Le vittime dell’amianto a Casale Monferrato

Casale Monferrato

Continua la serie di articoli sul cruciale tema dell’amianto in Italia, dopo un primo contributo che ha ripercorso l’origine dell’industria dell’amianto e analizzato la diffusione della consapevolezza dei suoi rischi e le parallele strategie messe in atto dai consorzi dei produttori per difendere i grandi profitti che il settore garantiva, seguito da un secondo articolo che si prefiggeva di ricostruire il caso dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, evidenziando le condizioni di lavoro al suo interno ed il ruolo avuto dalla vicenda nel processo che ha portato alla messa al bando dell’amianto in Italia. 

Questo terzo articolo prende in esame la questione della mobilitazione delle vittime e il ruolo giocato dall’associazionismo nell’ottenere il riconoscimento del problema dell’amianto, del danno alla salute e dell’ingiustizia subita. Un riconoscimento particolarmente difficile da ottenere in un caso di criminalità di impresa, dal momento in cui il colletto bianco gode molto spesso di una sorta di “patente di impunità”.


È il 1988, lo stabilimento Eternit è ormai chiuso da due anni. In questo stesso anno nasce l’Associazione Familiari Lavoratori Eternit Deceduti (AFLED), promossa dalla Camera del Lavoro e dai protagonisti degli anni di lotta e rivendicazioni nati e cresciuti dentro la fabbrica di Casale Monferrato. Sempre nel 1988 si ammala Piercarlo Busto, ragazzo di 33 anni, sportivo, un bancario che mai aveva avuto contatti con la fabbrica. Nessuno della sua famiglia aveva lavorato alla Eternit e viveva lontano dalla zona. Se può ammalarsi questo ragazzo, il mesotelioma può colpire tutti. Nel manifesto di morte c’è scritto “per causa dell’amianto è morto Piercarlo Busto”. La famiglia Busto capisce che tutti sono nel mirino dell’amianto e decide così di fondare, nel 1989, l’Associazione Esposti Amianto (AEA), composta da cittadini sensibili alla tematica dell’amianto.

La collaborazione tra queste due associazioni porta ad ottenere risultati reali, tra cui la messa al bando dell’amianto nel 1992, ma non basta questo risultato a fermare le associazioni di cittadini ed ex lavoratori, che si uniscono istituendo l’Associazione dei Familiari e delle Vittime dell’Amianto (AFEVA). L’associazione diviene in poco tempo un attore riconosciuto a livello nazionale: organizza campagne e incontri di sensibilizzazione ed educazione rivolte al territorio casalese e anche a livello nazionale. Ogni azione intrapresa dai lavoratori dell’Eternit prima e dall’AFEVA poi, altro non era che un passo verso un grande scopo più generale: ottenere giustizia non in senso meramente risarcitorio, ma dando la giusta definizione ai fenomeni, riconoscendo il danno commesso dallo stabilimento e i suoi effetti letali, ancora ad oggi presenti.

La mobilitazione delle vittime è interpretabile come un antidoto alla vittimizzazione secondaria, ossia alla sofferenza che insorge di fronte all’insufficiente attenzione delle istituzioni e delle agenzie di controllo formale[1]. L’associazionismo può essere considerato in questa vicenda una forma moderna di elaborazione del lutto: il gruppo ripara ciò che il singolo faticherebbe a riparare da solo. Questo vale ancor più quando il responsabile non è facilmente individuabile, così come non lo è la portata del danno, come nei casi in cui si è vittime di crimini dei colletti bianchi[2].

Riconoscere il danno subito, l’ingiustizia che ne consegue, definirsi vittima e scegliere di reagire, sono elementi necessari per il superamento della condizione di vittimizzazione, che richiedono un arduo percorso di conoscenza e di elaborazione. Nel caso di Casale Monferrato è attraverso la condivisione che si ottiene il riconoscimento da parte della collettività.

Ottenere il riconoscimento altrui è molto difficile in un caso di criminalità di impresa, dal momento in cui il colletto bianco è il primo a non riconoscersi come deviante. Inoltre ha la possibilità, grazie al controllo sui mezzi di comunicazione di massa, di plasmare la propria immagine e le proprie azioni agli occhi della collettività: viene altamente ostacolato il riconoscimento del crimine da parte degli altri, conferendo al reo altolocato una sorta di “patente di impunità”[3]. Non è difficile riconoscere tale processo nella storia di Casale: basti pensare che il magnate svizzero Schmidheiny nel 1990 è stato capo consulente della segreteria generale della conferenza ONU per l’ambiente e lo sviluppo, poco dopo ha creato la fondazione Avina per lo sviluppo sostenibile dell’America Latina e nel 1997 ha ricevuto un premio come miglior ambientalista[4]. Schmidheiny da magnate dell’amianto diventa un filantropo.

Rosalba Altopiedi, ricercatrice e consulente del PM Guariniello durante il processo Eternit, scompone la mobilitazione avvenuta in questo territorio in tre fasi. Una prima fase ha natura strumentale: parte dai lavoratori e ha lo scopo di migliorare le condizioni lavorative dentro lo stabilimento. La seconda fase di lotta è mirata ad ottenere standard di sicurezza più elevati, corrisponde allo spargersi delle voci sulle morti sempre più frequenti tra i lavoratori. È con la terza fase che le rivendicazioni del movimento operaio trovano eco sulla stampa locale e, a poco a poco, nelle sedi istituzionali[5].

Nelle prime due fasi sono i lavoratori a mobilitarsi. Con la nascita dell’AEA, operai e cittadini di Casale Monferrato sono schierati insieme contro l’amianto.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: La costruzione di una memoria comune a Casale Monferrato


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Dottoranda in Sociologia e Ricerca Sociale presso l'Università di Bologna. Studia le irregolarità lavorative utilizzando la prospettiva della street level bureaucracy, si occupa principalmente di lavoro e azione pubblica.

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