Verso un ritorno al fascismo? Note su un fenomeno attuale
- 27 Ottobre 2017

Verso un ritorno al fascismo? Note su un fenomeno attuale

Scritto da Diletta Alese e Giulio Saputo

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La decadente retorica nazionale

Gli stati nazionali europei, per ridarsi legittimità nel dopoguerra, hanno sistematicamente riscritto la storia guardando al secolo “di ferro e fuoco” (Traverso) con una modalità sostanzialmente «retrospettiva», dando un giudizio sopraelevato di condanna unanime e di rigetto su tutto un periodo «che non ci appartiene» celebrazione ufficiale dopo celebrazione ufficiale (ovviamente si esclude le strumentalizzazioni di alcune parti politiche). Questa ricostruzione rimuove il fatto che quel passato, comunque, ci rappresenta e che le istituzioni democratiche, con buona parte dei valori moderati che immaginiamo come eterni, nell’Europa degli anni ’30/’40 stavano in realtà morendo. Non ci si può nascondere all’infinito dietro l’apparente velo della neutralità del giudizio.

Ci sono dei momenti nella storia in cui il grigio non è un’opzione disponibile tra bianco e nero, si deve scegliere. Gli europei che si sono opposti all’oscurantismo fascista non erano ovviamente solo “comunisti”, ma anche monarchici, liberali, democratici, cristiani, atei, socialisti: erano partigiani e avevano scelto l’antifascismo. Purtroppo invece, dalla Spagna alla Germania, passando per l’Italia, stiamo deliberatamente mettendo spesso tutto su un piano di parità, nella stessa “palude” dove i caduti del passato hanno il medesimo peso e lo stesso colore (Bolis) per salvaguardare una retorica nazionale morente al prezzo di una memoria proveniente da uno scomodo passato. La ricostruzione fittizia di un’unità della comunità di sangue della nazione ci costringe in termini di “oblìo” (Renan) ad eliminare il dramma della guerra civile: “Nessun cittadino francese sa se è Burgundo, Alano, Visigoto; ogni cittadino francese deve aver dimenticato la notte di San Bartolomeo, i massacri del XIII secolo nel Sud”. Lo stesso si può dire per l’Italia di oggi, e per esteso l’Europa, laddove a scontrarsi furono fascismi e resistenze. Aver accettato questo tipo di rimozione nella retorica istituzionale ha significato il declino della legittimità politica di un sistema e di un insieme di valori usciti vincitori da una guerra solo grazie al sacrificio di migliaia di persone che hanno scelto; e lo hanno fatto in un momento in cui non reagire significava essere conniventi con la violenza, il razzismo e la dittatura. Dobbiamo chiedere agli europei di capire questo coraggio e di ricordare che, oltre agli alleati o all’asse, esisteva una Resistenza da cui è nata l’Europa di oggi superando la sensazione che sia un “monopolio” della sola sinistra. Una democrazia che non ha memoria e non ricorda le sue radici è per sua natura fragile. Per dirla sempre con “Coda di lupo” di De André, rischiamo di esser ridotti come l’indiano che riflette tra sé affermando: “con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia, ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria”.

La crisi della politica e della sovranità? Una crisi di legittimità

Un altro serio problema per la legittimità delle istituzioni democratiche nazionali ed europee è la loro incapacità di agire in un mondo globalizzato. Evitando di addentrarsi nella crisi dell’Occidente, ci limitiamo ad evidenziare l’impossibilità degli stati nazionali europei di risolvere i problemi di fondo della politica interna e della politica internazionale, di garantire cioè l’espansione economica e la sicurezza (civile e sociale) dei propri cittadini. Da qui proviene una netta crisi di fiducia per istituzioni inefficaci (Albertini), per una bagarre che spesso nasconde solo la mancanza di idee di una classe politica che assiste impotente al progressivo dissolversi dei corpi intermedi. Ciò avviene perché il nostro sistema politico è organizzato su base nazionale e non è in grado di governare problematiche diventate ormai pienamente sovranazionali: non ne ha gli strumenti (finanza, criminalità internazionale, tutela dell’ambiente, ecc.). Questo ha reso la politica nazionale l’arte dell’amministrare l’esistente al ribasso, perdendo la possibilità di incidere sul futuro, allargando un polo sempre più vasto al centro per i partiti e sbiadendo il senso di una destra o di una sinistra nello schieramento parlamentare. Per i cittadini è sempre più difficile capire quali siano le menzogne, fondate sull’illusione di ancoraggi obsoleti, e quali le cose effettivamente realizzabili. Si è progressivamente radicalizzato il conflitto in uno scontro (Spinelli) tra chi cerca di governare le cose delegando il potere sul piano sovranazionale e chi vuole tornare indietro ad un passato impossibile poiché gli stati nazionali appartengono ad un tempo ormai lontano in cui le comunicazioni non andavano alla velocità di un click e dieci multinazionali non erano certo in grado di raccogliere più introiti di 180 paesi messi insieme (Oxfam).

È necessario dunque inquadrare il deterioramento della partecipazione e dei suoi contenuti nella più grande crisi delle democrazie nazionali, che non forniscono più i mezzi per assicurare una società che sappia, possa e debba scegliere. Occorrerebbe guardare a questo punto alla democrazia non solo come un insieme di norme statiche e assolute, ma considerandola un processo e un prodotto storico in continuo divenire (Kelsen). In pochi purtroppo si stanno chiedendo che genere di non-democrazia stanno producendo questi tempi di “interregno” (Balibar): il dramma di una società in crisi bloccata in un sistema istituzionale sovranazionale che non funziona.

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Scritto da
Diletta Alese e Giulio Saputo

Diletta Alese è laureata in Sociologia presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, specializzata nell’analisi e nello studio dei fenomeni migratori, dei processi di securitizzazione e delle discriminazioni di genere. Giulio Saputo è laureato in Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di Firenze, già Segretario Generale della GFE, è attualmente nel consiglio di presidenza del CIME e uno dei responsabili dell’UD del MFE.

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