Zygmunt Bauman, l’idea della purezza e l’incontro con lo straniero

Bauman

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Bauman e l’idea della purezza

Ogni modello di purezza genera la propria variante di impurità e ogni ordine crea le proprie categorie di gente inadatta all’ordine e in conflitto con esso. Lo straniero non ha posto nell’ordine sociale in quanto ci ricorda che gli sforzi ordinatori non sono mai sufficienti in un mondo mobile, fluido e mutevole. In un mondo liquido governato dall’incertezza, la sola presenza dello straniero che ci rimanda all’idea della povertà, rompe l’armonia della vita. Bauman vuole comunicarci che lo straniero è visto come il messaggero di una cattiva notizia, ricordandoci in maniera irritante quanto vulnerabili siano la nostra posizione nella società e la cronica fragilità del nostro benessere[4]. Bauman afferma che:

«Quando l’unità di misura della purezza diventa la capacità di partecipare al gioco consumistico, quelli che non prendono parte al gioco sono un problema; sono l’impurità di cui occorre sbarazzarsi. Dal punto di vista del gioco al quale la maggioranza partecipa con entusiasmo, essi sono consumisti difettosi, incompleti e impuri. Non reagiscono agli stimoli del mercato nello stesso modo dei consumisti autentici e veraci: quel modo, infatti, presuppone il possesso di mezzi che essi non hanno. Quindi non hanno raggiunto la libertà in un mondo dove la libertà si misura dal ventaglio delle scelte consumistiche. Per essi non c’è posto nel gioco consumistico. Non aggiungono niente al repertorio delle merci, né aiutano a smaltire l’eccesso di merce nei depositi; da qualunque parte li si guardi, sono inutili, fuori posto. Da eliminare».[5]

Parafrasando quest’idea, lo straniero viene visto sotto una lente economicistica. Vale solo se consuma, se produce e se fa bene all’economia nazionale, indipendentemente dalle condizioni da cui scappa. Questo discorso viene inserito da Bauman, in un contesto caratterizzato da patologie a livello micro e livello meso. Alla prima sfera appartiene il problema dell’identità. In altri termini, secondo l’autore, oggi mancano le risorse per la costruzione di identità solide e durature, e non si trova un terreno per ancorare l’identità acquisita. La mancanza di identità porta l’uomo contemporaneo a percepire un perenne senso di minaccia e di inadeguatezza di fronte alle sfide del presente. Quanto meno le persone hanno la sensazione di controllare il proprio destino, tanto più lo straniero viene percepito come un pericolo perché difficile da definire e da porre dentro un ordine sociale.

La vischiosità[6] degli stranieri diventa il riflesso della nostra impotenza, la quale a sua volta diventa forza degli intrusi. Ciò accade soprattutto negli spazi urbani delle periferie delle città, caratterizzate sempre più da lotte tra poveri: tra classi subalterne di nativi e di stranieri. Bauman sostiene che dato che non possiamo fare alcunché per arrestare le forze inafferrabili e remote della globalizzazione, possiamo scaricare sui loro prodotti (i migranti tra questi), che sono a portata di mano, davanti ai nostri occhi, la collera che ci hanno causato e ci causano. Ciò non va a toccare le radici del problema ma allevia l’umiliazione per la nostra impotenza, per la nostra incapacità di opporci alla precarietà del nostro posto nel mondo.

A livello meso, Bauman sostiene che lo Stato nazionale si trova in una condizione di ritirata. Tanto più nell’affrontare il problema dell’inserimento degli stranieri nelle società d’arrivo. Ciò è dovuto principalmente ad un contesto caratterizzato dalla crisi economica e in particolare della sostenibilità dello stato assistenziale. In seguito, affianco al lato materialista della questione, Bauman approda nella sfera dell’etica e del rapporto tra quest’ultima e lo Stato. Egli afferma che l’etica pre-esiste lo Stato e quest’ultimo non ha come obbligo l’esercizio morale delle sue funzioni. Tuttavia, anche se l’etica non deriva dallo Stato, essa è comunque il tribunale supremo da cui deriva la legittimità della sua funzione ordinatrice. In altre parole, per mantenere la sua legittimità lo Stato deve essere uno strumento d’etica. Il problema però è che mentre il sentimento d’ingiustizia è un fatto tangibile, la giustizia rimane una visione di riparazione dello stato di ingiustizia presente, a cui si può aspirare asintoticamente. Ciò porta ad una polarizzazione tra ricchi e poveri, in cui i poveri vengono visti come inutili per la società consumistica dal punto di vista economico. Non potendo eliminarli fisicamente si brutalizza e criminalizza la povertà, rendendoli inoffensivi in modo tale da non poter produrre una resistenza collettiva.

Bauman afferma che l’etica della “maggioranza soddisfatta”[7] verso le classi escluse non è un problema filosofico, o meglio lo è, ma necessita di risposte squisitamente politiche. Il miglior sistema politico possibile in cui l’etica può trovare la sua massima espressione è la democrazia (libertà d’informazione, d’espressione e di opposizione) ma Bauman ci dice che la tolleranza non si tramuta necessariamente in solidarietà, anzi spesso la tolleranza si traduce in insensibilità e indifferenza verso la subalternità, il dolore e la sofferenza. Nel caso specifico dello straniero (povero), si applica una dissonanza cognitiva che si esplica nel conflitto tra la natura incondizionata della responsabilità morale e la sua negazione nei confronti di determinate categorie di esseri umani. Bauman afferma che:

«Nel nostro caso, lo stratagemma si traduce nell’attribuire a chi è escluso dalla nostra responsabilità morale (altrimenti incondizionata) connotati tali da macchiarne e screditarne l’immagine, ovvero nel ridefinire e ri-presentare queste categorie di esseri umani come indegne di considerazione e rispetto, giustificando così la nostra indifferenza e noncuranza nei loro confronti come meritato castigo per i vizi o le perfide intenzioni di coloro che disprezziamo o ignoriamo, trattiamo duramente o trascuriamo ostinatamente. Il concetto di dissonanza cognitiva con tutto ciò che prevedibilmente ne consegue aiuta a spiegare le altrimenti incomprensibili divagazioni europee sul tema dei rifugiati che chiedono asilo, di volta in volta accusati di diffondere malattie letali, di essere al servizio di Al-Qaida o dello “Stato Islamico”, di voler approfittare del sistema di welfare europeo (per quel che ne rimane) o di tramare per convertire l’Europa all’Islam e imporre il dominio della shari’a».[8]

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Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani.

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