“Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo” di Vittorio Emanuele Parsi
- 06 Giugno 2021

“Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo” di Vittorio Emanuele Parsi

Recensione a: Vittorio Emanuele Parsi, Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo. La speranza oltre il rancore, Piemme Edizioni, Milano 2021, pp. 208, 16,90 euro (scheda libro)

Scritto da Carlotta Mingardi e Alberto Prina Cerai

7 minuti di lettura

«Tra un mondo governato dal denaro e un mondo governato dagli autocrati, insomma, esiste una terza possibilità. Quella di un mondo governato per gli esseri umani dagli esseri umani»

 

Cosa ne è stato della politica durante la pandemia da Covid-19? Che ruolo hanno svolto le classi dirigenti d’Italia, d’Europa e del mondo? Da quali basi, concrete e valoriali, possiamo riprendere la riflessione per elaborare la costruzione degli anni a venire? E soprattutto, che futuro si prospetta per la democrazia, quel sistema imperfetto, ma che «più di ogni altro tutela l’uguaglianza e la dignità dell’essere umano»? In Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo. La speranza oltre il rancore Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano e direttore dell’ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, si interroga su molteplici quesiti, provando da un lato ad evidenziare le criticità nella struttura e governance di un sistema, quello della globalizzazione neoliberale, che durante la pandemia ha mostrato tutti i suoi limiti; dall’altro, immaginando diversi scenari e traiettorie per il mondo a venire. Con un consiglio e un augurio imprescindibile: rimettere al centro di ogni riflessione il «fattore umano».

Il volume si apre con una riflessione fondamentale: la globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta, veicolata da arterie logistiche e commerciali ideate in funzione di merci e capitale, ma con un ormai evidente e conseguente danno in materia di ambiente e diritti, si è schiantata allo scoppiare della pandemia di Covid-19 contro la vulnerabilità dell’ultimo anello della catena: le persone. Parsi dunque identifica e riflette, nelle prime pagine del volume, sulla centralità del “fattore umano”, elemento fondamentale e colpevolmente messo da parte, negli ultimi trent’anni, anche dalle stesse società che proprio su di esso avevano concepito la propria idea di democrazia liberale. Da un lato, quindi, il saggio si pone l’obiettivo di identificare e analizzare le storture dell’attuale assetto internazionale e delle sue conseguenze sociali, tracciandone i limiti attraverso il caso studio della pandemia da Covid-19, il più grande shock globale dalla Seconda guerra mondiale. Dall’altro, l’analisi non schiva le complessità, intrecciandosi su più livelli – nazionale, europeo e globale – per ripercorrere nel dettaglio qual è stato il ruolo (e, in parte, la portata del fallimento) della politica nella gestione della crisi pandemica, in Italia, in Europa e nel resto del mondo. Una rielaborazione che trova, perlomeno all’interno delle società liberali, delle significative similitudini. A livello nazionale, Parsi identifica una differenza qualitativa nel ruolo della politica rispetto alle due fasi di risposta iniziale alla pandemia: un primo momento di sospensione, ma di grande solidarietà, in quella che abbiamo imparato a conoscere come la “fase uno”. E un secondo momento, a cui avrebbe dovuto seguire uno sforzo d’immaginazione e ricostruzione del futuro prossimo, nel quale le istituzioni (nazionali e comunitarie) paiono aver mostrato una volta per tutte le conseguenze di un intorpidimento politico, dopo decenni segnati da un’enfasi eccessiva sulla legge del mercato, sul mantra del just in time e del principio dell’efficienza a scapito dell’efficacia. Del trionfo dell’homo oeconomicus che vuole negare la natura intrinsecamente fragile dell’individuo in quanto essere umano, ridimensionandolo ad un mero accessorio (come produttore o consumatore) dell’oggetto (le “cose”) a disposizione dell’immateriale, il capitale. Un’abdicazione alla progettualità e al “pensiero strategico” che a livello europeo si è tradotto da una parte nell’incapacità di gestire per l’interesse pubblico le necessarie forniture mediche (mascherine, respiratori e vaccini) – rivelando, tra l’altro, l’estrema dipendenza dai fornitori esteri, soprattutto asiatici, di materiali che in una contingenza emergenziale sono divenuti “strategici” e il ritardo tecnologico nella produzione dei vaccini. Dall’altra, al suo ruolo di progettazione, lasciando spesso spazio agli interessi particolari e al rancore di chi ha perso la fiducia, oltreché la speranza, di affidarsi alla politica come «l’arte di costruire quel poco di prevedibilità nelle cose che ci consenta di ridurre l’incertezza e l’insicurezza quanto basta per poter guardare al futuro senza esserne atterriti» (p. 29). Da queste considerazioni, il saggio muove dal livello locale a quello globale, ripercorrendo i dolorosi passaggi che hanno visto il ritorno di egoismi nazionali mai del tutto sopiti e infine lo sforzo successivo, da parte delle istituzioni europee, di mettere in atto un piano di risposta comune che si appellasse al principio di solidarietà fra i popoli, dal quale sarebbe poi partorito il progetto comunitario più ambizioso del XXI secolo: il Next Generation EU. Ed è a partire da questi presupposti e da questa consapevolezza che l’autore prova a fornire al lettore, se non risposte, quantomeno alcune coordinate per provare ad immaginare e pianificare il domani, alla luce dei possibili incastri tra le tre forze che hanno plasmato il mondo più recente – il mercato, la sovranità e la democrazia – e che potrebbero sancire un consolidamento, una ritirata o una revisione dell’interdipendenza globale a partire dalla volontà e dalle capacità, o meno, degli stakeholder (ovvero individui, aziende, società e Stati) di incidere sul futuro.

 

I tre scenari

A partire dal significato politico, economico e sociale della pandemia, e ragionando sempre sui possibili (dis)equilibri nel governo della complessità tra i due perni del sistema – le “cose” e le “persone” – Parsi propone tre scenari: Restaurazione; La fine dell’Impero Romano d’Occidente e Rinascimento. Sono nomi molto evocativi, che portano il lettore a riflettere secondo l’adagio, attribuito a Socrate, per cui «non puoi sapere dove vai se non sai da dove vieni».

Se l’ultimo scenario è quello auspicato dall’autore (e, si presume, dai lettori), ciò non toglie che anche i primi due siano, se non probabili, quantomeno possibili. Il primo, Restaurazione prevede il trionfo della “rivoluzione conservatrice”. Dove prevale la falsa percezione che la pandemia ci abbia cambiati affinché nulla cambi, e che i problemi strutturali che hanno portato allo schianto alla fine non vengano direttamente affrontati. È uno scenario in cui tutti perdono perché «nonostante un elevato numero di morti a livello planetario, un forte shock economico e tassi di disoccupazione elevatissimi, [alla fine finisca per non cambiare] sostanzialmente nulla nei tratti salienti dell’interdipendenza e del modo in cui veniva e verrà governata» (p. 118). È un possibile futuro, come continuazione del business as usual, però destinato a riprodurre (ed esacerbare) le contraddizioni del modello pre-pandemia a livello del funzionamento del sistema e della natura degli attori. Da un lato assisteremmo a un’accelerazione, a briglie sciolte, dell’iper-globalizzazione e dunque ad un rafforzamento del confronto muscolare tra Stati Uniti e Cina ai limiti dell’escalation militare. Due superpotenze che comunque non potrebbero non risentire delle conseguenze socio-economiche della pandemia, costrette ad abbandonare ambiziosi progetti geopolitici come la Nuova Via della Seta (OBOR) o il tentativo di recuperare la posizione di leadership credibile dell’Occidente da parte dell’amministrazione Biden, di fronte ad un’America ostaggio della disfunzionalità della sua democrazia. Mentre l’Unione Europea rimarrebbe quel soggetto incompiuto, arenatosi nelle sue contraddizioni e faziosità interne, incapace di farsi potenza geopolitica oltre che potenza normativa: in breve, di guidare con autorevolezza il suo destino oltre che limitarsi a sopravvivere nascondendosi dietro la farraginosità burocratica. Infine, l’incapacità di trasformare l’emergenza sanitaria in opportunità politica finirà con la prima prevalere su quest’ultima, favorendo «un’interdipendenza in cui il mercato si dilata sempre di più a danno della democrazia» affidandone la governance ad una regia tecnocratica.

Il secondo scenario presentato è quello della Fine dell’Impero Romano d’Occidente ed è in parte una riedizione delle tesi proposte dall’autore in un suo precedente saggio – Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale (il Mulino, 2018) – alla luce della pandemia. Sono due gli elementi centrali: il declino relativo degli Stati Uniti come centro imperiale, come vertice di un ordine globale costruito sull’istituzionalizzazione prima, e sulla deregulation poi, del mercato nella più ampia cornice della democrazia liberale fondata sullo Stato di diritto. E, dunque, il passaggio di consegne a Pechino – con i rischi più concreti che scatti la “trappola di Tucidide” – per una globalizzazione più sino-centrica, ma non per questo necessariamente egemonica. Piuttosto, assisteremmo alla frammentazione dell’impero in più centri di potere, vieppiù mercati regionali costruiti sullo spacchettamento delle catene del valore: dal raggio d’azione ridotto per integrarsi maggiormente con gli interessi di sicurezza dei singoli attori per via dello shock pandemico. Un contesto in cui l’Unione Europea «cesserebbe concretamente di esistere, travolta dalla sue lentezza a elaborare e attuare una strategia comune» (p. 155). Perché la forte spinta alla de-globalizzazione sotto forma di rigurgiti nazionalisti e populisti, per il recupero della tanto desiderata sovranità senza un concerto multilaterale, non potrebbe che portare ad un’involuzione autoritaria della democrazia in Occidente, soprattutto nei sistemi politici più duramente colpiti dalla pandemia. Insomma, un rallentamento dell’economia di mercato a scapito dei valori liberal-democratici.

Il terzo ed ultimo scenario presentatoci da Parsi è quello del Rinascimento. Un orizzonte di miglioramento auspicabile e necessario, ma che richiede uno sforzo attivo da parte della cittadinanza per immaginare un futuro collettivo e pretendere dalla politica un significativo cambio di direzione. È l’opzione nella quale il fattore umano riacquista finalmente la propria centralità, sottolineando la forza d’impatto che le scelte individuali possono avere sul piano collettivo. Dove si progetti un rapporto più equilibrato fra settore pubblico e settore privato, «tra interessi individuali ed interessi generali, tra rigore e crescita, tra presente e futuro, tra generazioni e tra generi» (p. 191). È uno scenario che, internazionalmente, prevede una globalizzazione imbrigliata, limitata «ai settori che si possono governare in maniera multilaterale ed efficace», soprattutto in ambiti «come il controllo delle pandemie, il cambiamento climatico, le migrazioni di massa», (p. 181) per i quali davvero there is no alternative. Un mondo in cui alla tutela della mobilità del capitale e delle merci si affianchi una altrettanto irreprensibile tutela dei diritti, senza nascondersi dietro qualche ricetta che dissimula una decisione tecnica per un interesse politico. E che si ispiri ad un “nuovo patto” tra società, istituzioni nazionali e sovranazionali e capitalismo. Una terza via che possa smarcarsi dalla contrapposizione strumentale tra Stato e capitalismo, tra sovrani e globalisti, tra populisti e tecnocrati. In cui la conflittualità sia governata e non soppressa. Un modello che rifugga l’inevitabilità di un confronto asfissiante tra tecnologia e democrazia, tra gli eccessi del «capitalismo di mercato egemonizzato dalla sua variante anglosassone» e l’autoritarismo del «capitalismo di concessione» di matrice cinese. Insomma, di un rinnovato dialogo culturale tra le due sponde dell’Atlantico per rilanciare, e non imporre con arroganza, «la portata universale di quei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà» alla base della democrazia occidentale.

 

Conclusioni

In definitiva, il grande merito di questo volume sta nell’aver utilizzato la pandemia come cartina da tornasole per mostrare tutti i limiti e le storture di un sistema pensato troppo per le “cose” e poco per le “persone”. In cui la colpevole ritirata della politica come strumento ultimo per la gestione della complessità rischierebbe comunque, in due scenari su tre, di ripresentare il conto della globalizzazione finanziaria. Nel primo caso con il rischio che il sistema continui a sovraccaricarsi, riproducendo una crisi dopo l’altra, in un circolo vizioso di accumulo di ricchezza e di conflitto: del capitale come fine, del mercato e della tecnica come unica ratio per la gestione dell’interdipendenza, con un aumento esponenziale dell’entropia complessiva. Sarebbe davvero remunerativo, nel lungo termine, un sistema prono al disordine sociale, finanziario oltre che ambientale? Nel secondo, i costi socio-economici della pandemia scaricati sulle fasce più deboli finirebbero per nutrire l’emergere di pulsioni autoritarie e autarchiche che minerebbero l’esistenza e l’autonomia stessa del mercato globale: un crony capitalism che ricorda la traiettoria delle democrazie liberali alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Il cui esito sarebbe probabilmente già scritto in un mondo che già vede i primi segnali di un collasso ambientale imminente. Il terzo scenario, «della speranza oltre il rancore», è quello che ci auspichiamo. Non è un caso che Parsi decida di riprendere il celebre “trilemma di Rodrik” in cui integrazione globale, democrazia e sovranità non possono convivere. Un equilibrio complicato, ma non impossibile se riusciremo a inserire anche il “fattore umano” in quest’equazione, come unità di misura del benessere e del progresso e come unità fondamentale del sistema globale – dalla politica internazionale fino alla convivenza sostenibile con l’ambiente. Perché l’interdipendenza è ineluttabile, ma affinché sia un processo equo, giusto e democratico, è necessario che la politica torni ad essere al servizio delle persone, e non solo delle cose.

Scritto da
Carlotta Mingardi e Alberto Prina Cerai

Carlotta Mingardi: Dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna. È stata Visiting PhD Student presso la Brussels School of International Studies-BSIS University of Kent e Junior Research Fellow presso l’Istituto Europeo del Mediterraneo-IemED di Barcellona. Laureata in Relazioni Internazionali, ha conseguito il Master in Politiche del Medio Oriente presso la School of Oriental and African Studies-SOAS University of London. Alberto Prina Cerai: Laureato in Scienze strategiche all’Università degli Studi di Torino e in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College di Londra. Ha completato un Corso Executive in Affari Strategici alla LUISS School of Government. Attualmente si sta specializzando presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) in Sviluppo sostenibile e geopolitica delle risorse. Collabora con testate e think tank italiani.

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