La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV
- 09 Ottobre 2018

La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV

Scritto da Michelangelo Morelli

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Il contesto olandese e il PVV

In un suo libro, The Politics of Accomodation, il politologo olandese Arendt Lijphart espone l’evoluzione della teoria politica in Olanda durante il Novecento. La teoria del “consociativismo” fondava le proprie premesse sull’esistenza nel tessuto sociale e politico olandese di sottogruppi autonomi, dotati di istituzioni proprie come scuole, giornali e club. Queste unità fondamentali, nonostante le differenze ideologiche, riuscivano a convivere sotto lo stesso tetto tramite una continua politica del compromesso, ricercando costantemente l’accordo tra maggioranza e minoranza e ripartendo proporzionalmente il potere tra i vari pilastri[4].

Il risultato di questa pillarization fu la creazione di un sistema a quattro compartimenti, uno per ogni sottogruppo. Il primo era quello calvinista, formato dall’Unione Cristiano Storica (CHU) e dal Partito Anti-Rivoluzionario (ARP), confluiti nel 1980 nell’Appello Cristiano Democratico (CDA). A seguire il pilastro cattolico, costituito dal Partito Popolare Cattolico (KVP), il pilastro socialista, composto dal Partito del Lavoro (PvDA) e infine il pilastro liberale, incarnato dai liberali di destra (VVD) e dai liberali di sinistra (D66).

A cavallo degli anni Sessanta e Settanta questo modello fu messo in discussione dalle istanze della New Left, basate sulla politicizzazione del conflitto, sulla contestazione e soprattutto sull’appello alla base elettorale. Questa stagione di turbolenze politiche, conclusasi negli anni Settanta con l’accoglimento di queste richieste (aborto, droghe leggere, eutanasia), si riaccese verso la fine degli anni Novanta con l’exploit dei populisti di destra e del loro padre spirituale, Pim Fortuyn[5].

Il successo della Lista Pim Fortuyn alle elezioni del maggio 2002 fu sostanzialmente l’espressione politica di un contrasto nella società olandese, divisa tra la tradizionale difesa delle libertà civili e le preoccupazioni popolari riguardanti l’immigrazione. Fortuyn fu abilissimo nello sfruttare questa frattura, risolvendola in un’ulteriore contrapposizione, che vedeva da un lato una cultura ostile alle libertà olandesi, ossia quella musulmana, e dall’altro l’identità nazionale olandese, la cui sopravvivenza dipendeva necessariamente dalla distruzione dell’Islam.

In altre parole con Fortuyn si consumò la svolta xenofoba dall’odio per le minoranze all’odio per l’Islam, di cui Geert Wilders fu capace interprete e portavoce. In quello stesso periodo nel VVD si era verificato un passaggio di consegne: Bolkestein aveva lasciato la presidenza del partito a Hans Dijkstal, che aveva portato il partito verso posizioni più centriste. In un crescendo di dissensi e contrasti, nel luglio 2004 Wilders, dopo aver mandato su tutte le furie Dijkstal con un programma per traghettare il VVD totalmente a destra, lasciò il partito, fondando un anno e mezzo dopo (febbraio 2006) il Partito della Libertà.

Il vangelo del nuovo partito, la cosiddetta “Dichiarazione d’Indipendenza”, delineava un programma socio-economico marcatamente neoliberista, che includeva tagli al welfare, decentramento e detassazione, aggiungendo un tono spiccatamente xenofobo e nazionalista. Nello stesso anno i membri del Wilders Group[6] si impegnarono attivamente nella campagna referendaria contro la Costituzione Europea, attaccando l’elitismo e la sottomissione a Bruxelles della classe dirigente olandese.

Nonostante il fallimento del referendum e dei partiti che l’avevano supportato, Wilders e il PVV rimasero pressoché sconosciuti al pubblico, registrando nei sondaggi appena l’1% delle preferenze nell’estate 2006. Il leader del partito decise così di accantonare la retorica anti-establishment e nazionalista, concentrandosi esclusivamente sui pericoli dell’immigrazione incontrollata. Grazie a questo cambio di programma e a un sapiente uso dei mezzi d’informazione il PVV guadagnò nove seggi alle elezioni del novembre 2006, entrando per la prima volta nell’aula del Binnenhof[7].

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[4] Secondo Lijphart, gli strumenti necessari per mantenere operativo questo sistema erano: 1) una politica pragmatica, basata sui risultati e non sulle ideologie; 2) ricerca continua di un compromesso con la minoranza; 3) diplomazia tra le élite 4) redistribuzione delle risorse tra i pilastri; 5) depoliticizzazione e neutralizzazione dell’antagonismo ideologico; 6) segretezza delle contrattazioni; 7) in cambio dell’accondiscendenza dell’opposizione, il governo si fa carico anche dei suoi interessi.

[5] Pim Fortuyn (1948-2002) è stato il leader politico dell’omonima lista presentata in occasione delle elezioni politiche del 2002. Il 6 maggio 2002, a nove giorni dalle elezioni politiche, Pim Fortuyn fu assassinato da Volkert van der Graaf, militante della causa animalista e ambientalista.

[6] Il periodo che va dall’uscita dal VVD (2004) alla fondazione del PVV (2006) vede Wilders impegnarsi attraverso il “Wilders Group”, fondazione politica antesignana del Partito della Libertà, che consisteva de facto di tre membri: Wilders, Martin Bosma e Bart Jan Spruyt, con cui il leader olandese scriverà a sei mani la Dichiarazione d’Indipendenza.

[7] Sede del Parlamento olandese.


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Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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