i socialisti. Questo, purtroppo, non è avvenuto. Dopo il 1975 e l’avanzata comunista alle amministrative e regionali, De Martino, leader del PSI, chiese il coinvolgimento del PCI al governo, dando carburante al tentativo di Moro e Berlinguer che però intendeva bypassarlo. Insomma, l’avvicinamento del PCI al governo passava sui socialisti senza guardare a una vera convergenza.

 

Tra ‘89 e ‘91 (dalla cosiddetta “svolta” fino alla fine del Partito Socialista), ci furono alcuni tentativi di collaborazione tra le due parti. E poi c’è stato il cambio del nome, che, secondo il disegno originale, voleva assicurare la sopravvivenza di un partito di sinistra in Italia. Vorremmo conoscere la sua opinione su cosa ha funzionato, cosa non ha funzionato, e cosa si sarebbe potuto fare diversamente.

Claudio Petruccioli: La svolta non riguardò solo la modifica del nome, e non fu causata, ma semmai accelerata, dalla caduta del muro di Berlino. L’abbiamo pensata e avviata al fine di consentire la concorrenza elettorale, ossia la possibilità di sbloccare un sistema bloccato. La svolta ha comportato un processo di unificazione che avrebbe permesso alla sinistra italiana di competere per il governo. Miravamo poi a creare infrastrutture istituzionali ed elettorali che avrebbero posto più potere nelle mani degli elettori. Ecco perché, come autori della svolta, abbiamo promosso i referendum. Eravamo convinti che la situazione del sistema politico e della Repubblica italiana non ci permettesse più di andare avanti come si era sempre fatto. Nel 1987, mentre Craxi era Presidente del Consiglio, i democratici cristiani chiedevano le elezioni. Craxi non era d’accordo. Alla fine, hanno fatto fuori Craxi proponendo un governo Fanfani. Al fine di evitare le elezioni, Craxi ha dato il suo sostegno alla DC. Di fronte alla dichiarazione di voto di Craxi, i democratici cristiani hanno deciso di astenersi dal voto sul proprio governo monocromatico. È così che è finita la legislatura, qualcosa di inaudito! Con il partito di maggioranza relativa che si astiene dal voto su un governo composto solo dai sui rappresentanti, mentre Craxi vota a favore del governo che era stato istituito per mandarlo via. Questo era il livello di assurdità che avevamo raggiunto. Ecco perché abbiamo progettato la svolta. Una volta caduto il muro, abbiamo accelerato il processo, ma avevamo già deciso di unirci all’Internazionale socialista. Lo sforzo di unificare la sinistra italiana divenne un’operazione di salvataggio del Partito Comunista Italiano.

Quindi, cosa è mancato in tutto questo? Tutta la sostanza della svolta. In breve, la creazione positiva e in tempi rapidi di un vero progetto politico comune. Abbiamo fallito a causa delle nostre debolezze, dell’ottusità della DC e della sordità socialista. Si pensava che la caduta del muro fosse rilevante per i comunisti, ma fu fondamentale per il futuro dell’intero Paese. Che cosa è successo dopo? Nel 1992, quando avremmo potuto dare seguito alla svolta riunendo la sinistra, scoppiò Tangentopoli e ci ritrovammo senza interlocutori. Il Partito Socialista era scomparso, e lo stesso per i Democratici Cristiani che avevano cambiato il loro nome. Quel che è seguito è stata una rincorsa degli eventi, un gioco di reazione che ha portato a molte delle debolezze dell’attuale sistema politico: cultura politica, partiti, sindacati, regole del gioco. Quello che è stato, è stato. La rotta, tuttavia, si può ancora correggere.


[1] Si tratta del lavoro che hanno fatto nel corso del 2020 per la stesura di Comunisti a modo nostro. Storia di un partito lungo un secolo, (Marsilio 2021).

[2] Petruccioli si riferisce alla frase contenuta nel libro di Nicola Zingaretti Piazza Grande (Feltrinelli 2019): «Se non ci fosse stata l’Unione Sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».

[3] Annalisa Cangemi, Monti rinnega l’austerity e bacchetta la sinistra: “Perché non propone una patrimoniale?”, Fanpage.it, 18 ottobre 2019

Scritto da
Maya Adereth e Davide Ceccanti

Maya Adereth: Dottoranda in sociologia alla London School of Economics e associate editor di Phenomenal World. Ha conseguito la laurea in filosofia e matematica presso l’Hunter College di New York e un master in politica comparata presso la stessa London School of Economics. Davide Ceccanti: Research manager a VVA Economics & Policy, dove svolge attività di attività di consulenza per le istituzioni UE, e membro del Consiglio Direttivo del Think tank Agenda. Dopo la laurea in scienze politiche all’Università di Bologna, ha ottenuto un doppio master in economia politica internazionale presso la London School of Economics e Sciences Po Parigi.

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