Il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese: quale agenda per la Cina di Xi Jinping?

XIX congresso del Partito comunista cinese

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Quali prospettive future?

La Cina della nuova era è quella che emerge dal lungo discorso al Congresso pronunciato il 18 ottobre da Xi Jinping.[1] Riassunte in 14 emblematici punti, il Segretario ha enunciato le politiche chiave che la Cina applicherà nei prossimi anni. Assicurare la leadership del Partito è in cima alla lista. Convinzione del Pcc è che non ci sia alcuna Cina senza di esso e viceversa. È il Partito ad aver assicurato e gestito lo sviluppo economico del paese, e come avanguardia del popolo, il partito continua ad essere legittimato a guidare questa nuova fase storica.

Intraprendere una conversione economica è un ulteriore punto enucleato da Xi. La transizione da una produzione quantitativa verso una qualitativa verrà accompagnata da una profonda fase di riforme strutturali, con una particolare attenzione ad assicurare una maggiore qualità dal punto di vista dell’offerta. Verrà promossa l’integrazione di internet, i big data e le intelligenze artificiali con l’economia reale, verrà sostenuta maggiormente l’innovazione, la ristrutturazione delle industrie tradizionali, la sharing economy. L’obiettivo è quello di far spostare le industrie cinesi verso la fascia medio-alta della global value chain incontrando così gli standard internazionali. La Cina abbandonerà definitivamente il suo ruolo di “fabbrica del mondo” e competerà a livello internazionale per l’innovazione e la qualità dei suoi prodotti. La necessità più grande è, tuttavia, continuare ad aprire il mercato e lasciare che questo giochi un ruolo ancora più decisivo nell’allocazione delle risorse. Trovare un equilibrio, però, tra mercato libero e controllo statale è una grandissima sfida esistenziale per il Partito, ma soprattutto per le moltissime imprese possedute dallo Stato.

Per essere maggiormente credibile lo sviluppo che si prospetta dovrà essere eco-sostenibile. Per la promozione dell’armonia tra uomo e natura, altro punto dei 14, si adotterà una produzione a basso livello emissioni inquinanti, si investirà nella green economy contrastando ogni forma di spreco.

Di questa transizione economica, tuttavia, non se ne avvantaggerebbero soltanto i cinesi, è in questo contesto infatti che si inserisce la tanto discussa “Belt and Road Initiative”, piano strutturale di sviluppo dell’intera Asia, che si spinge fino all’Europa. Sulle antiche rotte della Via della Seta transiteranno capitali, persone, ma soprattutto idee e cultura. Tutto questo aiuterà a costruire e a rafforzare quella che Xi Jinping chiama “comunità con un futuro condiviso”. Costruire una comunità di stati che abbiano le stesse aspirazioni e necessità per il futuro è un potente obiettivo di politica estera. È uno degli step per cui passa la più ampia costruzione di un ambiente internazionale armonioso e pacifico, presupposto fondamentale per raggiungere gli obiettivi di politica interna che la Cina si prefigge, ma soprattutto cornice entro la quale iniziare a svolgere un ruolo sempre più attivo e guadagnarsi credibilità internazionale.

La Cina che Xi Jinping ha in mente davanti ai delegati del congresso, con le sue contraddizioni da sanare e le sue aspirazioni, ha due orizzonti temporali, due scadenze da rispettare. Il primo è il 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Entro il XX Congresso la Cina dovrà completare la costruzione di una società moderatamente prospera. Gli imperativi sono sollevare milioni di persone dalla povertà e affrontare quella che è la più grande sfida secondo il presidente: la contraddizione tra lo sviluppo economico crescente e la crescita delle diseguaglianze. Il secondo orizzonte temporale è il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Entro metà secolo, insomma, la Cina dovrà diventare una società perfettamente avanzata e prospera.

In piena corsa verso questi due traguardi, la Cina della nuova era scommette tantissimo con sé stessa e con il mondo. Rimanere socialista, eppure innovarsi; mantenere saldo al potere il Partito Comunista, responsabile dei successi economici raggiunti fino ad oggi, eppure concedere più libertà all’iniziativa individuale; aprirsi al mondo, senza perdere i valori fondanti della cultura cinese. A garantire l’equilibrio in questo slancio non può essere che il Partito. Esattamente in quest’ottica va compresa l’abolizione del limite di mandato per il presidente e il vice-presidente della Repubblica Popolare Cinese, appena approvati dall’Assemblea Nazionale del Popolo, organo supremo dello stato. Il timoniere della transizione non può abbandonare la nave, altrimenti ne potrebbe risultare una perdita di rotta in questo decisivo momento storico.

Tuttavia, se nel breve termine il Partito ritiene necessario un accentramento del potere per affrontare la fase decisiva di riforme che si prospetta nei prossimi 30 anni e per giocare finalmente un ruolo decisivo sullo scacchiere internazionale, la promessa di realizzare uno stato più ricco ed equo dove le contraddizioni sociali verranno risolte si dilata verso un orizzonte temporale troppo lontano. I cinesi potrebbero svegliarsi dal lungo torpore cui sono stati soggetti, ammansiti dalla promessa di diventare ricchi. Di fronte all’inevitabile rallentamento economico e all’incremento della qualità dell’istruzione la popolazione potrebbe rilevare l’esistenza di numerose contraddizioni, che la propaganda del “Sogno Cinese” potrebbe non riuscire più ad adombrare. I cinesi d’oltremare non hanno, infatti, accolto con soddisfazione l’abolizione del limite di mandato per il presidente. In alcune università americane, inglesi, canadesi e australiane sono comparsi poster di Xi Jinping accompagnati dalla scritta “Not my president”, cui è seguita una fitta campagna sui social media.

L’alternanza al potere definita dal limite dei due mandati rappresentava uno strumento di dinamicità all’interno del Partito e rafforzava la legittimità di una leadership che non si appropria delle strutture statali, ma si avvicenda al governo ciclicamente per gestirle al meglio, per il bene del paese. Il limite di mandato era un potente garante del principio di “leadership collettiva” alla base della prassi del Pcc. La sua abolizione, così come la fusione del piano strutturale per una nuova era con la persona di Xi Jinping, ha evocato un ritorno al passato, quando a reggere le sorti del partito e del paese erano figure carismatiche che, agendo spesso individualmente, hanno causato ingenti danni alla Cina.

Questo rafforzamento di Xi potrebbe nel lungo termine immobilizzare i meccanismi di cooptazione dall’alto con cui viene scelta la dirigenza comunista, poiché troppo influenzati dalla sua influenza. Questo potrebbe causare un crescente fazionalismo e la nascita di sacche di resistenza nel Partito che spingono verso un ritorno al sistema di leadership collettiva. L’immobilismo che ne deriverebbe è prevedibilmente uno dei maggiori pericoli per il Partito e di conseguenza dell’intera struttura del Partito-Stato, data la capillarità del controllo comunista sull’intero paese. Tuttavia la leadership ha bene in mente queste criticità e per questa ragione la sopravvivenza della leadership comunista stessa rimane uno dei core value da preservare, così come più volte ripetuto al Congresso. Nonostante le numerose spinte verso una progressiva democratizzazione cui è sottoposta la dirigenza, sempre più pressanti man mano che il paese si sviluppa e si inserisce nelle dinamiche internazionali, il Partito continua a sostenere la validità del proprio modello autoritario e a mettere in pratica strategie sofisticate di controllo della legittimità per assicurarne la resistenza. Le narrazioni del Pcc sono dopotutto estremamente efficaci e l’accentramento cui stiamo assistendo, come sostiene l’ideologo Wang Huning, è giustificabile come fase intermedia che precede la concessione della totale libertà e il raggiungimento della piena democrazia. Quello che succederà nel frattempo, se cioè la Cina riuscirà a rimanere in piedi mantenendo la sua struttura autoritaria ed il suo rigido controllo sulla popolazione in un mondo che richiede sempre più flessibilità e trasparenza, è tutto da vedere.

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[1]  Il discorso integrale pronunciato da Xi Jinping al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese nel quale è condensata la sua visione del “Socialismo con caratteristiche cinesi della nuova era” è consultabile in lingua inglese presso il sito dell’agenzia Xinhua: www.xinhuanet.com/english/download/Xi_Jinping’s_report_at_19th_CPC_National_Congress.pdf


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Laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza di Roma e in Scienze internazionali - inidirizzo China and Global studies - presso l'Università degli Studi di Torino e la Beijing Foreign Studies University. Attualmente vive, studia e lavora a Pechino. Ha collaborato con una casa editrice e con numerose riviste online.

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