Verso un ritorno al fascismo? Note su un fenomeno attuale
- 27 Ottobre 2017

Verso un ritorno al fascismo? Note su un fenomeno attuale

Scritto da Diletta Alese e Giulio Saputo

10 minuti di lettura

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L’imbarbarimento del linguaggio

Non ci soffermiamo sulla sterminata bibliografia che hanno scatenato le parole di Umberto Eco quando ha affermato un paio di anni fa che con internet “gli scemi del villaggio sono promossi a portatori di verità”. Però è senz’altro vero che, a causa anche di un uso improprio del giornalismo e delle “piazze virtuali”, uno specifico linguaggio politico e mediatico ha influenzato le masse irresponsabilmente o inconsciamente alla violenza e all’odio.

 

fascismo

Rapporto Vox 2015 sull’intolleranza, https://youtu.be/bcnQfTQ4JBY.

 

Come ci ricorda in “Fascisti del terzo Millennio” l’antropologa Maddalena Cammelli, “non si possono isolare i fascisti del terzo millennio come fossero mostri nostalgici, quando il linguaggio di CasaPound è lo stesso di Borghezio, di Matteo Salvini, ma anche di Beppe Grillo, Berlusconi, Renzi”. Il problema è che con questa “continuità di significati” alcune forze dichiaratamente fasciste hanno guadagnato negli anni una maggiore accettabilità e agibilità politica e mediatica accompagnata da una “banalizzazione crescente delle forme concrete di razzismo e fascismo”. Dovrebbe finire il tempo dei partiti che inseguono l’elettorato sparando al ribasso, svendendo i valori europei e democratici perché costano troppo in​ punti percentuale. Elevando i social a strumento politico, si è instaurato un sistema di giustificazione incondizionata delle opinioni: tutto viene automaticamente concesso in considerazione della mera libertà di espressione. Dimenticando la lezione di Popper, la conseguenza più tangibile è un appiattimento sullo stesso piano di legittimità della realtà. Qualsiasi filtro morale, politico e intellettuale viene annullato e quindi tutto diventa ugualmente vero, giusto o ammissibile.

 

fascismo

Rapporto Vox 2015 sull’intolleranza, https://youtu.be/bcnQfTQ4JBY.

 

La profezia auto-avverante della guerra tra poveri: il centro e le periferie

La mancanza di sicurezza civile e sociale sta diffondendo una paura dilagante tra i cittadini che fin troppo facilmente si sta trasformando in odio. Il migrante è diventato il bersaglio, suo malgrado, di tensioni interne alla società già fortemente radicate. La guerra tra poveri sembra essere iniziata: la profezia si è auto-avverata. Nella definizione di Merton: «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». La creazione dell’illusoria competizione tra migranti e autoctoni ha generato le condizioni di una guerra effettivamente in atto. Ma su quali presupposti? Basta banalmente confrontare le cifre del costo per l’accoglienza dei rifugiati (69 miliardi di Euro – anche se nello stesso periodo i profughi faranno crescere il Pil di 126,6 miliardi secondo l’economista Legrain) con il costo annuo dell’evasione fiscale nell’UE (mille miliardi di Euro) per comprendere come l’opinione pubblica e la politica si stiano mobilitando contro un nemico immaginario; eppure pare questa la strada strumentalmente più conveniente.

Stiamo vagliando il gramo bilancio di anni in cui la globalizzazione è rimasta ingovernata ed è stata caratterizzata dal predominio di politiche liberiste prive di regole. La crisi economica ha prodotto disuguaglianze approfondendo disparità già presenti nella società continentale e globale: la forbice sociale tra ricchi e poveri si è ampliata sempre di più, 1/4 della popolazione europea vive a rischio povertà o esclusione sociale (quasi 120 milioni di persone per Eurostat). Intanto, migliaia di persone continuano a morire per tentare di raggiungere la nostra parte di mondo. Oltre a questa doppia disparità economica europea ed extra-europea, dovremmo riflettere sugli scarsi riferimenti ideali esistenti in un mondo come il nostro privo ormai di grandi narrazioni e poggiato su un presentismo portato avanti all’ossessione. Non ci soffermeremo qui sulla crisi delle ideologie (Albertini) o sul deserto post-ideologico (Žižek) in cui siamo costretti a vivere, ma possiamo comprendere agilmente come questo terreno di povertà spirituale ed economica sia fertile per gli estremismi di ogni colore o religione. Continuare ad ignorare e a legittimare l’esistenza di disparità di ricchezza tanto impressionanti sta portando alla formulazione di due mondi paralleli: uno edulcorato, in cui la vita è legittima, e uno immondo, dove non lo è (anche perché non mediatizzato). Da un lato le città e dall’altro le periferie multietniche e “degradate”; da un lato l’Europa civile e dall’altro un mondo di fame e violenza. In questo “ritorno ad Hobbes” (Habermas) lo stato non ha gli strumenti che per affrontare un sintomo, la percezione dell’insicurezza (civile, in particolare), lasciando irrisolti i problemi reali alla base dell’insicurezza sociale: disoccupazione, disuguaglianze sociali, educazione.

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Scritto da
Diletta Alese e Giulio Saputo

Diletta Alese è laureata in Sociologia presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, specializzata nell’analisi e nello studio dei fenomeni migratori, dei processi di securitizzazione e delle discriminazioni di genere. Giulio Saputo è laureato in Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di Firenze, già Segretario Generale della GFE, è attualmente nel consiglio di presidenza del CIME e uno dei responsabili dell’UD del MFE.

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