Una vita nella storia della democrazia italiana. Intervista a Emanuele Macaluso
- 29 Gennaio 2021

Una vita nella storia della democrazia italiana. Intervista a Emanuele Macaluso

Scritto da Maya Adereth e Davide Ceccanti

12 minuti di lettura

Emanuele Macaluso, recentemente scomparso, è una figura che ha avuto un ruolo di grande rilievo nella storia politica dell’Italia repubblicana. Iscritto al Partito comunista prima della caduta del regime fascista, fu segretario regionale della CGIL siciliana, membro della Direzione e della Segreteria del Partito comunista, parlamentare per sette legislature (1963-1992) e direttore de «l’Unità» dal 1982 al 1986.  Pubblichiamo questa intervista postuma, inedita in italiano, realizzata il 19 agosto 2020 e uscita in inglese il 26 gennaio 2021 nell’ambito della pubblicazione “Market Economies, Market Societies: Interviews and Essays on the Decline of Social Democracy” a cura di Phenomenal World, con la collaborazione del Think tank Agenda per il capitolo dedicato all’Italia. Si tratta del primo di tre contributi, a questo link l’intervista a Claudio Petruccioli e qui lintervista a Giuliano Amato, finalizzati all’approfondimento di alcuni nodi della storia della democrazia italiana.


Quando si è iscritto al Partito Comunista? Quali sono state le sue prime influenze ideologiche?

Emanuele Macaluso: Mi sono iscritto clandestinamente al partito nel 1941, sotto il fascismo. Avevo 17 anni e avevo quasi terminato gli studi. Allora studiavo all’Istituto Minerario di Caltanissetta, in Sicilia. C’era una forte organizzazione clandestina in città, all’epoca guidata da un operaio di nome Calogero Boccadutri, che finì per diventare il nostro capo cellula. Chi mi ha convinto ad aderire al PCI è stato però un amico, Gino Giannone, che è venuto a trovarmi in ospedale quando avevo la tubercolosi. Mi ha dato l’indirizzo di Calogero Boccadutri che, non appena uscito dall’ospedale, ho contattato per unirmi al partito.

Il mio rapporto con il PCI è iniziato così, di nascosto. Ero responsabile dell’educazione politica, del nostro giornale e della nostra biblioteca. Erano così importanti che, quando Caltanissetta fu bombardata, il mio amico Michele Cala morì cercando di salvarli. È così che ho iniziato la mia vita politica come militante comunista clandestino.

 

L’antifascismo era quindi la sua motivazione principale?

Emanuele Macaluso: Vi era anzitutto l’antifascismo, combinato però con le condizioni sociali della Sicilia e della mia città. Caltanissetta era una città di minatori di zolfo, dove tutti condividevano ampiamente una coscienza politica di sinistra. Il gruppo che ho organizzato era composto da altri ragazzi della scuola mineraria, tutti figli di operai. Siamo andati alla scuola mineraria perché non eravamo in grado, in termini di opportunità concrete, di andare al liceo, e nemmeno di ottenere un’istruzione tecnica. Mio padre era un ferroviere. Non è mai stato promosso perché è andato in sciopero nel ‘22, ma nel dopoguerra lo hanno nominato macchinista.

 

Ci racconti della sua esperienza nell’organizzazione sindacale in Sicilia nel dopoguerra, tra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Emanuele Macaluso: Dopo la Liberazione ho iniziato subito a lavorare per il sindacato. Ho organizzato le prime manifestazioni per riaprire le miniere allagate. I minatori erano ben organizzati, ma c’erano anche muratori, contadini e fornai di Caltanissetta. La Camera del Lavoro presso cui lavoravo era al centro delle lotte dei lavoratori di ogni estrazione sociale: all’epoca c’erano anche assemblee di donne vedove che lottavano per la pensione. Nel 1947 si tenne a Caltanissetta il congresso regionale della CGIL unitaria, a cui partecipò Giuseppe Di Vittorio. Il Segretario della CGIL mi propose di diventare segretario regionale della CGIL e per questo mi portò al congresso nazionale di Firenze.

All’epoca avevo appena 23 anni. Il problema fu che ero nato e cresciuto a Caltanissetta, ero giovane e con poca esperienza e non sapevo nulla del resto della Sicilia. Dover guidare il movimento sindacale siciliano a 23 anni era un rischio enorme, soprattutto all’indomani della strage di Portella della Ginestra, che ben sottolineava la crudezza anche fisica dello scontro politico e sindacale di quelli anni. Tuttavia, le già profonde convinzioni umane e politiche mi convinsero ad accettare la sfida e a trasferirmi Palermo.

 

Con le nuove reti clientelari e mafiose, come cambia il conflitto di classe dopo la Liberazione?

Emanuele Macaluso: È cambiato profondamente, soprattutto a causa delle enormi lotte sulla distribuzione della terra. Subito dopo la Liberazione, l’allora ministro comunista dell’agricoltura, Fausto Gullo, promosse due importanti misure: una che assegnò terre incolte o mal coltivate a cooperative di agricoltori, e un’altra dedicata alla campagna. Prima di allora in Sicilia la terra era principalmente dedicata alla coltivazione del grano: due terzi del grano prodotto su un appezzamento di terreno andavano al proprietario e il terzo rimanente ai contadini che lavoravano la terra. Gullo ha ribaltato completamente la proporzione, chiedendo che il 60% del prodotto andasse ai contadini. Ci furono aspre lotte, sia per l’assegnazione della terra stessa, sia per la divisione del prodotto tra contadini, proprietari e mafia, che aveva interessi nei latifondi e li affittava. Le terre degli aristocratici erano tutte nelle mani di Calogero Vizzini, il capo della mafia siciliana. Ci sono stati morti, sparatorie e arresti, e questo è peggiorato dopo che i comunisti hanno lasciato il governo. Ma questo momento per noi fu anche il passaggio dalla ribellione alla politica. Abbiamo iniziato a pensare chiaramente a come la sinistra può governare.

 

Nel 1951 venne eletto nell’assemblea regionale della Sicilia. Già nel 1958 si è trovato a gestire una situazione senza precedenti: ha creato una maggioranza politica che escludeva la DC.

Emanuele Macaluso: Ecco la storia: il bilancio era in discussione all’assemblea regionale. Il bilancio della Regione non è come quello nazionale, che è diviso per settori. Viene discusso nel suo insieme, comprese tutte le politiche pubbliche. Il budget proposto fu respinto e, seguendo la prassi, il Presidente avrebbe dovuto dimettersi. Ma il Presidente della Regione in quel momento, il DC Giuseppe La Loggia, rifiutò di dare le dimissioni. Abbiamo continuato a ostacolare il bilancio per due mesi, al termine dei quali La Loggia accettò di fare un passo indietro. Fu allora che iniziò la battaglia politica per la nuova giunta. La Loggia si dichiarava seguace di Fanfani, leader della sinistra della Democrazia Cristiana e all’epoca Presidente del Consiglio, e il partito presentò al suo posto un uomo di nome Lo Giudice, che non trovò la maggioranza. A quel punto la nuova candidatura autonomista di Silvio Milazzo fu sostenuta dai dissidenti della DC, quelli che non erano sostenitori di Fanfani e non avevano votato per Lo Giudice. Milazzo è stato uno dei massimi esponenti della DC siciliana, essendo stato anche Assessore all’Agricoltura, ma venne espulso dal partito proprio in ragione di questa sua ribellione alla linea centralista di Fanfani e subì anche l’attacco diretto del Vaticano.

Al secondo tentativo, appena 5 mesi prima delle nuove elezioni, riuscimmo a farlo eleggere Presidente della Regione. Milazzo ha quindi formato una prima giunta regionale con tutti i democristiani dissidenti che erano d’accordo con lui, riuniti nel USCS (Unione Siciliana Cristiano Sociale), assieme ad esponenti del PCI guidato da me, del MSI guidato da Dino Grammatico e con il supporto di un socialista. In seguito alle elezioni regionali del 1959, si formò invece una seconda giunta Milazzo senza l’MSI. Questa esperienza aprì insomma prospettive nuove, dimostrando che la DC poteva essere divisa isolandone e sconfiggendone le parti più conservatrici.

 

L’MSI era una forza che, nonostante i dieci anni passati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, era considerata apertamente erede del fascismo. Com’è stato politicamente accettabile stringere un’alleanza con loro?

Emanuele Macaluso: Era un gruppo con una storia legata al fascismo, ma non c’erano fascisti accaniti nel gruppo parlamentare siciliano del MSI. Inoltre, alcuni esponenti del MSI erano anti-mafiosi, mentre una parte della DC era legata alla mafia locale. Tuttavia, l’opposizione all’interno del PCI, e anche all’interno della dirigenza, fu molto forte, con le comprensibili ragioni di molti di noi che avevano fatto la Resistenza. Tra gli altri, Romagnoli e anche Amendola si opposero all’alleanza. Togliatti portò però avanti l’alleanza per indebolire il monopolio politico della DC. Politicamente, questo era il punto fondamentale per Togliatti: aprire un varco nella posizione dominante della DC alla guida del Paese. Causare problemi alla DC in una grande regione come la Sicilia stava indebolendo i nostri maggiori oppositori politici a livello nazionale.

 

Nel 1962 si è trasferito a Roma ed è entrato nella Segreteria del Partito. A quel punto, lei aveva già organizzato i sindacati in Sicilia, combattuto nel Parlamento siciliano e servito come segretario del partito in Sicilia. Era quindi già stato immerso in questioni politiche molto intense e complesse. Quali sono state le influenze teoriche che la hanno aiutata ad orientarsi e strutturarsi, sia prima che dopo l’arrivo a Roma? Come funzionava l’infrastruttura educativa interna del partito?

Emanuele Macaluso: Nel 1962 fui chiamato a Roma da Paolo Bufalini per aiutare Berlinguer a prepararsi per il 10° Congresso Nazionale del Partito. Terminato il Congresso, ho sostituito Berlinguer come responsabile dell’organizzazione. Assumendo quindi già un ruolo di responsabilità, non ho mai frequentato la scuola del PCI alle Frattocchie. Ho solo letto molto e costantemente in forma autonoma, approfittando anche delle grandi risorse intellettuali presenti a tutti i livelli nel partito.

Politicamente, i dodici anni trascorsi a organizzare sindacati a Caltanissetta e nella CGIL regionale sono stati per me la vera formazione. La politica del lavoro e le relazioni sociali costruite intorno al rapporto salariale non sono mai state teoriche per me. Erano questioni che dovevano essere affrontate ogni giorno anche con modalità decise, ad esempio scioperando per oltre 60 giorni o occupando le terre. È qui che la mia esperienza differiva da quella di altri leader di partito. Personalmente ho conosciuto non centinaia, ma migliaia di militanti in tutta la Sicilia. Questa è stata la scuola che ho frequentato: il rapporto diretto e non mediato con il mondo del lavoro, con i contadini, con gli operai, con gli impiegati, mi ha dato una conoscenza molto diretta della realtà.

 

 Facendo un salto di qualche anno, qual è stata la sua esperienza durante l’ ”autunno caldo”, rispetto a questi primi anni nel movimento sindacale siciliano?

Emanuele Macaluso: Nel 1967 ero responsabile della stampa e della propaganda nazionale, una mia passione personale. Tuttavia, una profonda crisi stava scuotendo la Sicilia, tanto che Pio La Torre dovette lasciare la guida segreteria siciliana, e Longo mi chiese di tornare in Sicilia, per essere per la seconda volta Segretario generale della regione, lasciando quindi l’Ufficio politico del partito. Così durante il 1968 e il 1969 sono stato in Sicilia, dove il cosiddetto autunno caldo è stato vissuto in modo molto diverso dal Nord e dal resto d’Europa, perché non c’era una grande concentrazione della classe operaia. C’erano operai di cantiere, sì, ma il movimento siciliano non aveva il carattere che mostrava nelle manifestazioni altrove. Sono rimasto in Sicilia dal 1967 al 1972, anno in cui sono tornato di nuovo a Roma. Lì sono andato a dirigere l’azione del partito sull’agricoltura, che all’epoca era un settore essenziale della lotta politica.

 

Nel 1973 due grandi sconvolgimenti ruppero gli equilibri politici. Mi riferisco al rovesciamento del governo Allende in Cile e alla prima crisi petrolifera. All’interno del partito, Berlinguer, divenuto segretario nel 1972, introdusse due grandi innovazioni: internamente propose un avvicinamento alla DC ed esternamente sviluppò l’eurocomunismo e il distacco da Mosca. Come è cambiato il PCI negli anni Settanta?

Emanuele Macaluso: Il giorno del colpo di stato cileno, ero in vacanza in URSS con Luis Corvalan, il segretario generale del Partito comunista cileno. Quando abbiamo saputo la notizia, abbiamo fatto insieme il viaggio di ritorno a Roma, e da lì è poi ripartito per il Cile. Il colpo di stato è stato un segnale decisivo dei cambiamenti nel clima internazionale. In particolare, era il segnale che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato un governo socialista nel loro cosiddetto “cortile di casa”. In Italia abbiamo organizzato massicce manifestazioni in solidarietà con il governo Allende.

Se poi si guarda all’impatto sul contesto italiano, si è a volte sostenuto che vi sia stato un cambiamento nella strategia togliattiana della via italiana al socialismo, a cui ho dedicato un volume apposito, ma questo è vero solo in parti. Molti hanno anche sostenuto che Berlinguer abbia rivoluzionato il PCI favorendo un rapporto più stretto con i Democratici Cristiani con lo scopo di arrivare all’alternanza di governo, dimenticandosi che questo era l’auspicio di una parte soltanto dei dirigenti e della base e non l’obiettivo teorizzato.

Un’innovazione significativa invece, che viene a volte tralasciata, è quella nella relazione con i socialisti. Per quanto ne so, Berlinguer mirava a sviluppare un rapporto diretto con i cattolici, quello che Petruccioli chiamava “compromesso storico”, anche al fine di evitare un rapporto con il PSI. Un rapporto diretto con il partito socialista, magari nell’ottica di una futura unione, avrebbe spaccato il nostro partito. C’era una parte troppo grande del partito ad essere contraria. Così il rapporto pratico PCI-DC si è formato esplicitamente contro i socialisti: in questo senso sì, bypassare i socialisti era qualcosa di impensabile prima di allora.

L’eurocomunismo nasce invece da un accordo tra Berlinguer, Marchais e il segretario del Partito comunista spagnolo. Non era tanto inteso a rompere con l’Unione Sovietica, quanto a indicare che non c’era solo Mosca, ma c’erano anche Parigi, Roma e Madrid. È stata una scelta coraggiosa, in linea con la via italiana al socialismo, e, a mio avviso, ricca di possibilità che non si sono mai concretizzate. Marchais fu rimproverato duramente da Mosca e il partito comunista francese abbandonò la nave. Ma l’intuizione di indicare una pluralità di centri fu straordinariamente positiva per il comunismo internazionale.

 

Alcuni vedevano l’Eurocomunismo come un passaggio verso la socialdemocrazia.

Emanuele Macaluso: Segnalare l’autonomia dai Soviet, come anche affermare a Mosca i valori democratici e dichiararsi a favore dell’appartenenza alla NATO, ha certo aperto la possibilità a un nuovo rapporto con la socialdemocrazia. Era un impegno per un movimento democratico e graduale verso il socialismo. Ma questo cosa significa? Eravamo impegnati a conquistare il potere, la nostra idea di politica era integrata con i bisogni della società e si nutriva di problemi quotidiani reali, a differenza di buona parte dello scontro politico di oggi. Questa dinamica tra via democratica al socialismo e socialdemocrazia avrebbe potuto creare qualcosa di profondamente rivoluzionario in Europa. Ma purtroppo l’impegno non c’era fino in fondo, e le differenze nel concepire le riforme di sistema rimasero non sciolte.

 

Vorrei parlare della riforma della scala mobile del 1983-84. Quale fu la posizione politica del PCI per il referendum dell’85? Quali cambiamenti più ampi nel rapporto tra il partito e il suo elettorato emergevano con il referendum?

Emanuele Macaluso: Il referendum sulla scala mobile è stato molto complesso. La scala mobile ha aiutato i lavoratori ancorando i salari all’inflazione ma, a metà degli anni Ottanta, il grado di inflazione che sperimentavamo conduceva a forti divisioni e nuove problematiche. C’era molta tensione tra i lavoratori per il referendum, e i dirigenti sindacali sia della CGIL che della CISL hanno dovuto gestire la situazione con delicatezza. La “marcia dei quarantamila” è sintomatica dei cambiamenti fondamentali che questo periodo rappresenta: è stata una protesta dei dirigenti, dei quadri medio-alti, quindi in difficoltà nel rapporto col PCI, ma certo non dei lavoratori che rappresentavano il cuore di classe del partito. Questa dichiarazione di identità politica da parte della classe professionale non si era mai manifestata prima nella storia italiana. L’idea che sia i padroni che i lavoratori stessero marciando per le strade era una novità assoluta.

 

Tuttavia il referendum dell’85 fu una sconfitta per il PCI.

Emanuele Macaluso: Il referendum è andato perso a causa delle divisioni tra PCI e CGIL. Berlinguer, estremamente coinvolto nel referendum, credeva che Luciano Lama avesse dei dubbi sulla linea. E infatti, Lama pensava che la scala mobile stesse cadendo a pezzi e contribuendo in modo decisivo a un’inflazione troppo dannosa. A queste tensioni si è aggiunto un accordo firmato da Formica e Napolitano, i capigruppo dei socialisti e dei comunisti, che hanno provato ad attenuare le ragioni che spingevano al referendum. Questo accordo è stato respinto a titolo definitivo da Berlinguer, che considerava il referendum una battaglia cruciale, pratica ma anche simbolica e quindi importante in termini di egemonia, nel più ampio schema del conflitto di classe.

Alla morte di Berlinguer nel 1984, il PCI entrò in un periodo di declino. Natta escludeva gli elementi riformisti del partito, dando spazio così a un chiaro intento politico di restaurazione di idee anche superate. Il partito è andato quindi disconnettendosi dalla pratica di governo e dai bisogni reali dei lavoratori, tanto che negli anni successivi la presenza e il rapporto con le componenti sociali e con la base sono andati scemando fino a scomparire quasi del tutto ai giorni nostri.

 

Tra la caduta del muro di Berlino nel 1989 e gli scandali giudiziari che portarono allo scioglimento del PSI nel 1992-94, ci furono diversi tentativi di avvicinare PCI e PSI, forse addirittura per ricucire lo strappo del 1921. Questi non hanno mai funzionato. Cosa ha impedito alla sinistra di unificarsi in quegli anni, in particolare dopo la trasformazione del Partito Comunista Italiano in Partito Democratico della Sinistra (1989-91)?

Emanuele Macaluso: Sotto la guida di Occhetto, molti nel partito sono diventati sempre più diffidenti nei confronti del PSI. Da parte sua, Craxi ha sempre sostenuto che l’unità di sinistra doveva essere basata sulla leadership socialista. Piuttosto che unirsi, le parti si sono sempre più separate in quegli anni. La verità è che Occhetto non ha ritenuto strategicamente essenziale il rapporto con il PSI. Ma oltre a questo, il PCI ha sperimentato divisioni interne. Dopo la morte di Berlinguer, ho esposto un patto firmato tra Occhetto e D’Alema in cui pianificavano la loro successiva direzione del partito. Ma subito dopo la mia pubblicizzazione, è cresciuta la diffidenza reciproca e il partito si è diviso attorno alle loro personalità in fase di scontro, piegandosi su sé stesso.

 

Lei sta quindi suggerendo che la competizione silenziosa per la leadership tra D’Alema e Occhetto abbia impedito al PCI di dialogare più apertamente con il PSI. Spesso invece, specie tra chi era nel PCI/PDS, la mancanza di dialogo tra le due parti è attribuita a Craxi.

Emanuele Macaluso: Né Occhetto né D’Alema volevano un rapporto strategico con il PSI, in particolare come lo immaginava Craxi. Ma è certo vero che Craxi non è riuscito a mantenere l’accordo stipulato con Berlinguer negli anni Settanta. Il primo spostamento a sinistra del PSI fu del tutto abbandonato e, non appena si presentò l’occasione di guidare il governo, Craxi fece un accordo con la Democrazia Cristiana e creò il Pentapartito. La strategia di Craxi era ottenere il consenso e cessare di essere una minoranza. Ma questo non è mai successo, non ha mai superato il 14% dei voti.

 

La considera un’occasione persa?

Emanuele Macaluso: Sì, senza dubbio. Dopo la morte di Berlinguer e dopo le elezioni europee che seguirono, il PCI raggiunge l’apice con il 34% dei voti. Dopo questo punto, il PCI inizia lentamente a declinare. La caduta del PCI in quegli anni fu causata dalla morte di Berlinguer in sé o da processi politici, culturali ed economici operanti a livello internazionale? Penso che la seconda ipotesi sia più vicina alla realtà. I tempi erano semplicemente cambiati. Ma questi cambiamenti avrebbero potuto essere affrontati diversamente se la sinistra fosse stata unita. Poiché la sinistra non si è dotata di un orizzonte culturale nuovo e strutturato quando ne ha avuto l’occasione, la forza degli eventi ne ha spazzato via la presenza radicata nella società, tanto che oggi ci troviamo in un momento in cui essere un uomo di sinistra, figuriamoci un socialista, è visto come offensivo.

 

Quali lezioni può trarre la sinistra dall’esperienza del PCI tra gli anni Settanta e Ottanta?

Emanuele Macaluso: La cosa più importante è costruire una forza politica che sia radicata nelle esperienze della società. Al Partito Democratico oggi manca questa spinta popolare, così come ai singoli leader manca quella visione collettiva. Si è voluto creare e portare al governo una grande forza senza però avere un piano politico nella società. Qualsiasi partito, in particolare se di sinistra, che si dissoci dalla vita reale delle persone e dai bisogni concreti, che non si chieda continuamente se rappresenti i movimenti e le aspirazioni nell’elettorato, si dissolverà nell’oscurità. Al contrario, ogni movimento popolare ha bisogno di un’organizzazione che politicizzi i disordini sociali. Senza organi di governo interni, i partiti sono ridotti a aggregati elettorali al servizio dei loro leader, come lo sono già alcune forze politiche piccole e grandi.

La nostra base è cambiata, ma non è scomparsa e, analogamente, le nostre ragioni per esistere e per combattere stanno diventando sempre più pronunciate. Questo impone un ripensamento dell’organizzazione politica della sinistra italiana. Occorre correggere la rotta finché siamo in tempo.

Scritto da
Maya Adereth e Davide Ceccanti

Maya Adereth: Dottoranda in sociologia alla London School of Economics e associate editor di Phenomenal World. Ha conseguito la laurea in filosofia e matematica presso l’Hunter College di New York e un master in politica comparata presso la stessa London School of Economics. Davide Ceccanti: Research manager a VVA Economics & Policy, dove svolge attività di attività di consulenza per le istituzioni UE, e membro del Consiglio Direttivo del Think tank Agenda. Dopo la laurea in scienze politiche all’Università di Bologna, ha ottenuto un doppio master in economia politica internazionale presso la London School of Economics e Sciences Po Parigi.

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