Una sinistra liberalsocialista?
- 29 Maggio 2020

Una sinistra liberalsocialista?

Scritto da Enzo Di Nuoscio

10 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Quello dell’identità della sinistra è un never ending work, tanto che verrebbe voglia di dire che gli intellettuali che lavorano in questo cantiere sempre aperto, come ironicamente Wittgenstein suggeriva ai filosofi, dovrebbero salutarsi dicendo “faccia con comodo”. Il saggio di Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano non merita di passare inosservato perché indica una chiara direzione per questi perenni lavori in corso: quella del liberalsocialismo. Una tradizione minoritaria tra le culture politiche del “secolo breve” in Italia: residuale nel PCI, finita male con Craxi, secondaria nel mondo cattolico. E tutto questo, oltre che a causa dell’egemonia della cultura marxista e di un certo organicismo cattolico, per la carenza di cultura liberale. Mancanza che ha fatto male a questo Paese, sia quando i liberali erano pochi e purtroppo concepivano il liberalismo come la crociana “religione della libertà”, condannandosi all’incapacità di fare i conti con i grandi fenomeni delle disuguaglianze e del governo dei processi economici; sia quando, più di recente, in tanti si sono definiti tali e, proprio perché privi di una solida cultura liberale, hanno finito per identificare il liberalismo con il liberismo del laisser-faire al mercato. Tentazione a cui non ha resistito neanche una parte della sinistra quando, alla ricerca di nuove strade dopo l’89, ha confidato ingenuamente nella capacità di autoregolamentazione del mercato per ridurre le disuguaglianze.

E tuttavia quella del liberalsocialismo è stata un “sconfitta influente”, perché i suoi principi di coniugare libertà e uguaglianza, mercato e solidarietà, sono stati tutt’altro che estranei a quel “compromesso” tra capitalismo e democrazia che, come giustamente osservano Felice e Provenzano, nelle democrazie occidentali “ha consentito la riduzione delle disuguaglianze e una mobilità sociale dal basso verso l’alto senza precedenti”. In realtà, più che un compromesso è stata una alleanza necessaria, anche se per nulla scontata: senza economia di mercato non può infatti esistere la democrazia, perché in un regime di pianificazione o di monopolio assoluto, come direbbe F. von Hayek, chi detiene tutti i mezzi stabilisce tutti i fini perseguibili e quindi vanifica le libertà. A sua volta l’economia di mercato non può fare a meno della democrazia, perché senza le regole dello stato di diritto essa tende a degenerare, intaccando le libertà e accrescendo le disuguaglianze. Con le parole di Orazio potremmo dire che tra la democrazia che promette uguaglianza e il capitalismo che genera disuguaglianze vi è una concordia discors: la prima non può realizzare i propri ideali senza il mercato e il secondo non può produrre i propri effetti senza le regole dello stato di diritto, tanto che un liberale come Luigi Einaudi non ha esitato a scrivere che “il ‘paradosso della concorrenza’ sta nel fatto che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione”[1].

Questa “concordia”, che nel secondo dopoguerra non ha portato al leibniziano “migliore dei mondi possibili” ma al molto più utile “migliore dei mondi esistiti” in quanto a giustizia sociale, negli ultimi tempi è diventata sempre più “discordante”. Soprattutto per due ragioni: a) un’asimmetria geo-politica tra un mercato sempre più globale e uno stato di diritto ancora su base nazionale, che sta rendendo molto più difficile il compito della politica di governare la competizione economica; b) un’asimmetria temporale tra i tempi rapidi degli scambi economici e quelli addirittura istantanei delle transazioni finanziarie da un lato, e i tempi molto più lenti delle istituzioni democratiche dall’altro.

In questo nuovo scenario è fortemente indebolita la capacità del potere politico di regolare l’economia di mercato, e ciò sta provocando delle degenerazioni del “capitalismo storico”, tanto gravi da minacciare la stessa democrazia: incremento delle disuguaglianze, oligopoli, monopoli, ipertrofia finanziaria, elevato debito pubblico, plutocrazia, corruzione, eccessiva burocratizzazione, un potere tecnocratico sempre crescente e sempre meno controllato dalla politica, grandi aziende con bilanci superiori a quelli di molti Stati nazionali, pesanti fenomeni internazionali di elusione fiscale, ecc. Nella loro breve storia, le liberaldemocrazie occidentali non sembrano mai essere state così deboli, soprattutto per quella sorta di separazione a cui stiamo assistendo tra “potere” e “politica”, tra un potere sempre più appannaggio del capitalismo globalizzato e delle tecnocrazie e una politica sempre più paralizzata, impotente, esercitata da litigiose élite nazionali ed europee, ossessionate dal consenso immediato e quindi prive di progettualità, incapaci di guardare l’oceano che circonda la loro piccola isola.

Se di fronte a questa crisi storica del “patto socialdemocratico” la sinistra fosse attratta da rimodernate tentazioni anticapitalistiche o vetero stataliste, più che perdere una occasione storica, si guadagnerebbe la sicura via della sconfitta. L’antidoto non può che essere una forte iniezione di buona cultura liberale e socialista per andare in quella direzione liberalsocialista indicata da Felice e Provenzano, che la metta in grado di svolgere quello che può essere la sua principale funzione storica in questo inizio di millennio: rinnovare l’alleanza tra capitalismo e democrazia, tra la forza del mercato e l’etica della solidarietà, tra libertà e uguaglianza. Forse è questo l’orizzonte ideale rispetto a cui ridefinire l’identità della sinistra. La lotta contro le nuove diseguaglianze e la battaglia per la difesa della democrazia vanno sempre più insieme, perché solo una democrazia inclusiva verso i più deboli e i più penalizzati dalla globalizzazione può smorzare il malcontento che alimenta il populismo e le tentazioni che circolano anche in Europa di velleitarie “democrazie illiberali”.

Più che dai liberal americani, non di rado astratti e ossessionati più dal voler dare parole d’ordine all’opinione pubblica che dall’offrire rigorose analisi storico-teoriche, un buon punto di partenza può essere a mio avviso rappresentato dalla grande tradizione della “Economia sociale di mercato”. Una tradizione, colpevolmente ignorata dalla sinistra, che con Adenauer, Erhard, Röpke, Müller-Armack, Rüstow, e in Italia con Einaudi e Sturzo, ha fornito un paradigma teorico e strategie politiche per far rinascere la Germania e l’Italia dalle devastazioni e dalla miseria della guerra; e che si oggi si rivela un sorprendente giacimento di idee molto utili per fare i conti con la “nuova questione democratica” e con le disuguaglianze che dopo decenni hanno ripreso a correre.

Implacabili critici dello statalismo e della pianificazione, i teorici dell’Economia sociale di mercato attaccano da liberali ogni forma di laisser-faire, tanto che, osserva Einaudi, per i liberali “bisognerebbe inventare un altro nome” rispetto a quello di “liberisti”, “per quanto il loro atteggiamento mentale è lontano dal laisser-faire”. E chi sostiene che “il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato e di assoluto lasciar fare o lasciar passare […] non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista”[2]. È solo grazie ad una solida cornice giuridico-istituzionale che il mercato può diventare quel formidabile meccanismo per esplorare l’ignoto, che genera e distribuisce la più elevata quantità di conoscenza possibile, conferendo – come conferma la storia – un indubbio vantaggio evolutivo ai gruppi nei quali si è affermato. Da grande liberale qual’era, Wilhelm Röpke non esita a sostenere che l’altra faccia dell’economia di mercato deve essere uno Stato “autorevole e imparziale”, “forte” ma “non affaccendato”, in grado di imporre un “ordine costituzionale” fatto di regole e autorità indipendenti, che disciplinino lo spazio entro cui il mercato possa dispiegare la propria capacità di autoregolazione. Uno Stato che sia in grado “di difendere il capitalismo contro gli stessi capitalisti che volessero scaricare le loro perdite sulla comunità”[3]. E tuttavia questo “interventismo liberale”, come non esitano a chiamarlo A. Rüstow e L. Einaudi, è ben diverso da quello dei pianificatori, in quanto rispetta quattro inderogabili principi: a) prescrive le “regole del gioco economico” e non i “processi”, cioè i comportamenti dei singoli attori; b) attua “interventi di adeguamento” della concorrenza rispetto a principi di solidarietà, e non di mera “conservazione” delle “forme storiche” che di volta in volta assume il capitalismo; c) pone in essere solo “interventi conformi” all’economia di mercato, evitando misure “non conformi”, come ad esempio lo stravolgimento dei sistema dei prezzi, che “finirebbero per trasferire all’autorità politico-burocratica quella funzione disciplinatrice prima esercitata dal mercato”[4]; d) si attiene al principio di sussidiarietà, rispettando l’autonomia degli individui e degli altri “corpi intermedi” pubblici e privati.

La cornice giuridico-istituzionale che questi autori assegnano al mercato deve avere due obbiettivi fondamentali: proteggere la concorrenza e orientarla verso obiettivi di solidarietà sociale per migliorare le chances di vita dei più svantaggiati. Il nucleo di questa “politica della concorrenza” è rappresentato dalla lotta contro i monopoli e gli oligopoli, che sono fonte di “sfruttamento, privilegi, feudalesimo industriale, restrizione dell’offerta e della produzione, disoccupazione cronica, aumento del costo della vita, inasprimento dei contrasti sociali”[5]. Chi ha veramente a cuore la libertà individuale, il progresso e la solidarietà deve pertanto dichiarare guerra ai monopoli, i quali, riducendo il potere di scelta dei consumatori, annullando l’incentivo all’innovazione rappresentato dalla concorrenza e imponendo i prezzi dei beni e servizi, sono per Einaudi “il nemico numero uno dell’economia libera”, fonte di “disuguaglianze sociali”, poiché consentono di realizzare profitti che in realtà sono “un ladrocinio commesso ai danni della collettività”. Dunque, l’eliminazione per quanto possibile dei monopoli deve essere “uno dei principali scopi della legislazione di uno Stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno”[6].

Ma il rapporto tra mercato e solidarietà non si esaurisce nella lotta contro monopoli, oligopoli e speculatori. L’economia di concorrenza, essendo il mezzo più efficace per produrre e per far circolare conoscenze e rappresentando il meccanismo più efficiente per generare ricchezza e allocare le risorse, è anche il miglior sistema per offrire mezzi a coloro che non sono in grado di competere, al fine di metterli nelle migliori condizioni per realizzare i propri obiettivi. Non deve dunque meravigliare che i teorici dell’Economia sociale di mercato, e in particolare Röpke e Einaudi, in nome del “primato dell’etica” sull’economia, siano arrivati a proporre un reddito minimo garantito e una articolata “legislazione sociale”, certamente non meno estesa di quella proposta dai socialisti, ispirata al “principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita”, attraverso un intervento dello Stato che migliori le chances dei meno abbienti e che “avvicini, entro i limiti del possibile, i punti di partenza” degli individui[7]. Una proposta, questa, che non solo non è in contrasto con la logica della concorrenza, ma che serve proprio a potenziarne le capacità di innovare e di generare progresso ed equità, per due precise ragioni: a) garantendo un sostegno economico a coloro che sono svantaggiati, si amplia la platea dei soggetti in grado di competere e quindi di arricchire con le proprie risorse conoscitive e materiali l’ordine concorrenziale, il quale – in questo modo – potenzierà la propria capacità di problem solving; b) assicurando un reddito minimo a tutti, si rinsalda quell’ambiente etico e sociale, che è un presupposto fondamentale del buon funzionamento del mercato e della stabilità di una democrazia, la cui sorte è legata in primo luogo alla sua capacità di essere inclusiva verso i meno abbienti.

Da difensori della libertà e della solidarietà, questi economisti, filosofi, sociologi, giuristi sono stati tutti convinti europeisti. E alcuni di essi, Adenauer, Müller-Armack , Einaudi, per le responsabilità tecniche e politiche che hanno assunto, sono a giusto titolo tra i padri fondatori dell’Europa unita. Avevano capito, si pensi ai bellissimi saggi di Einaudi sull’Europa, che proprio perché mercato e democrazia non sono dissociabili, l’inevitabile internazionalizzazione dei mercati avrebbe richiesto un ordine giuridico-istituzionale e politico sovranazionali, senza i quali i mercati sarebbero degenerati, le disuguaglianze accresciute e la democrazia svilita. L’Europa unita nelle loro analisi non era dunque il frutto di un astratto slancio umanitario, ma l’orizzonte necessario per difendere la libertà, la democrazia e la solidarietà.

I teorici dell’Economia sociale di mercato si sono confrontati con i drammatici problemi del loro tempo (i totalitarismi, la guerra, la miseria e poi la ricostruzione), ma da grandi intellettuali quali erano hanno formulato analisi e proposte che possono essere considerate una preziosa riserva anche per alcuni dei problemi del tempo presente, soprattutto per la difesa della democrazia, coniugando economia di mercato e solidarietà. Röpke non ha esitato a parlare di “terza via” tra pianificazione e liberismo, proponendo un quello che egli definisce un “umanesimo economico” che metta al centro dell’organizzazione economica e dell’intervento politico la persona umana e che assegni allo Stato il compito di aiutare i più deboli proteggendo la concorrenza e assicurando, come insisteva Einaudi, “un punto di partenza a tutti gli uomini perché possano sviluppare le loro attitudini”[8].

Se con un po’ di buona volontà si superano remore e pregiudizi atavici, non è difficile rendersi conto come i principi dell’Economia sociale di mercato sono un’ottima base per saldare la tradizione liberale e quella socialista e dunque per offrire buone idee e analisi a quella condivisibile prospettiva indicata per la sinistra da Felice e Provenzano. Non è azzardato affermare, infatti, che autori come Eucken, Erhard, Müller-Armack, Röpke e, perché no, lo stesso Einaudi, non solo si pongono in sintonia ideale con gli ideali del liberalsocialismo di coniugare mercato, libertà individuali e giustizia sociale, ma danno sostanza economica e giuridica a quello slancio etico-politico che, in autori come ad esempio Rosselli e Calogero, era rimasto spesso su un livello troppo astratto di enunciazione di principi.

Da John Stuart Mill a Bobbio, intellettuali di differente orientamento che possono essere considerati liberalsocialisti, quali Hobhouse, Dewey, Oppenheimer, Renouvier, De Man, Rosselli, Calogero, Capitini, Calamandrei, Salvemini, Tawney, Russell, sono stati accomunati dalla convinzione che senza garantire un minimo di opportunità di realizzazione a tutti gli individui, le aspirazioni alla libertà sarebbero rimaste largamente insoddisfatte. Di conseguenza, seguendo percorsi diversi, essi hanno cercato di definire il massimo di solidarietà per i più svantaggiati compatibile con il massimo di libertà individuale[9]. Così, ad esempio, per Hobhouse la libertà rappresenta “l’unico pilastro a cui la solidarietà può saldamente ancorarsi”[10], e per Carlo Rosselli, allievo di Einaudi, il socialismo va considerato come lo “sviluppo logico del principio di libertà”, un “liberalismo in azione, libertà che si fa per la povera gente” [11], perché, se si è coerenti, “non si può essere liberali senza aderire attivamente alla causa dei lavoratori”[12]. E tuttavia, mette in guardia Rosselli, occorre sviluppare politiche sociali restando “libertari” e combattendo quel “mostro moderno che sta divorando la società” rappresentato dallo strapotere dello Stato[13].

Con la loro profonda conoscenza dell’economia di mercato, delle dinamiche istituzionali, delle relazioni tra diritto ed economia, con il loro forte slancio etico a favore dei meno abbienti, con le loro precise proposte per migliorare le chances di vita dei più penalizzati, con l’efficacia di chi ha grandi competenze epistemologiche e con la concretezza di chi ha avuto la responsabilità di storiche decisioni politiche, i teorici dell’Economia sociale di mercato hanno dato un contributo decisivo per chiarire quella che, in una lettera a Calogero, Croce non esitava a definire la “formula oscura” del “liberal-socialismo”[14]. E la figura di snodo di questa convergenza tra un liberalismo sensibile ai problemi della solidarietà e un socialismo che vuole essere “filosofia della libertà”[15], è rappresentata dal sociologo ed economista tedesco Franz Oppenheimer, grande teorico di un “socialismo liberale” “realizzato attraverso il liberalismo”, autore (nel 1922) di un monumentale Sistema di sociologia, che recava come sottotitolo “Il sistema economico del socialismo liberale”, nonché maestro di Erhard e Röpke, due dei principali esponenti dell’Economia sociale di mercato.


[1] L. Einaudi, Economia di concorrenza e capitalismo storico (1942), in Id. Il paradosso della concorrenza, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014, p. 91.

[2] L. Einaudi, Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo (1956), in Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1959, p. 240.

[3] W. Röpke, Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944), trad. it., Rubbettino, Soveria Mannelli 2016, pp. 67 e ss.

[4] W. Röpke, La crisi sociale del nostro tempo (1942), trad. it., Einaudi, Torino, 1946, p. 199.

[5] Röpke, La crisi sociale del nostro tempo, cit., pp. 267-8.

[6] L. Einaudi, Lezioni di politica sociale (1949), Einaudi, Torino, 2002, pp. 20 e ss.

[7] Ivi, pp. 75-79.

[8] Ivi, p. 79.

[9] Come ha efficacemente scritto Bertrand Russell, per “il più alto grado possibile di libero sviluppo degli individui […] è necessario un compromesso tra la giustizia e la libertà: la giustizia per assicurare a tutti uguali opportunità e le cose necessarie alla via; la libertà per consentire a tutti di fare miglior uso di codeste opportunità”; B. Russell, Prospettive di civiltà industriale (1923), trad. it., Longanesi, Milano, 1981, p. 38.

[10] L.T. Hobhouse, Liberalismo (1911), trad. it., Vallecchi, Firenze, 1995, p. 132.

[11] C. Rosselli, Socialismo liberale (1930), trad. it., Edizioni Corriere della Sera, Milano, 2010, p. 116.

[12] Op. cit., p. 113,

[13] C. Rosselli, “Contro lo Stato”, in Giustizia e libertà, 21 dicembre 1934. E va sottolineato che Rosselli considerava lo stesso Eduard Bernstein un “socialista liberale”, che passa “dal marxismo al revisionismo e dal revisionismo al liberalismo”; C. Rosselli, Socialismo liberale, cit., p 78. Quel Bernstein che nella sua opera fondamentale non aveva esitato a sostenere che, dal punto di vista ideale, il socialismo “è l’erede legittimo del liberalismo” e che “tutte le volte che una rivendicazione economica avrebbe dovuto essere attuata in modi e circostanze tali che avrebbero comportato un serio rischio per la libertà, la socialdemocrazia non ha mai temuto di prendere posizione contro di essa. La salvaguardia della libertà politico-civile è sempre stata un bene più alto dell’attuazione di qualsiasi programma economico”; E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899), trad. it., Laterza, Bari, 1974, p. 191.

[14] B. Croce, Nuove pagine sparse, Laterza, Bari, 1966, vol. II, p. 333.

[15] C. Rosselli, Socialismo liberale, cit., 50.

Scritto da
Enzo Di Nuoscio

Professore ordinario di Filosofia della scienza all’Università del Molise e docente presso la Luiss di Roma. Tra i suoi ultimi libri si segnalano: “Elogio della mente critica” - Laterza 2017, “The logic of explanation in the social sciences” - Bardwell Press 2018 e “Democrazia avvelenata” (con F. Felice e D. Antiseri) - Rubbettino 2019.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]