“Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty
- 23 Dicembre 2022

“Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty

Recensione a: Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, La nave di Teseo, Milano 2021, pp. 400, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Francesca Subioli

14 minuti di lettura

«Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: questo è mio, e trovò persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassini, quante miserie ed orrori avrebbe risparmiato al ge­nere umano colui che, strappando i paletti o colmando il fos­sato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare quest’impostore; siete perduti, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno»[1].

 

Con Una breve storia dell’uguaglianza (edito da Seuil 2021 e nella versione italiana da La nave di Teseo), «libro ottimista e libro di mobilitazione collettiva[2]», l’economista francese Thomas Piketty riassume e aggiorna quanto già pubblicato in tre precedenti opere sulla storia delle disuguaglianze[3], con l’esplicito intento di rendere il contenuto più accessibile a un pubblico non esperto. Il lavoro nasce dagli studi condotti su redditi e patrimoni insieme ad Anthony Atkinson, Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nei primi anni Duemila, e attinge alla letteratura mondiale che ha studiato la storia del capitalismo, degli imperi coloniali, della schiavitù e della distribuzione della ricchezza tra classi sociali. Il titolo del saggio aiuta a definirne i caratteri salienti. È “breve” perché tenta di fornire una panoramica della storia dell’uguaglianza negli ultimi due secoli nello spazio di un volume di poco più di 350 pagine. È “storia” perché, pur essendo un libro di scienze sociali, adotta un rigoroso metodo storiografico. La prospettiva è tucididea: l’autore è mosso dalla convinzione che dal passato, analizzato con metodo e rigore, si possano trarre importanti insegnamenti per il presente. È “dell’uguaglianza”, e non della disuguaglianza, perché sostiene che esista, almeno dalla fine del Settecento e al netto di fasi involutive e derive identitarie, un processo storico mondiale a lungo termine orientato verso una maggiore uguaglianza economica, politica e sociale. Lo scopo è portare alla luce questo processo e aiutare a comprenderne le caratteristiche per provare a rimetterlo in moto.

L’intento divulgativo del libro, come tutta l’opera scientifica dell’autore, ben si sposa con la sua visione della storia dell’uguaglianza: quella che Piketty chiama la “marcia verso l’uguaglianza” è descritta come un’esperienza di lotta storicamente collocata nel tempo, che richiede di essere studiata e compresa per essere portata avanti. L’autore sostiene che le trasformazioni dei rapporti di potere richiedono che i cittadini delle democrazie moderne si riapproprino delle questioni economiche, che li riguardano da vicino e che non possono essere lasciate agli addetti ai lavori. Per questo, lungo tutta la narrazione, Piketty propone modi di misurare, spiegare e valutare le vicende economiche per renderle accessibili ai cittadini. La natura stessa degli indicatori adottati dovrebbe essere oggetto di confronto democratico; l’approccio, secondo Piketty – e non solo[4] – deve essere multidimensionale, con lo scopo di misurare il miglioramento nell’accesso a beni concreti come l’istruzione, la salute, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’alloggio, i trasporti, la cultura. La prospettiva dell’autore è spiccatamente multidisciplinare e globale: non solo storia, non solo economia, ma anche sociologia, diritto, antropologia, scienza politica. Il superamento dei confini, disciplinari e geografici, è centrale nell’impianto del libro; pur rimanendo, a parere di chi scrive, un libro scritto da un occidentale (francese) per lettori occidentali, l’autore attinge abbondantemente a fonti storiografiche e opere di studiosi di tutto il mondo, nell’encomiabile sforzo di uscire da una prospettiva eurocentrica e restituire una storia che sia realmente mondiale della distribuzione della ricchezza e del potere economico. Oltrepassare i confini nazionali per Piketty è d’obbligo: non può esistere una soluzione locale o nazionale alle disuguaglianze e alle ingiustizie, perché è su scala mondiale che esse si generano e si riproducono. Comprendere questo è il punto di partenza per ricercare soluzioni a livello planetario, l’unico realmente efficace.

La marcia verso l’uguaglianza è raccontata con dovizia di dati, citazioni di fonti autorevoli da tutto il mondo, e ricchezza di interpretazioni provenienti da diversi filoni storiografici. Vengono ripercorsi i progressi storici realizzati a partire dal 1820 in termini di istruzione e salute, che hanno reso quelli che prima erano privilegi di classe una risorsa per la maggioranza della popolazione. Il fil rouge che aiuta a leggere gli eventi raccontati è il concetto di proprietà e le sue trasformazioni: Piketty sostiene che la marcia verso l’uguaglianza abbia assunto negli ultimi due secoli la forma di un riequilibrio profondo del diritto, ancora parziale ma comunque significativo, dai proprietari ai non proprietari. Tutto il capitolo secondo, infatti, è dedicato al racconto della progressiva deconcentrazione della proprietà – e quindi del potere – e alla proprietà stessa viene dato un rilievo centrale nella lettura della storia economica del mondo. Essa dipende sia dal modo in cui una società definisce le forme di possesso legittime di cose e persone, sia dalle pratiche e procedure legali che la strutturano e la regolano: il diritto, e il modo in cui viene esercitato, hanno un ruolo fondamentale nel dare forma alla proprietà in quanto “codificano il capitale”, secondo l’espressione della giurista Katharina Pistor[5]. Per aiutare a comprendere quanto la proprietà sia un concetto storicamente e geograficamente definito, Piketty invita a riflettere sul fatto che molte società del passato, anche recente, hanno considerato legittima la proprietà di altri esseri umani, e l’hanno riconosciuta e protetta come diritto persino dopo l’abolizione della schiavitù tramite il meccanismo degli indennizzi ai proprietari “espropriati”. Focalizzandosi sulla Francia, ma riportando dati anche per altri Paesi, l’autore dimostra che tra il 1780 e il 2020 c’è stato un notevole processo di deconcentrazione della proprietà, che però rimane ancora oggi distribuita in modo molto diseguale, in proporzione molto maggiore rispetto ai redditi. Il processo di deconcentrazione, favorito dalle due guerre mondiali e dalle crisi economiche, è dipeso soprattutto da nuove politiche sociali e fiscali messe in opera dalla fine del XIX secolo e nel corso del XX secolo: in particolare, la rapida crescita dello Stato sociale e lo sviluppo di un’imposta fortemente progressiva sugli alti redditi e patrimoni hanno dato vita a una forte riduzione delle disuguaglianze dei redditi e della proprietà nel mondo occidentale tra il 1914 e il 1980, fenomeno cui Piketty dà il nome di “grande redistribuzione”. Non si è trattato di un processo spontaneo, ma della realizzazione di una precisa volontà politica favorita dalle mobilitazioni del movimento socialista e sindacale. La riflessione sul concetto stesso di proprietà e sulla sua legittimazione può aprire uno spazio di discussione forse soprattutto per le generazioni nate nell’epoca del cosiddetto “capitalismo contro capitalismo”[6], disabituate a pensare che l’attuale organizzazione dei diritti di proprietà non sia l’unica possibile né necessariamente la migliore.

Il libro dedica un’attenzione particolare, in termini di rilievo e di spazio, al colonialismo, periodo in cui l’istituzione e la difesa giuridica del diritto di proprietà sugli schiavi ha prodotto livelli di disuguaglianza paragonabili a quelli del mondo antico. I capitoli 3 e 4 sono infatti interamente dedicati all’eredità schiavista e coloniale delle società occidentali moderne e al problema delle riparazioni. L’intento è spiegare con i fatti del passato quanto il mondo in cui oggi viviamo sia figlio dei rapporti di forza, economici e politici, instaurati in età coloniale e perpetuati di generazione in generazione, che hanno permesso al mondo occidentale di acquisire o mantenere una posizione dominante nei confronti del resto del mondo. Dall’analisi emerge che a fare la differenza tra l’Europa e le potenze orientali – in particolare India e Cina – nei secoli XVIII e XIX sia stato l’uso smodato e spregiudicato della forza militare, disponibile a livelli sconosciuti al resto del mondo grazie alle passate rivalità tra gli Stati europei. Il giudizio di Piketty è severissimo: invita a riconoscere il comportamento predatorio dei Paesi occidentali – le prime compagnie commerciali sono descritte come imprese di brigantaggio militarizzato transnazionale, gli Stati Uniti degli inizi come una repubblica schiavista – e prendere atto che «lo sviluppo del capitalismo occidentale e mondiale ha avuto i suoi fondamenti nella divisione internazionale del lavoro e nello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e umane del pianeta[7]». Una tesi già sostenuta in passato da altri autori – basti qui ricordare Fernand Braudel, Immanuel Wallerstein e Kenneth Pomeranz – ma ribadirlo con dati e autorevoli fonti storiografiche da tutto il mondo contribuisce senz’altro al dibattito. Traspare dal tono dell’autore quanto il tema delle riparazioni sia una ferita aperta e sanguinante per la Francia, una questione irrisolta, un passato con cui non si sono mai fatti realmente i conti. Piketty è fermo nell’affermare che, sebbene la generazione di oggi non sia certo responsabile di questa pesante eredità, essa lo sia nel modo in cui sceglie o meno di tenerne conto nella sua analisi del sistema economico mondiale, delle sue ingiustizie e dei cambiamenti necessari. Tra i tanti casi analizzati da Piketty nel capitolo quarto dedicato alle riparazioni[8], rimane impresso quello di Haiti: primo Paese a dichiarare l’abolizione della schiavitù in epoca moderna (nel 1794) per evitare il controllo militare, Haiti ha dovuto indennizzare i proprietari di schiavi per un ammontare di 150 milioni di franchi-oro. Il tributo è stato estinto nei primi anni Cinquanta del Novecento, con grave sacrificio dello sviluppo economico e politico dell’isola. A dicembre 2020, Papa Francesco ha affermato, davanti ai giudici di America Latina e Africa impegnati per i diritti sociali, che fare giustizia non significa dare qualcosa di proprio, né qualcosa di terzi, ma restituire. Per fare giustizia nel caso di Haiti forse non basterebbero riparazioni e indennizzi, ma al momento non sono previsti neanche questi.

Poiché le accumulazioni di ricchezza dell’Occidente prima, del Giappone e della Cina poi, sono dovute al sistema economico mondiale, è su scala mondiale che va affrontata la questione della giustizia sociale: a ciascun cittadino del pianeta va garantito, quale sia stato il suo passato e il passato del suo Paese, il diritto alla salute, all’istruzione, alla crescita. Che la prosperità dei “ricchi” non esisterebbe senza i “poveri” è vero tanto su scala globale, tra Paesi, quanto su scala nazionale; come sosteneva già Rousseau nel 1755 nei suoi Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, tutte le ricchezze sono, in origine, collettive, e diventano individuali solo quando un sistema di regole ne consente l’appropriazione dando origine alla disuguaglianza. Nihil sub sole novum: ritroviamo oggi meccanismi colonialisti nell’Italia moderna secondo l’analisi del sociologo Luca Ricolfi, che parla di una “società signorile di massa” retta da tre pilastri[9]: la ricchezza accumulata dai padri, la distruzione di scuola e università, e un’infrastruttura sociale di tipo para-schiavistico in cui un parte della popolazione residente, perlopiù composta di stranieri, si colloca in ruoli servili o di ipersfruttamento, aggravata dall’impossibilità di esercitare il diritto di voto, proprio come gli schiavi del passato. I ruoli cui Ricolfi si riferisce nel descrivere l’infrastruttura para-schiavistica sono i lavori stagionali, soprattutto in ambito agricolo, la prostituzione, il lavoro di “colf” e “badanti”, i lavori in nero usuranti con mansioni pesanti, gli strati più “bassi” della piramide della droga, gli impieghi della gig economy come il food delivery.

Tre sono le conclusioni dell’analisi storiografica di Piketty: la prima è che la disuguaglianza è una costruzione sociale, storica e politica, risultato del tipo di organizzazione della proprietà e dei confini che si scelgono, del sistema politico e sociale, del sistema fiscale e scolastico. Riconoscere la natura derivata della disuguaglianza consente di vedere lo spazio di manovra per ridurla se non si è soddisfatti del suo livello. La seconda conclusione è che dalla fine del Settecento è in atto a livello globale un processo di riduzione della disuguaglianza segnato da momenti-cerniera – come le rivolte contadine del 1788-89, la Rivoluzione francese, la rivolta degli schiavi a Santo Domingo nel 1791, le due guerre mondiali, la mobilitazione afroamericana del 1965. Tuttavia, dagli anni Ottanta del Novecento il processo ha subito un notevole arresto a partire dalla svolta neoliberista che ha messo in discussione i progressi dello Stato sociale in nome del liberismo finanziario e della libera circolazione dei capitali[10]. La terza conclusione mette in guardia da una visione troppo semplicistica della marcia verso l’uguaglianza: le lotte e il sovvertimento dei rapporti di forza possono rovesciare le istituzioni fondate sulla disuguaglianza, come è accaduto per esempio con la Rivoluzione francese o con le guerre mondiali, ma non garantiscono affatto che le nuove istituzioni siano più egualitarie delle precedenti. Poiché l’uguaglianza e la giustizia sociale non sono concetti universali, univoci, determinati a priori, solo processi di appropriazione collettiva, di dibattito e mobilitazione attorno a nuovi programmi politici e proposte istituzionali possono garantire di muoversi verso una società – globalmente – più eguale e più giusta.

L’autore ricorda su questo punto l’esperienza del comunismo sovietico: lo sbilanciamento dell’attenzione verso la lotta sociale, e la convinzione che i propri dispositivi istituzionali – partito unico, centralismo burocratico, egemonia della proprietà dello Stato, rifiuto dei dispositivi democratici – fossero i più giusti ed emancipatori ha portato alla catastrofe totalitaria che conosciamo. Dopo essere stato il Paese abolitore della proprietà privata, la Russia del XXI secolo è diventata la capitale mondiale degli oligarchi, dell’opacità finanziaria e dei paradisi fiscali. L’esempio russo serve a Piketty per sottolineare quanto, nella storia verso l’uguaglianza, sia da tenere in massima considerazione il problema della ricerca collettiva delle istituzioni giuste e della concertazione egualitaria a loro riguardo. All’esempio russo viene contrapposto il caso della Svezia, come testimonianza che ogni struttura sociale ed economica è reversibile: tra il 1865 e il 1911, la Svezia aveva un sistema censitario per cui gli elettori disponevano di un numero di voti proporzionale alle imposte versate, fino a un massimo di 100 voti ciascuno. In pochi decenni, con l’arrivo al potere dei socialdemocratici nei primi anni Venti, a seguito di un’intensa mobilitazione sindacale e operaia, si è trasformata nella società più egualitaria del mondo moderno. I registri di proprietà e redditi, prima utilizzati per attribuire diritti di voto, vennero impiegati per introdurre un’imposta fortemente progressiva con cui finanziare servizi pubblici che consentissero un accesso relativamente egualitario alla salute e all’istruzione all’insieme della popolazione. Allo stesso modo, è interessante come Piketty ripercorre l’inversione di posizione degli Stati Uniti e dell’Europa in termini di uguaglianza nel corso del XX secolo: mentre all’inizio del secolo la concentrazione della proprietà era più forte in Europa, soprattutto grazie agli asset coloniali, in seguito ai due conflitti mondiali e alle mobilitazioni sindacali e politiche il neonato Stato sociale consente all’Europa una riduzione delle disuguaglianze maggiore di quella degli Stati Uniti. Dal 1980 in poi, a seguito della rivoluzione liberista reaganiano-thatcheriana, il mondo anglosassone ha ampliato ulteriormente il divario con l’Europa in termini di disuguaglianze, in un contesto di deregolamentazione economica e finanziaria comune anche ai Paesi europei ma di diversa intensità. La storia ci insegna quindi che tutto può cambiare molto in fretta, laddove ci siano la volontà politica e la mobilitazione collettiva che spingano nella direzione di maggiore uguaglianza. Basti guardare, oggi, al caso della Spagna, con il governo socialista di Pedro Sánchez[11]. Piketty sostiene che vi siano fasi storiche in cui sono le istituzioni politiche a dover essere riformate, perché si possano trasformare quelle sociali ed economiche; il diritto deve essere infatti uno strumento di emancipazione, non di conservazione delle posizioni. Si pensi a quanto accaduto con Next Generation EU e la solidarizzazione del debito, in deroga al patto di stabilità e crescita: la scelta è tra riformare per rispondere a esigenze nuove, e mantenere il diritto preesistente per non sconvolgere gli equilibri di potere.

La pars construens del libro si sviluppa negli ultimi quattro capitoli, guarda al futuro e fornisce un’agenda per riprendere la marcia verso l’uguaglianza. Si parte dalle lezioni della grande redistribuzione: lo Stato sociale e l’imposta progressiva sono due strumenti efficaci per l’uguaglianza e la crescita[12], in grado di trasformare il capitalismo se attorno ad essi si crea una forte mobilitazione sociale. Le proposte sono estremamente concrete e hanno il duplice scopo di andare verso una maggiore giustizia sociale e sperimentare un modello economico più sostenibile, equo ed efficiente. Tra le molte e dettagliate proposte dell’autore, che riguardano sia il settore pubblico che quello privato, ci si soffermerà qui su quelle che egli considera cruciali. Una proposta riguarda il mondo della corporate governance: è necessario assicurare la presenza (almeno il 50%) dei dipendenti nei consigli di amministrazione seguendo e potenziando l’esempio tedesco, per superare il modello attualmente in vigore – diritto di voto proporzionale alle azioni detenute – incredibilmente e scandalosamente simile ai sistemi censitari del passato, e riequilibrare i rapporti di potere a favore dei non proprietari. Complementarmente, riportare i salari su una scala da 1 a 5 e non più da 1 a 20 o da 1 a 100 avrebbe un duplice obiettivo di giustizia sociale e di efficienza per la regolamentazione pubblica e lo sviluppo di modelli di organizzazione economica più partecipativi. Ricordiamo che già Platone nel IV secolo a.C. nella sua Repubblica proponeva un rapporto salariale massimo di cinque tra il vertice e la base della piramide per non minare la coesione sociale, mentre nel XX secolo l’imprenditore Adriano Olivetti suggeriva che «nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo». Da un recente studio[13] sappiamo che in Italia nel 2020 un top manager poteva guadagnare fino a 649 volte il salario di un operaio, mentre la media per dirigenti non “superstar” era di 10 volte lo stipendio dei propri operai. Il metodo prediletto da Piketty per raggiungere il rapporto di 1 a 5 è l’imposta progressiva, che può essere «una forma di intervento al cuore stesso del processo di produzione, in collaborazione ovviamente con altri istituti come il diritto sindacale o la presenza dei dipendenti nel consigli di amministrazione»[14]; l’autore ricorda che sotto Roosevelt i tassi “punitivi” sulle fasce più alte di reddito hanno raggiunto il 90%, quasi una confisca, diminuendo drasticamente la possibilità di accumulo di ingenti patrimoni.

Accanto alle proposte legate al mondo produttivo, Piketty insiste sull’importanza di creare una rete di protezione sociale effettiva, costituita da un reddito di base di importo modesto, un sistema di garanzia di un posto di lavoro con un salario minimo accettabile, una eredità universale che accresca il potere negoziale di quel 50% della popolazione che non possiede altro che debiti e che è costretto ad accettare qualunque lavoro a prescindere dalle condizioni contrattuali. Piketty propone poi un’imposta annua sul patrimonio, piuttosto che una sulle successioni, in modo da individuare più efficacemente i grandi patrimoni e ripartire meglio gli sforzi a seconda della capacità contributiva di ciascuno. I provvedimenti proposti nel libro, sottolinea con forza l’autore, sono complementari tra di loro: non è possibile raggiungere un risultato di maggiore uguaglianza tralasciando alcuni elementi, magari perché troppo avversati o divisivi.

La proposta, ancora allo stadio embrionale, è quella di un “socialismo partecipativo”, fatto di autogestione e decentramento, in opposizione a quello fondato sulla proprietà da parte dello Stato dei mezzi di produzione e sulla pianificazione centralizzata prevalso nel secolo scorso. L’idea è quella di una circolazione permanente del potere e della proprietà – in contrapposizione alla loro persistenza e durevolezza sperimentate fino ad ora – accompagnata e favorita da un approfondimento dei meccanismi della democrazia, con un sistema di finanziamento più egualitario dei partiti e un’informazione più indipendente e quindi realmente al servizio della cittadinanza. Il modo, secondo Piketty, per superare questo capitalismo e applicare un modello in cui ognuno possa permettersi di rifiutare proposte di lavoro umilianti, di acquistare un alloggio, di avviare un’attività professionale, non è redistribuire la proprietà dai pochi grandi proprietari a tanti piccoli proprietari, ma accompagnare la redistribuzione con soglie di imposta molto progressive che disincentivino quell’accumulo illimitato che sottrae risorse al resto della società.

Il modello economico delineato da Piketty ben si sposa con la recente proposta provocatoria di alcuni economisti italiani di provare a costruire una “Economia vegetale”[15]: per ripensare le istituzioni economiche, dovremmo superare il paradigma “animale” basato sulla divisione e sulla specializzazione degli organi e su una struttura gerarchica, con i risultati predatori che conosciamo, e prendere esempio dal mondo “vegetale”. Le piante, infatti, sono organismi “diffusi”: distribuiscono su tutto il corpo i compiti che gli animali concentrano su organi specifici, sono modulari, cooperative e distribuite. Essendo radicate, le piante non possono scappare, il che le rende particolarmente orientate alla cooperazione e meno alla competizione.

Come riprendere dunque la marcia verso l’uguaglianza, dopo l’arresto (o la retromarcia) degli ultimi quarant’anni di progressivo indebolimento dello Stato sociale? Alla luce dei ragionamenti di Piketty, bisogna ripartire dal dibattito pubblico, aiutare i cittadini a riappropriarsi delle questioni economiche perché li riguardano in prima persona, creare nuovi spazi e modalità di comunicazione e dibattito democratico. Grande responsabilità hanno gli “addetti ai lavori”, economisti, giornalisti, insegnanti, cui viene richiesto di essere prima di tutto chiari, di saper spiegare concetti complessi per includere tutti e tutte nel dibattito, proprio come lo stesso Piketty ormai da anni cerca di fare con i cittadini francesi e non solo, mettendo loro a disposizione dati analizzati con rigore e trasparenza. Poiché il cammino verso istituzioni più giuste non è univoco, l’esistenza di un dibattito e di un controllo democratico sui passi fatti è cruciale perché il processo sia condiviso e possa portare maggiore uguaglianza, rimanendo sempre critici sui risultati raggiunti per non disperderli. Non va dimenticato, però, l’elemento conflittuale che caratterizza i momenti di svolta in senso egualitario, che Piketty non manca di sottolineare nella sua analisi: i momenti-cerniera della marcia verso l’uguaglianza hanno rotto i legami (soprattutto giuridici) con la distribuzione della proprietà preesistente, e quando questo processo è rimasto incompiuto – come nel caso degli indennizzi agli ex-proprietari di schiavi – non ci sono stati benefici per l’equità. Su questo punto è cruciale la questione dei veti e dell’unanimità nelle decisioni pubbliche: anche a livello nazionale, ma soprattutto a livello globale, è naturale che ci siano forti resistenze al cambiamento da parte delle élite consolidate; adottare il criterio dell’unanimità è un ostacolo ai miglioramenti sociali, perché è fortemente orientato alla conservazione dello status quo.


[1] Jean-Jacques Rousseau, Sull’origine dell’ineguaglianza, a cura di Valentino Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 133.

[2] Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, La nave di Teseo, Milano 2021, p. 15.

[3] Les Hauts Revenus en France su XX siècle (Grasset, 2001); Le Capital au XXI siècle (Seuil 2013, traduzione italiana Il capitale nel XXI secolo, Bompiani 2014); Capital et idéologie (Seuil 2019, traduzione italiana Capitale e ideologia, La nave di Teseo 2020).

[4] Sulla necessità di adottare nuovi indicatori al di là del PIL per misurare il benessere economico e sociale, si veda il rapporto della Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress curato degli economisti Joseph E. Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi.

[5] Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza, LUISS University Press, Roma 2021.

[6] L’espressione è tratta dal titolo del libro Capitalismo contro capitalismo (Laterza 2022) dell’economista Branko Milanović, che descrive l’economia moderna come una competizione tra due tipi di capitalismi, quello liberale occidentale e quello politico orientale, senza alcun modello alternativo di organizzazione della società disponibile nelle società moderne.

[7] Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, op. cit., p. 112.

[8] L’autore fa riferimento ai dati contenuti agli indirizzi https://www.ucl.ac.uk/lbs// e https://esclavage-indemnites.fr/public/Projet/ per approfondire l’ammontare dei generosi risarcimenti finanziari pagati dai contribuenti agli ex-proprietari in seguito alle abolizioni britanniche e francesi della schiavitù nelle colonie.

[9] Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano 2019.

[10] Sul dibattito in corso in Italia in quegli anni a proposito del ruolo dello Stato sociale, si vedano i saggi dell’economista Federico Caffè, in particolare: In difesa del Welfare State, Rosenberg & Sellier, Torino 1986, nuova edizione 2014.

[11] Per un’analisi della recente riforma del mercato del lavoro spagnola nella direzione di maggiori protezione e tutela dei lavoratori, si veda: Massimo De Minicis, Mercato del lavoro: dalla Spagna una riforma al passo coi tempi, «lavoce.info», 4 maggio 2022.

[12] Sul legame tra il rafforzamento dello Stato sociale e la crescita economica, tramite gli investimenti in istruzione, salute, infrastrutture, e i redditi di sostituzione (pensioni e sussidi di disoccupazione), si veda Peter H. Lindert, Spesa sociale e crescita, Università Bocconi Editore, Milano 2007.

[13] Si veda: Domenico Affinito e Milena Gabanelli, Stipendi dei top manager: 649 volte quello di un operaio, Dataroom «Corriere della Sera», 11 luglio 2022.

[14] Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, op. cit., p. 253.

[15] Valentina Rotondi, Luigino Bruni, Luca Crivelli, Stefano Mancuso e Paolo Santori, In praise of the persona economica: listening to plants for a new economic paradigm, «Humanities and Social Sciences Communications», 9, 288 (2022).

Scritto da
Francesca Subioli

Dottoranda in Economia politica presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Si interessa di dinamiche salariali e disuguaglianze, mercato del lavoro e mobilità sociale. È tirocinante presso il Centro Studi della Banca d’Italia e assistente alla ricerca presso l’Università Luiss “Guido Carli” di Roma.

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