“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

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Egemonia dell’intrattenimento mainstream o contro-cultura di massa?

Finora si è articolato un sistema piuttosto scontato e stabile, in cui a un’egemonia culturale fa riscontro un contro-linguaggio che trova spazio ai margini del sistema, vitale ma inoffensivo. Dal dopoguerra – a partire dal 1949 – il mercato della produzione culturale comincia a rompere gli steccati razziali (p. 222 e ss.) e a spingere su forme estetiche più trasgressive, magari appoggiate a contenuti edonistici e libertari. Un indice del fenomeno è dato dalla crescente presenza della musica nera nelle classifiche nazionali. Le majors, che avevano puntato sul pop (dai contenuti edulcorati e di facile consumo), lasciano che una miriade di piccole e medie case discografiche sparse sul territorio nazionale si occupino di gestire questi generi espressione di minoranze sociali e etniche, la cui diffusione un tempo era affidata a circuiti dal respiro corto (locali, festival…). Ma l’industrializzazione della produzione periferica è in realtà il risultato di un evento che sta a monte e che, a parere di chi scrive, segna lo snodo concettuale di tutto il libro di Banti, vale a dire l’unificazione di tutte le espressioni estetiche afferenti alle marginalità all’interno di un unico esito culturale simboleggiato dalla musica rock.

Le varie espressioni estetiche risultanti dalla frammentazione della società anglosassone in una serie multiforme di comunità interpretative minoritarie e non integrate, settorializzate e non comunicanti, trova una sua sintesi in un blocco contro-culturale omogeneo ben rappresentato dalla musica rock. Perché? In questo caso ragioni storiche e formali assieme illuminano la costruzione di un codice espressivo trasversale. In particolare Banti individua tre elementi morfologici di base: 1) tutti i prodotti musicali (ma anche letterari o visuali) elaborati da questi ceti marginali intrattengono tra loro una comunione dei contenuti basata sul rifiuto dell’assetto di valori trasmesso dal mainstream; 2) la natura per così dire spuria e non codificata del rock può permettersi di mescolare tradizioni musicali molto differenti (come ad esempio quella americana e afro); 3) l’emersione del concerto funziona come una sorta di rituale antropologico comune a tutte le subculture. Il concerto rock trasforma i giovani appartenenti a circuiti socioculturali diversi in una comunità relativamente compatta: la frattura che comincia a profilarsi separerà ora le generazioni (pp. 378-379) o marcherà una distanza tra integrati e esclusi.

Tutta la teoria di fenomeni come l’androginia, il crossover razziale, il rifiuto delle mode borghesi, l’attenzione per l’underworld di tossici, emarginati, omosessuali, incarnato nei costumi della cultura rock compone il panorama unitario della controcultura sorta a partire dagli anni Sessanta. Questo fenomeno di portata enorme per la cultura dell’Occidente contemporaneo reca con sé almeno altre due implicazioni degne di nota. La prima è la saldatura con riflessioni estetiche che di massa non sono. Da una parte infatti si creano connessioni continue con esiti artistici d’avanguardia (le esibizioni rock che si trasformano sempre di più in performance, con richiami all’arte sperimentale): la controcultura di massa ingloba alcuni dispositivi della cultura highbrow come la complessità e l’innovazione continua. Si pensi in questo caso alla parabola davvero paradigmatica di un gruppo come i Beatles: da una produzione che fino al 1964 accetta l’impianto semplicistico della popular music, con melodie e testi che rasentano la banalità, alla pubblicazione di album esteticamente ben più complessi, in particolare dopo l’incontro con Dylan (da Help! a Magical Mystery Tour del ‘67), fino all’ibridazione con esperienze artistiche d’avanguardia (segnatamente con il duo John Lennon-Yoko Ono).  Dall’altra le arti tradizionali fanno propria la cultura pop inserendovi il classico armamentario controculturale: la sospensione del giudizio morale, l’impiego di materiali provocatori e scioccanti, l’attenzione alla marginalità. La seconda implicazione invece riguarda la capacità di questo nuovo agglomerato estetico di sfruttare tutti i media disponibili: un concept album si trasforma in un musical che poi verrà tradotto in un film o in un libro e così via… Tale capacità di ramificazione consente di creare una costellazione contro-culturale davvero di massa, in grado di competere con l’egemonia dell’intrattenimento mainstream (p. 441).

Questo blocco solidale formatosi negli anni ’60, questa produzione estetica in grado di costituire un fronte sociale compatto e trasversale che coinvolge emarginati, proletari e studenti dell’Ivy League statunitense, si frantuma in micro comunità ermeneutiche completamente disgregate solo pochi anni dopo, nel corso degli anni ‘80 (p. 481). Perché? Banti individua una serie di ragioni: l’evoluzione dei gusti e della composizione del pubblico a mano a mano che i diversi movimenti radicali vanno incontro alla loro disfatta (p. 421); la crisi economica dei primi Settanta induce nel pubblico un rifiuto a immergersi in narrazioni tragiche, preferendo la fuga verso il disimpegno; il processo di espansione delle megacorps che tendono a gestire tutto il campo delle produzioni culturali (p. 485); la risposta della nuova cultura di massa che comincia ad assorbire elementi della controcultura: l’attenzione agli emarginati, la resa meno scontata delle psicologie dei personaggi che rappresenta. In definitiva la novità, la difficoltà e l’edonismo vengono piegati a fini conformistici e consumistici. Questa frantumazione in una miriade esplosa di comunità ermeneutiche si nota bene nella segmentazione della scena rock avvenuta negli ultimi decenni: i concerti come le tendenze musicali assecondano molto più micronicchie di mercato in cui gruppi separati e dotati di apparati ideologici debolissimi (punk, dark, metal…) rappresentano circuiti non più comunicanti.

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Classe 1987. Nato a Foggia, ha studiato all'università di Siena e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è attualmente perfezionando in Letteratura italiana.

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