I vari aspetti della cultura politica

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I tecnici

Si potrebbe pensare che un partito non strutturato per le funzioni intellettuali sia tale per una preminenza che dà alle conoscenze tecniche, alla scienza dell’amministrazione e quant’altro orientato all’esercizio e al programma di governo. Per quanto possa esserne discutibile l’unilateralità di riferimento alle funzioni tecniche, queste sono necessarie alla politica. Ma neppure queste sono state coltivate.

È vero che un partito può presumere di trovare comunque i suoi quadri, i suoi staff e i suoi ministri in un esperienza di governo. Ma questi finiscono per costituire una élite che fa tutto in completa delega mettendo in pratica, nei campi di responsabilità, convincimenti personali, personali elaborazioni, quanto nasce da personali contiguità culturali a gruppi specifici della società. Personalità diverse danno luogo a varianti non piccole di politiche. Quest’élite “adottata” non ha il compito di tradurre in azione di governo una elaborazione collettiva, se non in senso molto lato. Per cui rischia di essere un corpo estraneo e poco integrato col resto dell’attività politico-partitica e con le sue pulsioni. Rischia di pesare e aver ruolo solo in sede tecnocratica mentre l’esperienza di governo è in corso, senza lasciare molto in sede politica (e culturale) ad esperienza finita. E ciò vale in modo singolare anche per il governo che ci ha preceduto in cui è stato il leader ad assumere su di sé l’autonomia che in altre esperienze attribuiamo ai ministri e al personale (in senso lato) di governo.

Tuttavia, che questa autonomia ci sia si capisce (e perfino si giustifica). Se escludiamo quella che ancora considero una straordinaria elaborazione prodotta dal Cespe nel 1991-4 e che ha pesato nei programmi successivi, ciò che proviene dai partiti sono generalmente declinazioni di buone intenzioni e petizioni di principio, che non riescono dare in qualche punto un senso dei bivi di scelta che una missione di governo comporta quando deve tradurre in provvedimenti effettivi (e in scelte concrete) impostazioni e formule generiche che aleggiano a molti metri dal suolo. E’ parte di una cultura distorta (praticata anche con più forza dalla sinistra più radicale) il pensare che l’enunciazione di un principio, di una intenzione, di una denuncia basta a definire una politica o una capacità di governo. E quindi, i programmi a sinistra continuano a rimanere un esercizio retorico e un adempimento formale, non un asse per l’azione e, al tempo stesso, il riferimento per la crescita di una ’identità collettiva.

Manca poi la sponda di un gruppo parlamentare, il quale, per sua collocazione, potrebbe potenzialmente essere il pivot della situazione sul piano culturale e programmatico. Quando questo si forma senza nessuna ambizione di farne la punta di diamante di una costruzione progettuale e l’interlocutore autorevole di una vasta mobilitazione di saperi, quando le carriere interne sono tutte cooptative e centrare sulla fedeltà, il clan, il cursus honorum nel partito, quando il rapporto con tecnici e portatori di saperi e centri di elaborazione è impostato in modo approssimativo, strumentale e spontaneistico, privo di domande o con antenne occluse ad intercettare e filtrare ciò che potrebbe essere, utile non è lo sbocciare dei cento fiori in azione, ma qualcosa vicino alla rinuncia a definire un progetto e una fisionomia, quale che sia.

I raccordi

La terza considerazione parte da un tema già toccato. Se da un lato abbiamo una fioritura, strutturata e riconosciuta, di centri di elaborazione, una abbondanza di think thank, una dovizia di personale tecnico e intellettuale disponibile a spendere il proprio tempo a servizio della politica e dall’altro un deficit di elaborazione, di strategia, idee e rigore, nonché una difficoltà a comprendere la società, è segno evidente che qualcosa non funziona. E che non funziona la selezione delle persone, delle idee, né la capacità di congiunzione dei due mondi.

La congiunzione dovrebbe anche riguardare il pezzo più spontaneistico di elaborazione che si esprime in rete, riflesso nella spinta a costruire siti, riviste on line, associazioni, portali e nella voglia delle persone di commentare, dire la propria, segnalare. È un campo verso il quale andrebbe indirizzata una significativa e immaginativa interlocuzione e convogliamento di idee. Un partito attento si darebbe le modalità e le risorse umane e finanziare per intercettare in rete tutto ciò che corre al suo esterno (si intende: di utile e costruttivo): per intervenire, discutere, dibattere, spiegare, orientare, recepire e rielaborare, porre domande. Anche questa presenza quotidiana è un modo di produrre cultura e conoscenza (in primo luogo per se stessi), oltre che di far valere un punto di vista, se necessario.

Tuttavia, qualsiasi organizzazione della cultura è difficile senza incontrare una classe politica lucida nel disegno di porsi come centro (committente e destinatario insieme) di un fermento intellettuale che essa stessa non solo può far montare, ma che, poi, deve far convergere attorno a sé con capacità di programmazione e discernimento.

Il prestigio, per concludere

Non sorprendiamoci se in uno scenario che vede un affastellamento di suggestioni un partito diventi permeabile a idee pret a porter che derivano dal senso comune, a sua volta plasmato da chi esercita un egemonia culturale e la coltiva con dovizia di mezzi e forte determinazione. Idee, che rischiano perfino di essere superate e messe in discussione da una nuova destra che ha guardato alla globalizzazione in modo meno idealizzato (anche se tutt’altro che corretto) di quanto una certa fiducia nel mercato e nell’impresa e un modo romantico di vedere il mondo, nonché un’acritica contiguità con le élite finanziarie, consentissero alla sinistra. E qui è un peccato che il tempo non mi consenta di sostare sul’“interesse” dei tempi

Riassumendo: con un humus culturale debole, non si può aspirare a dare battaglia per una egemonia politica e culturale. Un partito non pesa solo per i suoi voti, ma altrettanto per la considerazione, la stima e il rispetto che guadagna attraverso, il suo apparato di pensiero, i suoi programmi, la propensione a costruire la società, l’indicazione di una agenda, la capacità di saper offrire una classe dirigente competente e all’altezza delle funzioni che aspira a svolgere. Se ha poco da far valere in questa direzione e subisce, al contrario, una perdita di prestigio e di autorevolezza nella società, questo è un macigno difficile da rimuovere più ancora della perdita di consenso elettorale. Per risalire la china del prestigio non valgono cortocircuiti comunicativi o appelli ai buoni sentimenti.


1# Regole, Stato, uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, Luiss Univesity Press, 2016.

2# E qui lasciatemi esprimere lateralmente la delusione imprevista che ho provato, andando sul sito della Sinistra Riformista dove ho trovato la documentazione della sequenza ininterrotta di interviste, discorsi, dichiarazioni associate alle ragioni del No, e nessuna traccia di due ottime iniziative di merito su una visione prospettica del Paese, che pure vi sono state, che, se non altro per ragioni di immagine, avrebbero dovuto essere associate alla posizione sul referendum (e “oltre” la posizione sul referendum, in uno sguardo all’Italia del futuro).


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Professore di Economia Internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Formatosi a Cambridge è tra i fondatori della “Scuola di Modena”. È stato anche parlamentare nella XIII Legislatura (1996-2001) e Presidente della Commissione Bicamerale su fisco e, successivamente, come autore del “Libro Bianco” redatto dalla Commissione che porta il suo nome (2007) ha contribuito all’attuale legislazione fiscale sulle imprese e sulla finanza. Suoi libri recenti sono "Regole, Stato, Uguaglianza", "Per una sinistra pensante" e "Ripensando il capitalismo".

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