“Verbalizzare il sacro” di Jürgen Habermas
- 12 Luglio 2017

“Verbalizzare il sacro” di Jürgen Habermas

Scritto da Andrea Baldazzini

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Ragione e dialogo come media del sacro

Chiarite le premesse, è il momento di considerare più da vicino quanto trattato in Verbalizzare il sacro, che bisogna precisare essere un’opera dal contenuto specificatamente teoretico. Questo volume si presenta infatti come una profonda sintesi tanto dell’aspetto epistemologico quanto di quello politico. Qui ci si concentrerà maggiormente sui primi capitoli, probabilmente i più interessanti e originali, mentre per quanto riguarda il resto del libro basti fare presente che a guidare le riflessioni dell’autore sarà il concetto di Politico. Attraverso una sua genealogia verrà infatti rievocato il tema della teologia politica, discussa a partire dai lavori di Maria Pia Lara e in polemica con la concezione schmittiana. Secondo Habermas solo il liberalismo politico rawlsiano può rappresentare un valido contromodello a tutte quelle concezioni di normativismo forte che manifestano chiari tratti di radicalismo e dogmatismo totalmente antidemocratici. Proprio di Rawls è inoltre la frase che si potrebbe utilizzare se si volesse riassumere il nodo concettuale a partire dal quale l’autore costruisce tutto il suo lavoro e che ben dimostra come vi sia, al di là delle apparenze, una profonda organicità tra i diversi saggi. Essa recita: «la secolarizzazione dello Stato non ha affatto implicato una secolarizzazione della società». Questo è il vero cuore del problema, problema le cui radici affondano nelle origini delle pratiche ritualistiche e nelle visioni del mondo che le religioni da sempre hanno costruito.

Non è quindi un caso che l’autore prenda le mosse precisamente dal concetto di “mondo-della-vita” inteso quale “luogo delle ragioni”, qualcosa di differente dalle cosiddette “immagini-di-mondo” di matrice religiosa, e descrivibile come «quello sfondo immateriale di esperienze da cui non può prescindere alcuna esistenza storicamente situata, fisicamente incarnata e comunicativamente socializzata»[1]. Volendo essere essenziali, il problema potrebbe venire riassunto nel dovere, da parte del pensiero post-metafisico, di imparare a tenere conto della rimozione della dimensione vitale operata dal paradigma epistemologico positivista, che ha dimenticato l’importanza del fondamento di senso husserliano, scadendo in un bieco oggettivismo il quale, a sua volta, ha finito per negare persino l’accesso della ragione al discorso. Anche questo non è certo un tema nuovo nella riflessione habermasiana, più interessante però è la possibile soluzione che l’autore viene ora a proporre. L’oggettivazione bipolare dell’immagine-di-mondo – scienza della natura da un lato e scienza dello spirito dall’altro -, nonché il parallelo decentramento delle prospettive percettive e interpretative della soggettività conoscente, trovano un possibile rimedio nel concetto riformato di “mondo-della-vita”, inteso quale limite della possibilità di «oggettivare naturalisticamente l’autocomprensione soggettiva della quotidianità individuale» (p. 26). Detto in altri termini, la proposta habermasiana si identifica nella risposta alla de-trascendentalizzazione (cioè all’eliminazione di una realtà fondativa comune in grado di tenere insieme scienza, spirito e religione) dell’Io pensato a partire da una prospettiva di naturalismo debole. Già a questo primo livello epistemologico si può affermare che lo sforzo dell’autore vada nella direzione della costruzione di una realtà comune, nella convinzione che solo a partire dal riconoscimento di una dimensione vitale in cui tutti si trovano da sempre dati e che non necessita di essere conquistata, possa prendere vita una forma di intesa. Il problema è in sostanza quello di costruire una struttura teorica che permetta di considerare contemporaneamente, dando a entrambe la stessa dignità, religione e scienza quali espressioni di un’unica realtà condivisa.

È a partire da tali considerazioni che il mondo-della-vita si mostra come il luogo delle ragioni incarnate simbolicamente, luogo nel quale la comunicazione gioca un ruolo di non secondaria importanza. Com’è risaputo, per l’autore ogni atto comunicativo implica un insieme di regole, aspettative, doveri, insomma un vero e proprio agire. Allora, se comprendere un atto linguistico significa «conoscere il tipo di ragioni cui il parlante deve fare appello se vuole riscattare la pretesa di validità di ciò che ha detto» (p. 43), dovrebbe apparire più chiaro anche il titolo scelto per la versione italiana dell’opera. “Verbalizzare il sacro” significa in sostanza conoscere le ragioni indotte da una precisa immagine-di-mondo di natura religiosa, che andranno poi a tradursi in atti linguistici e infine in vere e proprie azioni, capaci di influenzare considerevolmente l’interazione e l’integrazione sociale.

La spiegazione del “mondo-della-vita” in termini comunicativi ha comunque richiesto all’autore innumerevoli passaggi che qui non è possibile affrontare nello specifico, basti ricordarne i principali: a partire dallo studio sulla nascita della dimensione vitale, l’attenzione si è poi concentrata sul trasformarsi dei gesti in veri e propri atti dotati di carica simbolica, i quali assumendo lo statuto di sapere condiviso daranno vita ad uno spazio di interpretazioni pubblicamente accessibile in cui ogni attore si trova già da sempre presente. Per ultimo Habermas si rivolge alle pratiche rituali intese come forme extraquotidiane di comunicazione portatrici di una normatività forte, elemento questo che giocherà un ruolo chiave nella terza parte dell’opera quando in discussione sarà la questione dell’integrazione socio-relazionale nei sistemi democratico-liberali contemporanei.

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Scritto da
Andrea Baldazzini

Ricercatore Senior presso AICCON, centro di ricerca dell’Università di Bologna dedicato alla promozione della cultura della cooperazione e del non profit, dove si occupa di imprenditoria sociale, innovazione e trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Svolge inoltre attività di formazione e consulenza per organizzazioni di terzo settore e pubbliche amministrazioni. Per «Pandora Rivista» è membro della Redazione.

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