“Una Unione divisiva” di Celi, Ginzburg, Guarascio e Simonazzi
- 10 Maggio 2020

“Una Unione divisiva” di Celi, Ginzburg, Guarascio e Simonazzi

Recensione a: Giuseppe Celi, Andrea Ginzburg, Dario Guarascio e Annamaria Simonazzi, Una Unione divisiva. Come salvare il progetto europeo, il Mulino, Bologna 2020, pp. 320, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Salvatore Romeo

8 minuti di lettura

Una Unione divisiva. Una prospettiva centro-periferia della crisi europea (il Mulino 2020), di Giuseppe Celi, Andrea Ginzburg, Dario Guarascio e Annamaria Simonazzi, è un libro imprescindibile per capire l’evoluzione della costruzione europea e le contraddizioni maturate nel suo farsi. Nel testo, che rielabora per il pubblico italiano alcune delle ricerche che gli autori hanno sviluppato negli ultimi anni, gli avvenimenti sono inquadrati in un’ottica di sistema, che consente di indagare le interdipendenze fra paesi e i rapporti di potere da esse generati. È un approccio che introduce la complessità – e dunque la realtà – in un dibattito spesso sclerotizzato dalla contrapposizione fra opposti riduzionismi.

Qui si proverà a riflettere su alcuni passaggi del libro, senza nessuna pretesa di esaustività. Si seguirà una partitura cronologica: dall’avvio del processo di “europeizzazione” come risposta agli shock degli anni Settanta fino alle recenti convulsioni generate dalla crisi dei debiti sovrani, passando per il consolidamento del mercato comune e la nascita della moneta unica.

 

Europeizzazione e globalizzazione

La ricostruzione di Celi et al. prende le mosse da un concetto fondamentale: l’europeizzazione – cioè l’intensificazione del processo di integrazione comunitaria che va facendosi strada nell’ultimo quarto del XX secolo – è un momento della più generale globalizzazione del capitale. Ad innescarla è una rottura maturata nel corso dei turbolenti anni Settanta.

All’inizio di quel decennio il progetto europeo giunge a un nuovo tornante. Le convulsioni del sistema monetario internazionale, minato dalla crescente debolezza del dollaro, fanno emergere l’esigenza di un maggiore coordinamento fra le economie europee. Il “piano Werner”, licenziato nel 1970, delinea un percorso a tappe di durata decennale per giungere a un’unione monetaria, fiscale e politica. Si tratta di un fragile compromesso fra due impostazioni: quella francese, che punta a una costruzione istituzionale capace di intervenire sugli squilibri economici e monetari interni all’area, e quella tedesca, che sopra ogni cosa pone il perseguimento di politiche economiche coordinate in funzione della stabilità monetaria e della disciplina di bilancio.

I progetti dei governi europei vengono tuttavia stravolti dal precipitoso sviluppo degli eventi. La sospensione della convertibilità aurea del dollaro (1971) e il primo shock petrolifero (1973), intrecciandosi alle tensioni sociali interne, scatenano spinte inflazionistiche da cui derivano divergenze sempre più marcate.

Da una parte, inizia a delinearsi il “modello tedesco”. La Germania adotta severe misure di contenimento dell’inflazione e consolida un sistema di concertazione in cui la moderazione salariale viene compensata da crescenti spese per il welfare. Queste scelte – notano gli autori – configurano un indirizzo originale rispetto all’emergente paradigma neoliberale di marca anglosassone. Il “monetarismo renano” ha come obiettivo fondamentale la ristrutturazione dell’industria nazionale. La manifattura tedesca inizia ad assumere una fisionomia peculiare: la specializzazione dei produttori domestici nei segmenti a più alto valore aggiunto si accompagna alla creazione di reti internazionali di fornitura. Esemplare è il caso dell’industria dell’auto. L’Europa diventa così uno spazio sempre più importante per le imprese della Repubblica federale. Ma, allo stesso tempo, l’Europa degli anni Settanta è ancora troppo instabile, e questo si riflette nelle spinte alla rivalutazione del marco, che mettono in difficoltà lo stesso processo di ristrutturazione. È per rimediare a questo problema che la Germania, come vedremo, si farà promotrice del Sistema monetario europeo (Sme).

Altrove la situazione è quasi opposta. È il caso dell’Italia, dove carenze strutturali innescano una spirale di svalutazione e inflazione, sospinta anche da un compromesso sociale che affida la tutela del potere d’acquisto dei salari alla “scala mobile” e i margini di profitto alla facoltà degli imprenditori di ritoccare al rialzo i listini confidando nella debolezza del cambio. Una situazione che espone particolarmente il paese agli attacchi speculativi. Nel frattempo la ristrutturazione del tessuto produttivo porta alla frantumazione delle grandi unità industriali, senza che ciò si traduca in significativi avanzamenti sul piano tecnologico e gestionale; piuttosto essa favorisce il consolidamento di rapporti di fornitura fra piccole e medie imprese italiane e grandi produttori esteri (in primo luogo, tedeschi).

Viene così a delinearsi una dinamica centro-periferia. A tale esito contribuisce anche il contestuale declino degli investimenti interni – uno dei motori dello sviluppo europeo nel primo ventennio del dopoguerra –, che accresce la rilevanza della domanda estera. In questo contesto l’industria tedesca, in virtù dei suoi elevati livelli di specializzazione e diversificazione, conquista la supremazia nei mercati europei; i sistemi produttivi degli altri paesi si riorganizzano attestandosi su posizioni subalterne. Di conseguenza, sul piano finanziario maturano squilibri che rendono la periferia strutturalmente dipendente dalle importazioni di capitali, di cui il centro dispone in abbondanza.

Lo Sme, entrato in vigore nel 1979, certifica questi rapporti di forza. L’accordo di cambio ha un significato diverso a seconda che lo si guardi dal centro o dalla periferia (che nel corso degli anni Ottanta comprende anche Grecia, Portogallo e Spagna). Per i paesi in disavanzo esso è principalmente un’opportunità per liberalizzare i movimenti di capitali, in modo da compensare i deficit commerciali. Ma per attrarre risorse essi devono tenere alti i tassi d’interesse, danneggiando così l’“economia reale” e accelerando la deindustrializzazione. È il paradosso che gli autori chiamano “monetarismo subalterno”, e che spiega la particolare radicalità con cui le ricette neoliberali sono state adottate nell’Europa mediterranea.

Viceversa, per la Germania lo Sme è uno strumento per contenere le spinte alla rivalutazione del marco, ottenendo l’effetto di una svalutazione reale che migliora la competitività delle sue imprese. Il sistema – che col tempo viene reso più rigido – regge fin quando il centro non inverte la direzione dei suoi flussi finanziari. Questo accade nel 1992, quando la Germania, per finanziare la riunificazione, rialza i tassi d’interesse provocando un deflusso di risorse dalla periferia e innescando la miccia che porterà alla sostanziale deflagrazione del sistema.

 

La nuova frontiera

Il 1992, come è noto, è anche l’anno in cui viene sottoscritto il Trattato di Maastricht col quale si dà avvio alla costruzione dell’Unione europea (Ue) e dell’Euro. A prevalere, come già ai tempi dello Sme, è l’impostazione del centro. Se la moneta unica è una proposta francese che punta a sottrarre alla Bundesbank la supremazia di fatto sulla politica monetaria di tutta l’area, le contropartite ottenute dalla Germania sono rilevanti. L’indipendenza della futura Banca centrale europea (Bce) e i vincoli fiscali imposti agli Stati diventano gli architravi di una costituzione economica che di fatto rende impraticabile qualsiasi politica di riequilibrio.

Dal “piano Werner” alla Ue, passando per lo Sme, le posizioni che avevano sostenuto la necessità di istituzioni capaci di affrontare gli squilibri dell’area vengono progressivamente marginalizzate. In questo gli autori vedono il ridimensionamento del peso economico della Francia, e la contestuale conversione al liberismo delle sue classi dirigenti. Un momento centrale è la svolta che matura sotto la presidenza Mitterrand nel 1983. Da allora la liberalizzazione dell’economia francese è tanto graduale quanto radicale e culmina nella completa apertura delle principali imprese ai mercati finanziari. Ne deriva una spinta alla delocalizzazione di intere filiere produttive, aggravando la deindustrializzazione del paese. L’intensa finanziarizzazione porta la Francia a divaricarsi: mentre le sue banche restano “centrali” – e parteciperanno con quelle tedesche al finanziamento delle economie mediterranee –, il suo sistema produttivo scivola verso la periferia.

Una diversa via seguirà la Germania. Attratte del basso costo del lavoro – e dalle elevate competenze della manodopera –, le imprese tedesche guardano ad Est, ai paesi dell’ex blocco sovietico, per ricollocare almeno una parte delle proprie forniture. Questo consente loro di abbattere i costi e di trovare nuovi mercati per i beni strumentali. La ristrutturazione si basa anche sulla deflazione salariale: la concorrenza della periferia orientale indebolisce i sindacati, mentre le riforme Hartz creano un ampio strato di manodopera povera collocata soprattutto nei servizi.

L’accresciuta competitività consente all’industria tedesca di espandere le proprie quote di mercato dentro e fuori i confini della Ue. Le eccedenze di capitale accumulate presso il sistema finanziario vengono utilizzate, da una parte, per consolidare l’export soprattutto verso i paesi dell’Europa mediterranea e, dall’altra, per partecipare all’espansione del mercato azionario statunitense. Viene così a innescarsi un “circuito finanziario centro-periferia” che contribuisce alla crescita dell’economia europea nel primo decennio di funzionamento dell’Euro ma, al contempo, accentua gli squilibri interni.

Nella periferia meridionale i produttori di beni intermedi subiscono il contraccolpo del riorientamento ad Est della Germania; contestualmente, l’impoverimento dei lavoratori tedeschi spiazza le imprese esportatrici di beni di consumo – che vengono sostituiti da prodotti di qualità (e prezzo) inferiore importati dalla Cina. La deindustrializzazione di quei paesi viene in parte compensata dagli afflussi di capitali dal centro, che trovano impiego in un mercato immobiliare stimolato dal calo degli interessi conseguente l’adozione dell’Euro. L’incremento dei valori delle case a sua volta crea un effetto ricchezza che, attraverso un ampio ricorso al credito da parte delle famiglie, sostiene la crescita dei consumi e quindi delle importazioni dalla Germania.

È un meccanismo apparentemente ben oliato, ma dalle basi estremamente fragili. Quando, come nel 1992, il flusso di capitali dal centro alla periferia cambia direzione tutto crolla. Ad accendere la miccia è la crisi dei mutui subprime nel 2008. Il crack colpisce anche le banche tedesche e francesi – ampiamente coinvolte in quelle speculazioni –, obbligandole a far rientrare i propri crediti dai paesi mediterranei e innescando così effetti a catena di portata devastante.

 

L’Europa mancata

Le parti finali del libro sono dedicate alle risposte alla grande crisi. Il nodo di fondo è il rifiuto della condivisione dei rischi da parte del paese guida. Dopo essere intervenuto massicciamente nel salvataggio delle banche nazionali, il governo tedesco (e quello francese, che intanto sembra aver assunto una posizione ancillare) impone operazioni analoghe ai suoi omologhi della periferia meridionale. Contestualmente si dà facoltà alla Bce di finanziare massicciamente gli istituti in difficoltà. Si crea così un circuito in cui le banche della periferia, salvate dai rispettivi governi, acquistano le crescenti emissioni di debito pubblico, mentre i crediti del centro sono “messi in sicurezza” da Francoforte.

In queste circostanze la politica di non intervento promossa da Germania e Francia di fronte alla possibilità di una crisi dei debiti sovrani innesca una spirale drammatica. L’aumento delle spese per il servizio del debito destabilizza i bilanci degli Stati periferici, paventando un rischio di insolvenza; questo sollecita la speculazione, provocando la contrazione del valore dei titoli e il rialzo dei tassi; ne deriva un incremento della spesa per interessi e nuove perdite per il settore finanziario.

Quando la crisi dei debiti sovrani è ormai una realtà che minaccia la tenuta dell’Eurozona, le istituzioni comunitarie si decidono a intervenire, vincolando però gli aiuti a “riforme strutturali”. Queste a loro volta colpiscono la domanda e danneggiano la produzione, accentuando gli squilibri del bilancio pubblico.

Questa gestione della crisi esaspera le divergenze strutturali. L’industria tedesca, da una parte, intensifica il suo rapporto con l’Est e, dall’altra, compensa il crollo della domanda nel Sud orientando sempre più il suo export fuori dai confini comunitari (in particolare verso Cina e Usa). Intanto l’applicazione delle tecnologie digitali apre la strada a una nuova ristrutturazione: è la cosiddetta “Industria 4.0”, che consente alle imprese leader di intensificare il controllo sulle rispettive catene del valore. Infine, la contrazione dei tassi sui Bund – riconosciuti dagli investitori come “beni rifugio” – consente al governo di aumentare la spesa per fronteggiare le conseguenze sociali della crisi.

La situazione che ne deriva è tuttavia insostenibile per lo stesso paese guida. Il protezionismo Usa e la riqualificazione dell’industria cinese hanno già portato a una flessione della domanda estera con effetti rilevanti sull’economia europea. Un modello mercantilista in un mondo di crescente concorrenza fra grandi sistemi economici ha il fiato corto. D’altra parte, un riequilibrio della Ue non può derivare semplicemente dalla ripresa della domanda interna nel centro. Senza una nuova politica industriale che inverta la tendenza alla deindustrializzazione nella periferia gli squilibri strutturali sono destinati a perpetuarsi.

La suggestione con cui si chiude il libro sollecita una riflessione quanto mai necessaria. Il quadro che abbiamo davanti è però tutt’altro che confortante. Gli sconvolgimenti economici innescati dalla pandemia sembrano rafforzare le tendenze alla frammentazione del mercato globale, accentuando così la crisi del blocco di interessi che ha guidato l’europeizzazione – la concentrazione industriale-finanziaria mitteleuropea e le sue diramazioni periferiche. Dal 2008 esso non è più riuscito a garantire sviluppo e benessere all’intera area; oggi rischia di espellere pezzi anche all’interno del nucleo centrale. Il riflesso di questa crisi è la rivolta degli “esclusi” – a partire dai segmenti delle classi dominanti spiazzati dalle ristrutturazioni degli ultimi anni e da quelle che verranno. È questa la fonte del sovranismo. Fra questi settori però il conflitto non è il solo tipo di relazione possibile: la situazione eccezionale che stiamo vivendo potrebbe favorire una riforma della Ue nel segno di un compromesso fra quegli interessi. È il modello prefigurato dai paesi dell’Est, in cui la convivenza fra un’industria moderna, perfettamente integrata nelle catene del valore delle grandi imprese tedesche, e le attività tradizionali è stata suggellata da una spaventosa regressione sul piano dei diritti. Forse è un timore eccessivo, ma per neutralizzarlo sarebbero necessarie forze in grado di dare uno sbocco “progressivo” alla crisi. Ed è su questo che occorre concentrarsi.

Scritto da
Salvatore Romeo

Dottore di ricerca in Storia economica, è stato borsista presso l’Istituto italiano di studi storici. Ha curato la raccolta di scritti di Alessandro Leogrande su Taranto "Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale" (Feltrinelli, 2018) ed è autore di "L'acciaio in fumo. L'Ilva di Taranto dal 1945 a oggi" (Donzelli,2019). Si occupa di storia dell’industria, storia urbana e storia ambientale.

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