“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

Recensione a: Alberto Mario Banti, Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 618, 29 euro (scheda libro).


Wonderland è un volume estremamente ricco e del pari ambizioso. L’autore è Mario Banti, storico attento ai fenomeni culturali della fase risorgimentale e dotato di un’ottima formazione letteraria. L’intento del suo ultimo lavoro è nientemeno che dare conto dell’assetto culturale che l’Occidente, in particolare nell’area anglosassone, va esprimendo dagli anni Trenta agli anni Ottanta del Novecento. Un cinquantennio di storia culturale affrontato nel suo centro (la produzione culturale di massa) e tenendo conto soprattutto della penetrazione dei nuovi media: cinema, radio, televisione.

Cominciamo da una definizione. La terra delle meraviglie è quell’enorme apparato culturale che definiamo il mainstream. Si afferma negli Stati Uniti nel periodo entre-deux-guerre anzitutto per ragioni commerciali: l’estensione delle megacorps mediali (e la loro concentrazione per fusioni e acquisizioni) permette la costituzione di un fronte compatto che favorisce la diffusione di prodotti esteticamente standardizzati. A voler estrarre una logica che accomuna questa immane quantità di oggetti estetici si sarebbe portati a rilevare tre macro categorie: l’articolazione del campo narrativo in generi; la struttura seriale delle narrazioni; e un altissimo grado di intermedialità (p. 10). Se la segmentazione in generi e sottogeneri costituisce una semplificazione dei settori merceologici (aiutando il pubblico a orientarsi nel mercato), la struttura seriale ne consente non solo la fidelizzazione ma ne preforma le aspettative; infine, il passaggio di medesimi soggetti mediali dalla forma libro al cinema, dalla soap opera al musical irrigidisce i confini dell’immaginario collettivo: il mainstream «conferisce a tutti i suoi prodotti un’aria di somiglianza».[1] Il processo di standardizzazione è particolarmente evidente nella traduzione da un medium di nicchia ad uno a più larga diffusione. Nel 1934 Lillian Hellman pubblica la sua pièce teatrale The Children’s Hour, da cui trarrà la sceneggiatura per il film diretto a William Wyler, These Three del 1936; del ’39 è The Grapes of Wrath di Steinbeck, film l’anno successivo; infine, Chandler, sempre nel 1939 pubblica uno dei suoi romanzi più significativi: The Big Sleep, che diventerà un film diretto da Howard Hawks nel 1946. Tutte queste opere nelle loro versioni originali contengono elementi non conformistici (relazioni “devianti”: come nel romanzo di Chandler), nudità insistite e epiloghi tragici (si pensi al suicidio di una delle protagoniste in The Children’s Hour). Nella traduzione cinematografica le relazioni al centro degli intrecci divengono rigorosamente eterosessuali, le nudità bandite, il lieto fine imposto attraverso l’espulsione dell’antagonista o la riconciliazione della coppia.

Questa configurazione estetica lascia emergere una potente griglia ideologica. Anche in questo caso è facile rilevarne gli elementi più significativi: l’esaltazione del singolo eroe, l’apprezzamento della violenza redentrice e la valutazione positiva della razza nella rappresentazione della comunità assediata da nemici (virus, alieni, pellerossa…), l’happy ending, il populismo piccoloborghese. Da un lato vi è la forte assertività morale che tenta di imbrigliare i costumi, dall’altro si somministrano blandi placebo politici in forma di utopie democratiche, in cui piccoli produttori – buoni – sono «in grado di contrastare l’eccessiva ingordigia dei super-ricchi». Se in Europa e in Asia si profilavano enormi rivolgimenti negli assetti istituzionali, la produzione mainstream rappresenta la risposta politica che la società americana dà alla crisi del ’29. All’interno di questo quadro storico, la standardizzazione estetica diventa allora solo l’aspetto più visibile di un più complessivo irrigidimento delle strutture sociali. Banti analizza, nello specifico, il comportamento dei gruppi giovanili nelle High school americane: il pervicace disciplinamento dei costumi, delle forme relazionali, il sistema di conferimento del prestigio e viceversa di messa ai margini, la codificazione della vita sessuale, definiscono un sistema pervasivo di trasmissione del conformismo. E sarà proprio alle periferie di questo ampio sistema di ortopedia dei costumi, ai gruppi marginali e squalificati che esso di fatto produce, che occorrerà guardare: è qui che sorgono forme di creatività in grado di sfidare il predominio estetico (e dunque etico) del mainstream.

Il mercato americano, tra anni Venti e anni Quaranta, è estremamente frazionato: non vi sono interscambi significativi tra i vari segmenti e in particolare vigono forti steccati tra prodotti middle class, per la borghesia urbana, e prodotti per le popolazioni nere e i proletari. Proprio questa divaricazione così netta garantisce spazi di autonomia in cui far germogliare estetiche alternative. Sulla scena musicale, ad esempio, quella ovviamente che necessita di minori capitali e la cui diffusione è spesso affidata a circuiti paralleli ai grandi canali radiofonici o televisivi, emergono almeno tre aree che sfidano il dominio della popsong (che per forma e contenuti rappresenta il perfetto corrispettivo dell’estetica mainstream): il blues, la costellazione hillbilly e il folk radicale. Se il blues ribalta le piatte aspettative del pop raccontando la droga, la bisessualità e la violenza, la lotta tra sessi (storie tragiche da cui l’happy ending è bandito), l’hillbilly presenta un narratore che pratica l’acrasia come rifiuto dell’assertività morale (il contrario dunque di ciò che accade nella produzione dominante). Infine, il complesso del folk radicale convoglia tematiche e contenuti propri dell’impegno politico e sindacale della sinistra americana. Anche nella letteratura si manifestano novità significative, in particolare con la produzione beat, mentre l’articolazione delle sottoculture giovanili, dai surfisti californiani, ai pachucos, ai legami di solidarietà che emergono nei circuiti della musica nera, crea una serie di comunità marginali e minoritarie che cominciano a costituire un fronte di sfida dell’egemonia mainstream.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: La terra delle meraviglie

Pagina 2: Egemonia dell’intrattenimento mainstream o contro-cultura di massa?

Pagina 3: Banti e la storia culturale


Crediti immagine: da Eric Koch, Nationaal Archief, Den Haag [Creative Commons 3.0], attraverso Wikimedia Commons

Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Classe 1987. Nato a Foggia, ha studiato all'università di Siena e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è attualmente perfezionando in Letteratura italiana.

One Comment on ““Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

  1. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato