La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV
- 09 Ottobre 2018

La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV

Scritto da Michelangelo Morelli

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Tra libertarismo e xenofobia

Le caratteristiche del populismo all’olandese derivano dal binomio ideologico law & order/etica libertaria, frutto da un lato delle esperienze personali del suo leader Geert Wilders, dall’altro del contesto nazionale.

Sin dalla sua fondazione il PVV ha presentato una forte vocazione parlamentarista, corroborata nei fatti dal largo uso degli strumenti istituzionali a disposizione dei membri della Camera come mozioni e interrogazioni[8]. La maggior parte di questi provvedimenti, quasi sempre risoltisi in un nulla di fatto, proponeva misure esagerate e inattuabili, che rispondevano al preciso obiettivo di Wilders di suscitare tramite la polemica un dibattito. Tale strategia trova riscontro nello stile comunicativo provocatorio di Wilders e dalla risonanza dei suoi proclami nel paese, spesso frutto di molti processi per istigazione all’odio.

Uno di questi processi fu causato da un cortometraggio girato da Wilders nel 2008 intitolato Fitna, traducibile in arabo come “dissenso”. Lo scopo di questo breve documentario è di presentare l’Islam, come una religione totalitaria, simile al nazismo e al bolscevismo. L’Islam è concepito come l’antitesi per eccellenza alla cultura occidentale, il cui senso, secondo Wilders, è quello di piegare il mondo al Corano, soprannominato il “Mein Kampf” dell’Islam.

Se prima Wilders era disposto ad ammettere l’esistenza di un Islam “impuro”, cioè moderato e tollerante, con Fitna vi è un solo Islam, che attraverso l’immigrazione di massa e lo sfruttamento del welfare nazionale mira a indebolire l’Occidente. Secondo Wilders, il multiculturalismo e il globalismo delle élite di sinistra, creando un sistema tollerante e assistenzialista, non avrebbe fatto altro che assecondare il gioco dei fondamentalisti.

Nel pensiero wildersiano a queste forze oscure si contrappongono Henk e Ingrid, metafora del popolo olandese, di cui il partito si presenta come unico interprete ed esecutore. Lo spirito del paese, incarnato dalla massa onesta e lavoratrice, è però fiaccato da anni di politiche assistenzialiste, per cui l’unica medicina è una riforma del sistema scolastico e il recupero della memoria nazionale.

Molti elementi costitutivi dell’ideologia del partito hanno portato gli osservatori ad avvicinare il PVV alla subcultura fascista del paese e al Nationaal-Socialistische Beweging, il partito nazionalsocialista olandese degli anni Trenta e Quaranta. Un paragone alquanto dubbio, considerando innanzitutto che se il NSB era fortemente antisemita il PVV, Wilders in primis, rifiuta nettamente l’antisemitismo e generalmente il nazifascismo.

Per quanto riguarda l’odio verso minoranze la questione è più complessa. Per Wilders esistono minoranze perfettamente integrate nel tessuto socio-economico del paese sia alcune completamente aliene a esso. L’Islam è il nemico per eccellenza, ostile alla cultura occidentale e finalizzato a distruggere quell’ordine naturale che nella sua visione è l’anima della società.

In quest’ordine naturale elementi in apparente contraddizione vivono in perfetta armonia: il culto dell’autorità e la repressione autoritaria della criminalità, pilastri della dottrina law & order, si intrecciano con la teoria dello stato minimo, la parità tra i sessi, i diritti LGBT e la libertà di scelta riguardo all’aborto e all’eutanasia. Non è per nulla un caso se il PVV, sostenitore di misure contro la criminalità come lavori forzati in tuta rosa o la gogna pubblica su internet per i criminali, si sia sempre opposto alla liberalizzazione delle armi da fuoco e alla pena di morte.

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[8] “Il report annuale della Camera bassa mostra che tra 2007 e 2010 il PVV, con soli nove seggi, presentò al Parlamento 1313 interrogazioni, il 15,2% di 8702 interrogazioni complessive […] Tra 2007 e 2010 il PVV ha presentato 939 mozioni, il 13,3% del totale”. K. Vossen; The power of Populism: Geert Wilders and the Party for Freedom in the Netherlands; Routledge, 2017 (p.65)


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Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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