“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

“Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd” di Alberto Mario Banti

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Banti e la storia culturale

Questo, in breve, il contenuto di un libro ampio, ben scritto, che assomma una documentazione molto vasta e tratta un tema di una complessità tale da scoraggiare qualunque studioso. Alcuni recensori hanno accusato il volume di schematismo, di una certa rigidità concettuale. Tuttavia, per quanto sia innegabile una bretella narrativa nella gestione di materiali altrimenti sfuggevoli, sembra più opportuno riflettere sul rapporto che il saggio articola tra storia come descrizione del particolare, di ciò che accade una sola volta e con specificità irripetibili e sociologia come analisi di strutture per definizione ricorsive. È evidente che la storia della società e della cultura facciano un uso particolarmente abbondante di quadri concettuali. In Wonderland ad esempio è molto chiara la struttura weberiana (forse meglio hegeliana) soggiacente: da una pluralità scissa particolarmente consistente prima della Seconda Guerra mondiale, all’unità del fronte controculturale tra anni Cinquanta e Settanta, al ritorno alla frantumazione a partire dagli anni Ottanta. Va detto che non si tratta, naturalmente, di una semplice replica delle condizioni di partenza; la frantumazione avviene su crinali diversi: se negli anni Trenta è schiacciata su questioni razziali o socioeconomiche, dopo comincia a funzionare come pura diversificazione consumistica. E tuttavia, al di là delle specificità della storia che tende a esaltare ciò che di irripetibile ha il fenomeno indagato, il modello sociologico di base è molto evidente. In questo caso non un modello progressivo e lineare che conduce ad un esito univoco, quanto piuttosto un sistema a “rete” in cui, continuamente, a fasi di frantumazione sociale seguono periodi di condensazione

In particolare la struttura concettuale sembra emergere con maggiore evidenza in quello che è il punto più delicato del libro: la strutturazione del fronte unitario controculturale. Banti, come si è visto, dispiega un ventaglio molto ampio di cause che hanno consentito l’unificazione di forme espressive afferenti alle varie minoranze della società statunitense: annovera, ad esempio, la questione economica, con le majors concentrate sulla produzione di massa che lasciano spazio di manovra alle piccole case di produzione; oppure nomina le grandi questioni civili (Vietnam ecc..). Eppure l’autore punta (intelligentemente) su un modello eziologico diverso, che emerge bene dalla sua analisi del rock. Il rock sorgerebbe dalla fusione di tre tradizioni musicali afferenti a minoranze culturali distinte che trovano una loro composizione attraverso solidarietà statuite a livello squisitamente formale. Insomma è l’evoluzione delle forme estetiche ad approntare il piano della loro futura convergenza. Questa unità, che per altro pare venire prima delle solidarietà attuabili a livello sociale, ha come esito una espressione puramente contrastiva, di reazione: se il mainstream è moralmente assertivo, semplice, consolatorio e perimetrato sullo spazio del “dicibile”, la contronarrazione rock invece sospende il giudizio etico, è formalmente complessa e, parlando di storie ai margini, rifiuta il lieto fine: due blocchi estetici plasticamente rappresentati da Walt Disney da un lato e dai Pink Floyd dall’altro (citati, non a caso, nel sottotitolo del volume).

È uno sguardo storiografico estremamente interessante, che afferisce ad una famiglia di studi che da Warburg arriva al formalismo russo delle prime due decadi del ventesimo secolo. Tuttavia pare che il testo lasci fuori un enorme non detto. Banti tenta in tutti i modi di preservare l’autonomia delle meccaniche culturali, sottolineando, ad esempio, la distanza che separa la controcultura americana degli anni Sessanta dalla tradizione socialista e comunista, ma è lecito domandarsi quanta di questa storia sarebbe stata possibile senza una cultura diffusa in Occidente che per una serie di mediazioni anche non troppo scontate fa capo, inequivocabilmente, alla cultura marxista e alla potenza politica dell’Unione Sovietica. Sia detto questo perché è opportuno sottolineare come in fondo (e questo il libro di Banti lo segnala più volte, mettendo in luce appunto un dispositivo storico e non una storia) i legami di solidarietà che si creano dal basso, attraverso azioni di piccolo cabotaggio o come qui attraverso fenomeni di contiguità espressiva che addirittura precedono solidarietà statuite e livello sociale e politico, mantengano una natura storicamente effimera. Insomma, senza una griglia ideologica e senza un potere politico avviene ciò che questo libro descrive: lo spontaneismo sociale ha come suo massimo esito ideologico la reazione speculare alle forme egemoniche (in fondo non creando nulla di originale) ed è destinato al fallimento nel breve periodo. Una lezione semplice, utile anche per il presente.

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[1] Max Horkheimer, Theodor, W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1980, p. 126.


 

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Classe 1987. Nato a Foggia, ha studiato all'università di Siena e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è attualmente perfezionando in Letteratura italiana.

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