Scritto da Carlotta Mingardi
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La reazione israeliana all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 con la devastazione di Gaza ha rappresentato uno spartiacque etico, un momento che rende necessario un esame di coscienza collettivo. In questo solco si colloca Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza (Feltrinelli 2026) in cui Didier Fassin riflette sulle radici di quanto è accaduto a Gaza e sull’inazione dei Paesi occidentali. In questa intervista approfondiamo e discutiamo la riflessione offerta da Fassin.
Didier Fassin – antropologo, sociologo e medico – è professore al Collège de France, dove ricopre la cattedra di Questioni morali e politiche nelle società contemporanee, e all’Institute for Advanced Study di Princeton. Presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales è stato fondatore e direttore di IRIS, l’Istituto di ricerca interdisciplinare sui problemi sociali. Ha curato o co-curato trenta volumi collettivi ed è autore di venti libri, pubblicati in dodici lingue. Tra le sue numerose pubblicazioni edite in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina (con Anne-Claire Defossez, Feltrinelli 2025), Le vite ineguali. Quanto vale un essere umano (Feltrinelli 2019), Punire. Una passione contemporanea (Feltrinelli 2018) e Ragione umanitaria. Una storia morale del presente (DeriveApprodi 2018), tutti tradotti da Lorenzo Alunni.
Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
Didier Fassin: Ho scritto Una strana disfatta al termine dei primi sei mesi della Guerra contro Gaza. L’ho fatto per due ragioni: in primo luogo, perché vi era una disinformazione generalizzata sul tema. I governi occidentali, con la pregevole eccezione della Spagna, sostenevano di fatto Israele, dichiarando legittime le sue rappresaglie. Molti media occidentali stavano ignorando quasi completamente il massacro dei palestinesi, salvo per la pubblicazione delle statistiche relative alle morti, con commenti dal tono sospettoso. Le analisi critiche della situazione, le prese di posizione in difesa dell’ordine internazionale erano stigmatizzate, punite. In diversi studi, la censura, ma anche l’autocensura, sono state documentate. In secondo luogo, nel momento in cui le prove di ciò che la Corte penale internazionale considerava un plausibile genocidio iniziavano a circolare, abbiamo assistito a una riscrittura dei fatti, a un re-editing e a una rimozione delle dichiarazioni più scioccanti, al diffondersi del revisionismo storico. Per questi due motivi pensavo che fosse urgente e necessario lasciare una traccia, del materiale d’archivio di ciò che stava accadendo. Ovviamente, la mia motivazione partiva fondamentalmente dalla volontà di testimoniare l’abdicazione morale del mondo di fronte alla distruzione di Gaza e dei suoi abitanti: qualcosa che certamente lascerà la cicatrice più profonda nell’etica internazionale e nella politica internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel libro, lei parla di due tipologie di consenso all’annientamento di Gaza. Uno “passivo” e uno “attivo”. In cosa si differenziano e come si sono declinati nelle società europee e in quella statunitense?
Didier Fassin: Il consenso a un crimine può assumere due forme. In primo luogo, può consistere nel venire a conoscenza del crimine stesso e non intervenire per impedirlo, o addirittura ignorarlo, consentendo così al criminale di continuare a commettere il reato. Si tratta di un consenso passivo. Il secondo tipo di consenso può consistere nel fornire sostegno psicologico e simbolico per incoraggiare, o addirittura fornire al reo gli strumenti e le armi necessari per aiutarlo a compiere il suo gesto. Questo è un consenso attivo. Molti governi hanno fatto entrambe le cose. Da un lato, hanno cercato con ogni mezzo di impedire che venissero diffuse informazioni su quanto stava accadendo, si sono opposti alla dichiarazione di un cessate il fuoco, si sono astenuti dall’adottare sanzioni e hanno persino condannato le campagne di boicottaggio e il disinvestimento nei prodotti israeliani. D’altra parte, hanno inviato i loro capi di Stato per rassicurare Israele sul loro sostegno all’operazione militare, hanno fornito agli israeliani armamenti e bombe, e li hanno persino aiutati sul campo nel condurre la guerra. Gli Stati Uniti, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e, in una certa misura, l’Italia sono stati gli alleati più accaniti, prestando il loro consenso sia passivo che attivo. In questo senso, saranno ritenuti responsabili in quanto complici del genocidio una volta che questo sarà stato legalmente accertato. Naturalmente, con il tempo, alcuni di loro hanno cominciato a mostrarsi un po’ più prudenti. Ma non gli Stati Uniti e la Germania. Nessuno dei due ha imparato dai propri genocidi precedenti: quello dei nativi, nel primo caso, quello degli Herero e dei Nama in Namibia e degli ebrei e dei romaní europei, nel secondo.
Una delle riflessioni chiave del libro riguarda il legame fra idea/concetto, immagine e comunicazione. In che modo la rappresentazione nei media europei ha contribuito a creare un’immagine al meglio distorta, al peggio compartecipe, dei crimini israeliani a Gaza?
Didier Fassin: Su questo punto vorrei soffermarmi su due elementi principali. Da un lato, dobbiamo ricordare che ogni informazione su quanto stesse avvenendo a Gaza era assente, col pretesto che nessun giornalista straniero era ammesso sul campo. Questo era vero ovviamente, ma sappiamo anche che vi erano dei reporter palestinesi a Gaza, che hanno rischiato la loro vita – e più di 200 di loro l’hanno persa – presi sistematicamente di mira dall’esercito israeliano. Per questo motivo non vi era alcuna comunicazione sulla sofferenza dei palestinesi, sui civili colpiti dalle bombe e sepolti dai detriti, sui feriti amputati senza anestesia, sui bambini che morivano lentamente di fame, sulle madri che non erano più in grado di allattare i loro figli. Non abbiamo quasi mai sentito le voci dei palestinesi in agonia. Dall’altro lato, invece, le informazioni sull’angoscia delle famiglie degli ostaggi israeliani per la sorte dei loro cari, sullo stress dei cittadini israeliani che dovevano spostarsi temporaneamente per evitare i missili, sulle proteste contro la mancata volontà da parte del governo israeliano di liberare gli ostaggi a Gaza le abbiamo viste, ci sono arrivate. Ma, ancora una volta, nulla ci è stato mostrato riguardo alla devastazione dei massacri perpetrati e filmati dai soldati israeliani, all’umiliazione e alla brutalità subita dai civili gazawi, alla tortura e allo stupro dei prigionieri, o sui risultati dei sondaggi in Israele che mostravano come la metà della popolazione israeliana fosse a favore dello sradicamento degli abitanti di Gaza. L’immagine degli israeliani come vittime doveva essere mantenuta, nonostante si stessero trasformando in carnefici. In realtà, sappiamo che la maggior parte dei media mainstream stava semplicemente riprendendo la propaganda del governo israeliano. Vi sono state ovviamente delle eccezioni, da parte di giornalisti coraggiosi e onesti in Medio Oriente, negli Stati Uniti e in Europa, che hanno parlato di ciò che avevano visto, di ciò che avevano sentito, che hanno comunicato ciò che sapevano. E piano piano, dopo un anno e mezzo di copertura faziosa, alcuni media mainstream hanno iniziato a dare una copertura migliore agli eventi.
Cos’è la “disuguaglianza delle vite” e come si è palesata a Gaza? Dove sono in questo quadro le voci dei palestinesi?
Didier Fassin: Sono diversi gli aspetti costitutivi della “disuguaglianza delle vite”. Innanzitutto, secondo alcune analisi indipendenti, durante le operazioni militari a Gaza tra il 2008 e il 2009 le vittime civili palestinesi sono state in termini quantitativi 250 volte superiori alle vittime israeliane. Teniamo a mente che, nella Guerra attuale, i numeri sono considerevolmente sottostimati, dato che i corpi sepolti sotto le macerie, disintegrati dalle bombe o schiacciati dai bulldozer, non vengono inclusi, così come non lo sono le vittime di morte indiretta dovute a malnutrizione, ferite e mancanza di cure mediche. È probabile, in base a studi realizzati sulle guerre precedenti, che a causa di questa guerra ci saranno più di 200.000 morti, per la maggior parte civili, per stessa ammissione dell’esercito israeliano. Quindi è possibile che anche in questo caso venga appurato un rapporto di 250 a 1, o anche superiore. In secondo luogo, in termini qualitativi è cruciale prendere in considerazione l’esperienza di vita dei palestinesi prima, durante e dopo la guerra. Per decenni hanno vissuto sotto un regime di occupazione violenta, depredati della loro terra, delle loro risorse, del loro diritto alla mobilità, della loro libertà, sotto imposizione di un regime del terrore costituito dai coloni e dall’esercito. Gli hanno sparato mentre protestavano contro i loro oppressori, sono stati arrestati arbitrariamente, detenuti e torturati senza alcuna accusa o processo. E il solo fatto, per i media occidentali, di mostrare compassione per gli israeliani, che era legittimo, ma ignorare il destino molto più tragico dei palestinesi, illustra la loro complicità nel rendere queste vite ineguali. Un esempio: quando quattro israeliani detenuti nel campo di Nuseirat sono stati liberati dal loro esercito, la maggior parte dei media ha convogliato l’attenzione sul comprensibile sollievo e sulla gioia delle loro famiglie. Ma ha menzionato appena i 274 bambini, donne e uomini palestinesi uccisi e i 698 feriti durante l’operazione, oltre al non permettere mai ai sopravvissuti di parlare del massacro.
All’interno del volume, lei si interroga riguardo all’uso del linguaggio e all’importanza di dare un “nome giusto” agli eventi. Perché, a suo avviso, la definizione iniziale con cui gran parte degli osservatori ha guardato agli eventi di Gaza, ovvero “Guerra Israele-Hamas” è concettualmente errata? Quali altri concetti abbiamo – opportunamente o inconsciamente – travisato e che conseguenze ha ciò sulla nostra comprensione del mondo?
Didier Fassin: Esiste una frase, spesso citata, di Albert Camus che dice: «dare un nome sbagliato alle cose significa accrescere la sventura del mondo». Definire l’operazione militare iniziata l’8 ottobre del 2023 “Guerra Israele-Hamas”, che è stato il linguaggio imposto dal governo israeliano e riprodotto da tutti i governi occidentali e dai principali media, significa ignorare che fin dal primo giorno i più alti funzionari militari e politici, compresi il Presidente, il Primo Ministro, numerosi rappresentanti di importanti istituzioni e generali delle diverse forze armate, hanno dichiarato che a Gaza non c’erano innocenti e che l’obiettivo era cancellare la Striscia dalla faccia della terra. Queste affermazioni erano pubbliche e sono state ripetute diverse volte. Di conseguenza, l’azione militare non era contro Hamas ma era, anzi, un progetto dichiaratamente orientato alla distruzione di Gaza e al massacro della sua popolazione. Molti studiosi del diritto, esperti negli studi sugli omicidi di massa, ma anche organizzazioni umanitarie internazionali e la commissione indipendente delle Nazioni Unite hanno dichiarato esplicitamente che si tratta di genocidio. Negare ciò, e accettare il linguaggio ufficiale israeliano, non significava dunque soltanto prendere le parti del carnefice, ma comportava anche un tentativo di esonerarlo dalla sua colpevolezza.
Nel libro lei riflette su come la combinazione di sostituzione concettuale, sbilanciamento nella rappresentazione e definizioni non veritiere abbia anche contribuito a restringere il nostro lessico, con conseguenze importanti sulla nostra libertà di parola e su come abitiamo il dibattito pubblico, le università e le piazze. In che modo questo ci ha reso meno liberi di esprimerci, di pensare e di elaborare quanto sta avvenendo a Gaza?
Didier Fassin: La libertà di espressione, che sia libertà di parola o di azione, in questi anni è stata profondamente alterata. La censura e l’autocensura sono divenute la norma, come mostrato anche da alcuni sondaggi di agenzie internazionali. Abbiamo assistito a proteste vietate e conferenze cancellate. Negli Stati Uniti, gli studenti sono stati arrestati ed espulsi, i professori sono stati puniti e licenziati, le manifestazioni sono state represse, le lezioni sono state bloccate. In Europa, in particolare in Francia e Germania, la repressione non si è limitata agli eventi pubblici, ma anche agli incontri accademici.
Qual è il ruolo e l’aiuto che adottare una prospettiva storica può dare alla comprensione – quindi anche alla capacità di opporsi – di ciò che sta avvenendo a Gaza? In che modo l’elisione del passato – a cui lei fa riferimento nel libro – ha portato ad una riscrittura del presente e che conseguenze ha avuto su come questa guerra è stata interpretata e raccontata?
Didier Fassin: La rappresentazione più comune che è circolata nei media e che è stata ripetuta dai governi è che l’operazione militare sia stata una risposta all’attacco terroristico di Hamas. Questo, tecnicamente, era corretto, ma ha cancellato più di un secolo di spossessamento della terra palestinese, più di cinque decenni di occupazione illegale del loro territorio e diciassette anni di assedio soffocante della Striscia di Gaza.
I civili sono secondo il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario una categoria intoccabile e protetta in caso di conflitto. Quale narrazione ha reso possibile che i civili potessero diventare dei target?
Didier Fassin: Secondo l’esercito israeliano, l’83% delle persone uccise erano civili. Questa cifra non include le persone morte per cause indirette, che sono quasi esclusivamente civili. Le narrazioni per giustificare il massacro sono molteplici. In primo luogo, si afferma che Hamas usi i civili come scudi umani, per cui per uccidere uno di questi presunti terroristi, gli israeliani dovrebbero accettare danni collaterali, fino a cento cosiddette vittime innocenti. In realtà, questo non è mai stato provato. Invece, studi indipendenti attestano che gli israeliani hanno utilizzato adolescenti palestinesi, sia maschi che femmine, come scudi umani, vestendoli da soldati israeliani quando entravano in case o tunnel ritenuti pericolosi. In secondo luogo, si dice che Israele stia affrontando una minaccia esistenziale, il che spiegherebbe perché ha dovuto adottare misure estreme per evitare la sua scomparsa come Stato, obiettivo che i suoi nemici si prefiggono. In realtà accade il contrario, non solo perché il governo israeliano respinge qualsiasi prospettiva di uno Stato palestinese, ma soprattutto perché sta progressivamente realizzando il suo progetto, annunciato nella Piattaforma del 1977 del Likud attualmente al potere, di garantire la sovranità israeliana “dal fiume al mare”.
Perché a suo avviso è così complesso, per alcuni Paesi europei, intraprendere delle misure di contrasto alle azioni dello Stato di Israele?
Didier Fassin: Alcuni Paesi, in particolare la Spagna, sarebbero pronti ad imporre sanzioni contro Israele per fermare le sue attività omicide nella regione, compresi Libano, Siria, Iran e Yemen. Ma la maggior parte non è d’accordo. Le ragioni sono molteplici e complesse. Si sostiene spesso che Israele debba essere protetto perché è una creazione derivante dall’Olocausto. Cronologicamente è vero, ma in primo luogo, storicamente, l’immigrazione ebraica di massa era iniziata diversi decenni prima, come parte del programma sionista sostenuto dagli inglesi. In secondo luogo, l’indiscutibile responsabilità dell’Europa nel genocidio degli ebrei non può essere riscattata dal genocidio dei palestinesi. La ragione principale risiede probabilmente nel fatto che Israele fa parte del progetto imperialista dell’Occidente. È stato ribadito più volte nel corso degli anni: Israele è l’avamposto della cosiddetta “civiltà occidentale” in un Medio Oriente barbaro e ostile. Questa retorica suprematista e razzista è profondamente radicata in molti leader europei, che credono di condividere gli stessi valori degli israeliani, mentre i palestinesi soffrono a causa della combinazione di sentimenti anti-arabi e anti-musulmani e del pregiudizio che li associa al terrorismo. Inoltre, diversi di questi Paesi – in particolare Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia – non si sono ancora liberati dal loro passato coloniale. Ma al di là di queste ragioni ideologiche e storiche, vi è l’azione concreta di reti israeliane e sioniste, che agiscono aggressivamente negli ambienti governativi nazionali e nelle istituzioni dell’Unione Europea, denunciando come antisemita qualsiasi critica alla politica e ai crimini israeliani.
Il libro offre una riflessione finale sul ruolo degli intellettuali pubblici e degli accademici, seminando anche un seme di speranza per il futuro. Quale ruolo potrebbero svolgere gli accademici e gli intellettuali nella ricostruzione di una comprensione condivisa di ciò che è accaduto – e continua ad accadere – a Gaza e nelle nostre società?
Didier Fassin: Questo è un periodo di reazione ideologica e politica a livello globale. In Francia, ad esempio, i partiti di centro-destra al governo hanno stretto un’alleanza oggettiva con la destra e l’estrema destra, usando il loro linguaggio, imitandone le politiche, screditando i partiti di sinistra e attaccando le organizzazioni non governative. Per comprendere questa estrema inversione di valori si pensi al partito fondato da un ex nazista, il Front National, ora ribattezzato Rassemblement National, che viene attualmente dipinto come il miglior amico di Israele. I politici francesi, compresi i ministri, hanno denigrato gli studiosi che si occupano di discriminazione razziale e religiosa, migrazioni e questioni di genere, etichettandoli come “islamo-sinistra” e, più recentemente, accusandoli di “wokeismo”. In altre parole, la minaccia va oltre la questione palestinese. Ciò che oggi viene preso di mira in molti contesti è il pensiero critico. Questo è ciò che accademici e intellettuali devono continuare a difendere: il pensiero libero, indipendente e rigoroso, e il diritto alla critica.