Una nuova cultura politica?

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La sinistra e la crisi

Ecco, rispetto a tutto questo la crisi è sembrata inizialmente rappresentare una cesura. Ma in effetti non lo è stata. Non che sia passata del tutto invano: vi è stata una certa rivalutazione del valore dell’intervento pubblico – anche se principalmente per salvare il sistema finanziario -, un ritorno della questione delle diseguaglianze, almeno nel dibattito intellettuale, il venir meno delle più grossolane illusioni sull’autoregolazione del mercato. Ma non molto più di questo. Se la questione centrale, al centro del già citato libro di Salvatore Biasco, è quella del rapporto tra capitalismo e democrazia, bisogna dire, dopo otto anni, che non si sono fatti sostanziali progressi verso un modello più equilibrato di compromesso tra i due. Rispetto al consensus neoliberista che si afferma tra anni Settanta e Ottanta e celebra i suoi trionfi negli anni Novanta della fine della storia di Fukuyama oggi non siamo in una posizione più avanzata. Perché questo non è avvenuto, pur in corrispondenza di una finestra di opportunità che sembrava aprire molti spazi?

Uno dei fattori centrali è stato proprio il deficit di cultura politica, fantasia e di volontà, da parte delle forze che avrebbero potuto e dovuto proporre un’alternativa. E questo su tutti e tre i piani accennati: per quanto riguarda la consapevolezza della classe dirigente, la percezione dei processi a livello del senso comune e le politiche applicate. Solo sul piano teorico vi è stato, solo in parte, un cambiamento.

Le forze di sinistra infatti hanno fallito finora e continuano a fallire nel proporre un’alternativa efficace, mentre un nuovo tipo di destra “liberal-protezionista” sembra effettivamente essere in grado di avanzare una propria agenda, rispondendo alle paure di lavoratori e ceti medi con un mix di critica alla globalizzazione, continuità di fatto con molte politiche neoliberiste e forti richiami identitari.

Alle forze progressiste non resta dunque altro che gridare all’arrivo dei nuovi barbari e farsi difensori dello status quo, prestandosi così bene all’accusa di essere i migliori difensori dell’establishment? O, viceversa, esse devono identificarsi con gli oppositori di quest’ultimo, facendo propria la bandiera di quel “populismo” che così spesso ha rimproverato agli avversari?

In realtà è probabile che la sopravvivenza di una prospettiva di sinistra, socialista o socialdemocratica, che dir si voglia, sia legata alla fiducia nell’esistenza di una via ulteriore rispetto a questi due estremi, che, ben lungi dall’essere una “terza via” come l’abbiamo conosciuta, sia piuttosto l’unica strada possibile per un mutamento sistemico. Una via che fornisca uno sbocco alla rabbia degli esclusi, dei nuovi poveri, dei giovani disoccupati e che miri a costruire un blocco che leghi questi ultimi a parti dei ceti medi in difficoltà e ad una porzione delle classi dirigenti disposta a condividere un progetto di riforma del capitalismo. Si tratta, cioè, di disinnescare la contrapposizione frontale tra un sistema concepito come immutabile e l’opposizione, spesso solo fittizia e retorica ad esso, per sviluppare un’energia politica da mettere al servizio di un progetto di cambiamento delle regole e dei meccanismi di funzionamento del “sistema”.

La difficoltà giace proprio qui. Se si vogliono prendere sul serio gli obiettivi della definizione di un nuovo compromesso tra capitalismo e democrazia, di una diversa regolazione della globalizzazione (con una soluzione virtuosa del Trilemma di Rodrik), di una forte riduzione delle diseguaglianze, di una democrazia più ampia, inclusiva e capace di incidere sui processi e di un dibattito pubblico più vivo, la soluzione dell’equazione appare estremamente complessa e richiede una risposta coordinata e articolata su molti piani e livelli.

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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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