“Il valore di tutto” di Mariana Mazzucato

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Recensione a: Mariana Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 384, 20 euro, (scheda libro).


In una scena del film Wall Street, Gordon Gekko affermava che «il denaro di per sé né si fa né si perde, semplicemente si trasferisce da un’intuizione ad un’altra, magicamente. Quel quadro lì lo comprai dieci anni fa per 60mila dollari, oggi potrei venderlo per 600mila […] io non creo niente, io posseggo». Da questa frase emergono i principali elementi che Mariana Mazzucato affronta nel suo ultimo libro The Value of Everything: Making and Taking in the Global Economy, tradotto in italiano con il titolo Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae nell’economia globale ed edito da Laterza. In questo libro l’autrice affronta il tema del valore, un concetto centrale nella teoria economica per gli economisti classici e per Marx, ma che con la nascita della teoria neoclassica, l’attuale mainstream della teoria economica, è stato messo da parte. Ciò fa sì che i processi di creazione ed estrazione del valore vengano confusi tra loro e la ricerca di rendita sia vista più facilmente come creazione di valore. Ciò rende l’innovazione più difficile e la crescita prodotta meno inclusiva, causando un aumento delle disuguaglianze. In questa recensione verranno proposti diversi elementi analizzati da Mazzucato ritenuti particolarmente rilevanti per il dibattito pubblico e non solo.

Il valore nella teoria economica

Nel corso della storia, con lo sviluppo di nuove teorie economiche si è creato un “confine di produzione”, al cui interno stanno coloro che sono ritenuti “creatori di valore”. Al di fuori di tale confine vi sono invece i beneficiari della ricchezza prodotta dai primi, che estraggono valore tramite l’ottenimento di una rendita, o beneficiando di una redistribuzione del valore prodotto, ad esempio tramite politiche di welfare. Le dimensioni di questo confine non sono mai state fisse nel tempo, perché la sua determinazione è stata influenzata da forze sociali ed economiche[1].

Tuttavia, con la necessità di rispondere specialmente al pensiero marxista nel XIX secolo nacque quella che è attualmente nota come “economia neoclassica” o “rivoluzione marginalista”. Con questo approccio teorico il prezzo diventa misura diretta del valore: «la dimensione di un mercato per un determinato bene, ovvero il numero di prodotti che devono essere venduti prima che l’utilità marginale non copra più i costi di produzione, è spiegato dalla scarsità, quindi dal prezzo, degli input nella produzione». Ciò dipende anche dalle preferenze dei consumatori, perché il valore di un bene è rintracciabile nell’utilità che quel bene ha per il consumatore, fino a quando il sistema non raggiunge un equilibrio. Il concetto di equilibrio, fondamentale per capire l’economia neoclassica, «ha l’effetto di descrivere il capitalismo come un sistema pacifico guidato da meccanismi di concorrenza» che si stabilizzano da soli e che non devono subire interferenze. In questo sta il fortissimo contrasto col pensiero di Marx, che vedeva invece il capitalismo come un sistema caratterizzato dal conflitto di classe[2], pieno di disequilibri tutt’altro che ottimali.  Il confine di produzione diventa quindi malleabile, poiché qualunque cosa legalmente scambiata sul mercato per un dato prezzo produce valore: da quel momento in poi la finanza viene considerata produttiva. È importante tenere a mente tutto questo perché avrà conseguenze rilevanti. È infine importante ricordare che nessuna scuola di pensiero (dai mercantilisti ai neoclassici) ritiene lo Stato un attore produttivo.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il valore nella teoria economica secondo Mazzucato

Pagina 2: L’ascesa della finanza: il “casino capitalism” 

Pagina 3: Innovazione ed estrazione del valore


[1]  I mercantilisti, come noto, teorizzavano che il commercio fosse cruciale per la creazione di valore, i fisiocratici affermanvano che il valore derivasse dalla terra (quindi agricoltura e attività estrattive erano ritenute produttive), mentre gli economisti classici e Marx ritenevano che fosse il manifatturiero il cuore del confine di produzione.

[2]  Per i neoclassici infatti, in condizioni di equilibrio i salari sono uguali alla produttività marginale del lavoro e non rispondono a dinamiche di potere come per Marx.


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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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