I vari aspetti della cultura politica
- 14 Gennaio 2017

I vari aspetti della cultura politica

Scritto da Salvatore Biasco

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I vari livelli si intrecciano

Ovviamente questi quattro modi di declinare la cultura politica (l’antropologia, le interpretazioni della società, la politica nel contingente e la funzione intellettuale) a interagiscono tra di loro.

Ci sono aspetti spontanei nella cultura di massa propria del popolo di sinistra derivati dalla memoria o da un’idea elementare di giustizia sociale, o da altro, ma c’è anche un modo di assorbire, far proprie e diffondere le linee di ragionamento e giudizio che discendono dall’alto facendone leva di azione e orientamento. C’è quindi una responsabilità pedagogica che attiene a chi esercita una guida popolare.

Questa non è stata più svolta, anche per l’affievolimento dell’azione collettiva. Il che ha agito in due direzioni, o portando al disarmo e rassegnazione di chi è stato investito dal senso comune (fatto proprio anche a sinistra) che non vi sia possibilità di alternative sostanziali al modo d’essere della società moderna; oppure, portando – chi ha mantenuto gli ingredienti tradizionali – a orientarsi verso il ribellismo, la protesta o l’agitazione di velleità confuse e irrealistiche espresse emotivamente più che politicamente. La sinistra ha cessato di essere la sfida interna alla società di mercato e definire sé stessa in relazione dialettica col sistema capitalistico in un progetto di governo effettivamente riformista (nel senso che dirò dopo).

In tal modo, la leva che essa ha sempre fatto su quella disposizione critica del suo popolo e sulla vigile forma mentis dei militanti (i quali nel tempo andato avevano spontaneo il riferimento critico verso i meccanismi del sistema economico nel suo insieme) è un patrimonio andato sostanzialmente disperso. Quella disposizione critica era una porta sempre aperta per la ricerca dei correttivi democratici, che poi si è dissolta progressivamente sotto la suggestione che era necessario appropriarsi – sia pure inseguendo qualche impronta propria – dei caratteri e delle “leggi” che la modernità ha impresso ai sistemi economici; una modernità consacrata come tale da un consensus non sfidato.

Se mettiamo una di seguito all’altra le proposizioni veicolate dagli orientamenti e dalla pratica, forse più che da una teorizzazione propriamente riflettuta, la sequenza è impressionante e fa capire quanto si sia stati lontani dal costruire una alternativa culturale. Si tratta di proposizioni che possono pure avere qualche giustificazione relativa, ma che andavano discusse criticamente non assunte senza vero scrutinio e assolutizzate. Le elenco senza gerarchie:

che il mercato sia l’unico agente di crescita; che la concorrenza e liberalizzazioni siano indistintamente una strumento di efficienza; che le politiche debbano essere business friendly; che la figura destinataria della politica economica sia il consumatore individuale; che le politiche debbano far perno solo sull’offerta e che questo imponga mercati flessibili; che l’obiettivo primario nel mercato del lavoro sia l’employability non l’occupazione e i diritti; che i sindacati siano elemento superfluo di rigidità e conservazione; che lo scopo delle imprese pubbliche sia di creare valore ed essere sottoposte allo scrutinio e alla logica del mercato; che quelle dei servizi pubblici locali siano imprese come tutte e non elemento della cittadinanza; che l’autonomia delle parti e gli esiti contrattuali possano far premio sul diritto; che lo stato debba essere leggero, e che per sua natura è inefficiente; che l’amministrazione pubblica debba introdurre regole che simulino il settore privato; che il riferimento all’efficienza pubblica non possa stabilire criteri diversi dal riferimento al metro su cui la misurano i privati; che le tasse vadano ridotte anche diminuendo i servizi; e altro. Si potrebbe poi citare il disarmo verso la ricchezza e le diseguaglianze.

Intendiamoci: con ciò non affermo che non ci sia da incorporare nella cultura della sinistra un’attenzione alle conseguenze indesiderate dell’azione sociale, capire le conseguenze sulle classi più deboli e sui diritti di cittadinanza di burocrazia, sprechi e inefficienze amministrative nella produzione di servizi pubblici, impadronirsi del rapporto strumentale con il mercato tra i mezzi dell’azione pubblica, quando necessario a rompere oligarchie o oligopoli privati. Ma un conto è questo, un altro è avallare nella direzione degli indirizzi citati l’idea che il riformismo sia la realizzazione delle “riforma di struttura” come son venute a definirsi nel senso comune e nei precetti neo liberali e tecnocratici, invece di intendere il riformismo come quell’intervento sui meccanismi che spostano potere e reddito, aumentano la socialità nel processo produttivo e il controllo sugli esiti dei processi spontanei guidati dal mercato. E, in più, che creino partecipazione e protagonismo sociale. In altre parole; che correggano il capitalismo e lo pieghino il più possibile a strumento della volontà pubblica.

Non si mantiene una cultura antropologica e una identificazione politica senza una narrazione potente delle coordinate di marcia, e senza alimento a una soggettività critica che porti larghe fette della popolazione a percepirsi come soggetto della propria storia attraverso pratiche collettive. Ma questo presuppone formazioni politiche di grandi ambizioni e vedute, non partiti di opinione che trattino che trattino gli individui come una massa atomizzata (spesso di consumatori e utenti). Abbiamo smarrito (salvo risvegli improvvisi e tardivi, privi di orientamenti per l’azione) l’idea che i meccanismi, lasciati al mercato, producono instabilità, diseguaglianze e grave differenziazione di potere, che solo la politica può contrastare; che l’instabilità è congenita e va governata, che la società va costruita consapevolmente attraverso istituzioni e ingegnerie sociali che spostino potere e reddito e creino coesione e stabilizzazione; che a questo fine sia necessario contestualmente dotare i cittadini di strumenti politici (non di renderli oggetto del risparmio di qualche euro di spesa all’anno o di soluzioni illusoriamente tecnocratiche), che lo Stato è potenzialmente la migliore risorsa. E oggi, dato lo scollamento del popolo dalla politica, una soggettività critica e una energia identitaria non è ricostruibile senza proporre una scelta di campo che definisca il “chi siamo”. E vi sono temi, sui quali non posso entrare nel merito (l’ho fatto nel libro) quali quelli di avanzamento della democrazia, di qualità del progetto di governo, di difesa dello spazio pubblico, di eguaglianza, di ruolo dei corpi sociali, del tipo di rappresentanza e dei modi stessi d’essere espressi dal partito, nonché di snodi culturali, in cui la definitezza delle posizioni deve costituire una discriminante netta, tale da configurare una distinzione tra “noi” e “loro”. E questo vale anche per l’Europa: “noi” che a quel livello vogliamo ricostruire una economia mista, regole al capitalismo e alla finanza mondiale, politiche industriali e uno stato (europeo) socialmente significativo, a partire dal perseguimento della piena occupazione (quindi: non solo spazi per fare individualmente più debiti e utilizzarli nel mercato politico) e “loro” che si oppongono a tutto questo. E dobbiamo essere in grado, con un’azione culturale capace di approfondimento analitico, di impedire che molti militanti e elettori di quello che è stato il nostro popolo possano cadere dell’illusione di facili e regressive scorciatoie fuori dall’Europa.

L’organizzazione della cultura

Finora siamo rimasti sul terreno di come si presenta il quadro secondo le prime tre declinazioni che ho dato di “cultura politica” Per quanto sia un tema caduto in disuso vorrei toccare anche il quarto: la questione dell’organizzazione della cultura. Ne parlo perché i dirigenti da tempo non hanno più creduto in una funzione culturale. Se è vero che nulla della visione del mondo di un partito può (né deve) essere un prodotto squisitamente intellettuale è anche vero che l’organizzazione e la mobilitazione degli intellettuali e il rapporto che con essi si instaura – a partire dalle domande che sono loro trasmesse – è un pezzo cruciale di identificazione di un partito. Siamo passati dal Pci che mirava a una propria interpretazione della storia, della società, delle cose mondiali e prendeva posizione, anche direttamente, in dispute filosofiche, storiche, letterarie, e perfino artistiche, antropologiche e di teoria economica, ad oggi.

Per carità! Non vogliamo assolutamente questo, né rappresentazioni organiche, o visioni escatologiche, né chi le interpreta. Nessun integralismo, ma una qualche definitezza culturale, sì. Laicismo, non nebbia. Oggi non riusciremmo neppure a identificare quali siano i dieci testi fondanti che rendono comuni le coordinate culturali e politiche dello strato dirigente, del personale politico, militanti e simpatizzanti e che producono la base di omogeneità nel Pd. Abbozzare una risposta sarebbe impossibile (lasciamo stare l’ironia). Ugualmente impossibile sarebbe rispondere se ci chiedessimo quale la lettura venga data della società. E potrei continuare a lungo, aggiungendo i legami che si sono persi con l’accademia, dove anche che quel poco di battaglie che avvengono con implicazioni nella politica sono estranee a questa sfera, che non è più attrezzata né a captarle, né utilizzarle, tanto meno a alimentarle.

Le tante sensibilità presenti nella sinistra non possono essere un alibi. Sono una ricchezza se vi è un fondamento culturale di base comune, che presuppone dibattito aperto, ma non lo sono, se vi è disinteresse totale a stabilirlo e un “rompete le righe” che le trasforma in una baraonda priva di un baricentro (che, per giunta, non comunica nulla all’esterno).

Parlando di organizzazione della cultura, degli specialisti, della funzione tecnica nella politica, del ruolo e dell’investitura politica degli intermediari culturali con i saperi specifici, delle modalità di attivazione e mobilitazione delle energie intellettuali e tecniche, in realtà parliamo di “politica” e di come questa, nelle sue trasformazioni, abbia perso capacità di organizzare attorno alle sue domande (sempre meno definite) e alla sue battaglie (inesistenti) le competenze tecniche e la funzione culturale. Non è un caso che la sinistra ha rinunciato a combattere per un proprio punto di vista e per l’egemonia culturale e sia priva di antenne per intercettare fermenti e tensioni della società.

Qui non è questione di quei legami ineluttabili tra intellettuali e la politica che si stabiliscono come connessione spontanea, episodica e su base individuale, (generalmente priva di finalizzazione e di canali effettivamente aperti nelle due direzioni, oltre che di interconnessioni di ruoli). È questione di organizzazione e vera e propria mobilitazione e sollecitazione. Neppure si può dire che la funzione culturale sia risolta in via indiretta, spontanea o autogestita dall’esistenza di think thank, centri, fondazioni, quando in tutto ciò che ruota loro intorno le formazioni di sinistra non sono il referente, ne’ sarebbero in grado di esserlo, per cui le imprese culturali di area devono inventarsi una domanda politica (“come se”), e diventano spesso (loro malgrado) centri autoreferenziali o che funzionano per l’autosoddisfazione di chi vi opera, quando non si disperdono, disperdendo energie intellettuali. Di certo, non hanno possibilità di accrescere il capitale cognitivo collettivo.

Questo mi sollecita tre considerazioni che espongo sinteticamente.

Concepire una stanza di compensazione delle idee

La prima considerazione è che l’integrazione e l’utilizzo nella “macchina politica” dell’elaborazione intellettuale e tecnica non è un processo spontaneo a cui presieda qualche contatto personale o la circolazione di articoli, atti di convegno, convegni occasionali, siti internet, libri, ecc. (meno che meno rassegne stampa). Quell’integrazione è frutto di strutturazione, volontà e prassi politica, nonché di routine organizzate. La linfa vitale rimane l’esistenza di uno strato intermedio tra politica e mondo dei saperi, riconosciuto nei vari ambiti professionali e accademici e dell’azione collettiva, e capace di selezionare, sollecitare e tradurre in visione e proposta politica l’espressione, l’elaborazione e la testimonianza che da quegli ambiti proviene, integrando le persone e la competenza specifica nei processi di partito. Queste figure, su cui un partito non può non puntare, costituiscono il canale per dare rappresentanza a coloro che non si avvicineranno mai all’attività politica diretta, ma che per il loro lavoro si trovano in punti sensibili della società. Occorrono lunghe catene di attivazione di reti personali per mantenere vitale e organizzare una stanza di compensazione tra studiosi e esperti, che lavori a una selezione di idee e temi e a un inventario di proposte come supporto a un terminale politico. Ma senza la sponda di quel terminale un lavoro del genere non ha senso e l’attività individuale si disperde intellettualmente in modo centrifugo. Questo mobilitazione è mancata; le figure pivotali non hanno trovato cooptazione e investiture nella politica; la divisione tra interno e esterno si è accentuata, e molto è avvenuto nel segno dello spreco. Questa o quella individualità non colmano il vuoto perché ciò che conta sono ruoli vissuti collettivamente.

Senza questo impianto, fondazioni, consulte, sezioni tematiche, incredibili scuole quadri che possono di volta in volta esser inventate dai dirigenti, sono un orpello.

Ed esse non salvaguardano il patrimonio di motivazioni e disponibilità di uno strato più largo di intellettuali pronto a spendersi individualmente, ma che è un patrimonio deperibile – per disaffezione o disinteresse – se esso percepire l’utilità della partecipazione come evanescente, i metodi di lavoro dubbi, l’occasione di coinvolgimento estemporanea e priva di continuità e finalizzazione, le idee come utilizzate à la carte e poi gettate via, poca o nessuna influenza sulla formalizzazione delle questioni generali (e perfino settoriali specifiche), che rimangono comunque campo esclusivo degli insiders, che terranno la rappresentazione dei temi nelle sedi proprie e ne sceglieranno a discrezione le dosi di appropriazione (oltre tempi e modi).

In sintesi: il coinvolgimento come genere di consumo e non di investimento2.

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Scritto da
Salvatore Biasco

Professore di Economia Internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Formatosi a Cambridge è tra i fondatori della “Scuola di Modena”. È stato anche parlamentare nella XIII Legislatura (1996-2001) e Presidente della Commissione Bicamerale su fisco e, successivamente, come autore del “Libro Bianco” redatto dalla Commissione che porta il suo nome (2007) ha contribuito all’attuale legislazione fiscale sulle imprese e sulla finanza. Suoi libri recenti sono "Regole, Stato, Uguaglianza", "Per una sinistra pensante" e "Ripensando il capitalismo".

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