Una nuova cultura politica?

cultura politica

Il testo che segue è tratto da una delle relazioni tenute all’inizio del seminario “Una nuova cultura politica? La sinistra in tempi interessanti. Generazioni a confronto” che si è tenuto venerdì 16 dicembre a Roma presso la Sala di Santa Maria in Aquiro del Senato.


Una vecchia maledizione cinese, ormai famosa, recita “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. È una condizione che ormai conosciamo bene e che non accenna a terminare.

È appena il caso di ricordare alcuni avvenimenti recenti – come la Brexit e l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca – che rendono questo passaggio storico significativo. Non si tratta evidentemente di fatti che emergono dal nulla, essendo il risultato di lunghi processi di gestazione. Certo, in fasi come queste, dove gramscianamente “il vecchio non muore e il nuovo non vuole nascere”, il ruolo dell’accidentalità assume un grande peso. Il colpo di pistola all’arciduca può essere, in questo frangente, la volontà di una cancelliera di procrastinare salvataggi decisivi per via di scadenze elettorali imminenti, la decisione di un leader di indire un referendum su temi cruciali per ragioni di consenso interno, oppure la frase pronunciata da un banchiere centrale. Quel che è certo è che questi episodi – nella loro banalità e nell’enormità delle loro conseguenze – sono segni di un’epoca nella quale non siamo più capaci di interrogarci sul presente.

Mettere al centro della discussione il tema della cultura politica significa già focalizzarsi su questo. Al tempo stesso, però, bisogna dissipare subito un equivoco. Potrebbe sembrare che questo tema appaia generico e che rischi di dare luogo a una discussione astratta o, per un altro verso, passatista. In realtà l’idea di cultura politica, se chiarita, ha un significato ben definito e implica una precisa idea di politica. Anzi, si può forse affermare che se la politica oggi è inefficace, se non è in grado di agire con successo sui processi, è proprio per un deficit di cultura politica.

Ma in che senso? Si può partire da una “definizione minima” della cultura politica. La cultura politica propria di una forza progressista si dovrebbe impostare su tre elementi fondamentali:

  1. una cultura comune all’intera classe dirigente, che fondi un orizzonte di senso condiviso;
  2. una base identitaria e un senso comune diffuso all’interno di un blocco sociale;
  3. un insieme di politiche tra loro coerenti e fondate su una solida teoria socio-economica.

Questi tre elementi della cultura politica, quando le cose funzionano, si corroborano tra loro in un circolo virtuoso. La classe dirigente realizza, a diversi livelli, le politiche, elaborate sulla base di una riflessione teorica, politiche che, a loro volta, ampliano e rafforzano il blocco sociale, da cui emerge nuova classe dirigente, che porta a un maggiore livello di elaborazione il senso comune diffuso. Quando le cose non vanno, avviene l’inverso: classe dirigente e popolo hanno culture e sentire distanti, la selezione avviene per altri canali, le politiche non rafforzano il blocco sociale di riferimento e la sfiducia reciproca aumenta sempre più. Se non arrestato in tempo, un simile circolo vizioso può portare alla morte di un programma politico. Questo è ciò che rischia di avvenire oggi.

Si potrebbe subito obiettare che questo modello non sia più adeguato alla situazione presente. Invece è proprio l’analisi della situazione che lo rende attuale. Quando ci fu la crisi del 2007-2008 per un periodo si pensò che tutto sarebbe cambiato e in effetti lo sconvolgimento fu grande. Questo fu particolarmente evidente una generazione cresciuta in un mondo che presentava certe coordinate, che ponevano precisi limiti (tanto più efficaci in quanto inavvertiti) a ciò che era concepibile e in particolare alla sfera di azione della politica. Anche a quelli che si ponevano in maniera critica nei confronti dell’ordine delle cose, appariva evidente la forza e la consistenza dell’ordine contro cui combattevano. C’è una bella frase nel libro di Salvatore Biasco (Regole, Stato, Uguaglianza) in un post scriptum alla fine della premessa, che restituisce questa discrasia: “Per ragioni anagrafiche ho conosciuto un’epoca in cui è stato in vigore un compromesso democratico dentro il capitalismo occidentale. Le due generazioni successive non sanno più cosa sia: hanno avuto davanti a sé canoni e rappresentazioni diverse delle trame che si svolgono nella società, che la cultura corrente ha accreditato come un ordine naturale delle cose, che sembra non avere alternative. Vi è stata una rimozione totale di ciò che è stato, tanto da apparire oggi lontano, utopico, irrealizzabile.”

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: I tre elementi della cultura politica

Pagina 2: La sinistra e la crisi

Pagina 3: Classi dirigenti e cultura politica


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Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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