Una nuova cultura politica?

cultura politica

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Classi dirigenti e cultura politica

In primo luogo va affrontato il tema delle classi dirigenti e del mutamento della composizione delle élite, tema a cui, non a caso, è dedicato il quarto numero di Pandora. Una critica del modus operandi, della cultura, delle modalità di selezione e dei rapporti interni alle élite neoliberiste è necessaria. Dopodiché, però, c’è una domanda che bisognerebbe farsi: quali élite sono necessarie per creare il cambiamento? Come potrebbero operare per avere al tempo stesso una sufficiente conoscenza della complessità per poter incidere sui processi globali e includere democraticamente parti sempre più grandi della popolazione? A quali livelli dovrebbero agire e come questi livelli potrebbero coordinarsi tra loro? Come si potrebbero costruire sistemi di selezione adeguati a questo processo? Quale cultura politica e identità dovrebbero condividere?

In secondo luogo, occorre combinare una risposta politica con una proposta sul piano dell’identità e del senso comune. L’emergere ovunque in Europa e nel mondo di retoriche identitarie segnala, oltre all’insicurezza economico-sociale, anche una domanda di senso a cui bisognerebbe dare una risposta alternativa. All’espulsione di enormi parti della popolazione dai meccanismi economici, sociali e politici occorre rispondere non con una contrapposizione binaria degli esclusi al resto della società, ma destrutturando questa opposizione e costruendo invece un nuovo blocco sociale, partendo da politiche di inclusione in grado di incidere nuovamente sui fattori strutturali che stanno alla base della situazione attuale: disuguaglianze, disoccupazione diffusa, crisi delle classi medie, democrazia asfittica, povertà, disinteresse, assenza di prospettive dei giovani.

Questo presuppone a sua volta una coerenza progettuale, ovvero una nuova cultura politica, e la forza per attuarla progressivamente, mutando il segno dell’attuale circolo vizioso (in cui le dinamiche economiche indeboliscono via via la forza dei soggetti politici) verso una dinamica virtuosa.

Agire contemporaneamente sia a livelli di governo diversi (locale, nazionale, sovranazionale) sia nella società è la condizione minima per un cambiamento reale. E un’azione coordinata richiede un’unità d’intenti che non può emergere tramite meccanismi spontanei ma soltanto attraverso una riflessione sui meccanismi di scambio tra elaborazione intellettuale e azione politica (ad esempio sul problema dei think tank e del loro rapporto con la democrazia) e della formazione delle élite politiche, nonché sui meccanismi di costruzione del senso comune.

Anche una riflessione sui partiti come snodo essenziale della democrazia non può essere slegata da questa problematica: tanto il modello tradizionale di partecipazione quanto quello sperimentato più di recente appaiono inadeguati rispetto al compito. Occorre immaginare una forma di partito a più alta intensità di conoscenza in grado di creare élite diffuse, non tecnocratiche ma in grado di ricomporre e riorganizzare la società agendo nelle sue pieghe. Solo se ripensati in questo modo i partiti potranno adempiere al loro compito di organizzare la democrazia. Questa non è un’idea che derivi da un modello astratto, ma dall’analisi della situazione presente e dalla necessità di darvi una risposta politica.

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Direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online.

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