“Il valore di tutto” di Mariana Mazzucato

mazzucato

Pagina 2 – Torna all’inizio

L’ascesa della finanza: il “casino capitalism” 

Le attività finanziarie che sono cresciute di più dal 1980 ad oggi sono l’asset management e i prestiti alle famiglie. Tuttavia nel corso del tempo, anche grazie all’attività di lobbying condotta dal settore finanziario e per via dell’idea sempre più forte fra la classe politica che il mondo della finanza creasse valore, sono state tolte moltissime regolamentazioni al settore (una su tutte la possibilità di scambiare i derivati, che sarebbero diventati l’innesco per la crisi del 2008). Il prodotto di questa deregulation è stata una finanza “autoreferenziale”. Mazzucato afferma che le aziende continuerebbero a finanziare gran parte degli investimenti in produzione e product development tramite risparmi interni, trattenendo la somma dai propri guadagni. Secondo l’autrice «solo il 15% dei fondi generati dalla finanza viene diretto verso aziende non finanziarie[3]. Il resto viene scambiato fra istituzioni finanziarie, facendo sì che il denaro cambi semplicemente mano». Le istituzioni finanziarie hanno creato denaro soprattutto scambiando fra di loro denaro già esistente. A questo bisogna aggiungere la crescente propensione per attività di shorting (tipica degli hedge fund) cioè scommettere contro la probabilità che un certo evento si verifichi[4], il tutto mirato a ottenere profitti nel breve termine. La passione per il breve termine è condivisa anche dalla private equity (PE), che tecnicamente investirebbe su attività produttive: la aziende di PE investono in imprese di cui assumono la proprietà e la gestione, per poi rivenderle dopo un periodo di 3-7 anni (o lanciando un’IPO, un’offerta pubblica iniziale sul mercato azionario). Una pratica negativa delle aziende di PE è quella di fare debito per acquistare un’impresa e facendolo poi gravare sui conti dell’azienda stessa, continuando però ad estrarre dividendi.

Nell’estrazione di valore da parte della finanza sono cruciali i costi di transazione. L’abbassamento dei costi tramite la crescista dimensionale dell’azienda non si è mai verificato nel settore finanziario. Un fenomeno aggravato dai molti hedge fund che si «specializzano in scambi ad alta frequenza, comprando e vendendo asset velocemente e in grandi volumi anche nel giro di pochi secondi tramite computer speciali, che fa aumentare i costi per gli investitori». Nel 1993 una revisione del SNA, un sistema che stabilisce standard internazionali per il calcolo della contabilità nazionale, ha incluso i costi dell’intermediazione finanziaria (il FISIM) nel calcolo del valore aggiunto. Da allora i costi della finanza fanno crescere il PIL. Ciò rafforza la narrazione di una finanza creatrice di valore, che è diventata talmente pervasiva da produrre effetti anche sull’economia reale, come dimostra la diffusione dell’idea di “massimizzazione del valore dell’azionista”, con cui sono stati giustificati programmi di riacquisto delle azioni da parte di moltissime aziende non finanziarie, che hanno sottratto fondi agli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S). Fra il 2003 e il 2012, 449 aziende dell’indice Standard and Poor’s 500 hanno impiegato 2,4 trilioni di dollari (più di 2mila miliardi) per riacquistare le proprie azioni[5]. L’idea è semplice: confidando che il valore delle azioni aumenti, le aziende riacquistano le proprie azioni per poi rivenderle in futuro.

Le conseguenze di questo atteggiamento sono due: da un lato gli investimenti di lungo periodo calano a favore della ricerca di profitti immediati, dall’altro questi piani di riacquisto rafforzano le disuguaglianze. Questo perché il riacquisto delle azioni è qualcosa di cui beneficiano soprattutto i manager e pone il problema della redistribuzione dei guadagni nelle aziende. In questo senso il caso di Apple è significativo: nel 2011 i 9 top manager di Apple hanno guadagnato 440,8 milioni di dollari, cifra pari a quanto guadagnato dai 17.600 dipendenti dei negozi Apple negli USA[6].

Continua a leggere – Pagina seguente


[3] Froohar, R. (2016), Makers and Takers, New York: Crown, p.7.    

[4] Nel 1992, ad esempio, George Soros scommise un miliardo di dollari contro l’ingresso del Regno Unito negli Accordi Europei di Cambio.

[5] Lazonick, W. (2014), Profits without prosperity, in “Harvard Business Review”, settembre 2014.

[6] Mazzucato, M (2015), Lo Stato innovatore, Laterza.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

Comments are closed.