Tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti. Note sulla Libia

La Libia è implosa. Lo Stato si è polverizzato, i centri di comando si sono moltiplicati e nessuno controlla più il territorio. Quattro anni dopo la caduta di Gheddafi, la situazione sul terreno è estremamente fluida. Il paese è dilaniato da una guerra civile-tribale fra le varie tribù beduine, forze governative e milizie islamiste. Nel febbraio del 2011, l’onda delle “Primavere arabe” toccò anche la Libia: da una protesta di piazza a Bengasi in ricordo del massacro del carcere di Abu Slim di Tripoli del 1996, si sviluppò una rivolta contro il regime del Colonnello Gheddafi, il raìs che dal ’69 controllava il paese. La Libia si spaccò in due tronconi: la Tripolitania che restò saldamente sotto il controllo di Gheddafi e la Cirenaica, che invece diventò la roccaforte degli insorti. La repressione governativa fu violentissima: Gheddafi cinse d’assedio Bengasi e usò l’aeronautica ed i carri armati contro i civili. E’ in questo scenario che la Francia di Sarkozy prese l’iniziativa unilaterale di sferrare un attacco contro le forze lealiste, senza aspettare una copertura del Consiglio di Sicurezza o un pronunciamento della Nato. Addirittura pare che il governo francese avvertì gli alleati quando i suoi caccia erano già decollati. Le ragioni che portarono Sarkozy ad una reazione così muscolare furono essenzialmente due: la necessità di ricompattare l’opinione pubblica francese e spostarne l’attenzione su un fronte esterno, per riconquistare la popolarità perduta in vista delle presidenziali dell’aprile dell’anno successivo, poi vinte dai socialisti di Hollande; e l’intenzione di recuperare terreno per le aziende francesi alle quali ora venivano preferite quelle italiane, ENI in testa, grazie al “rapporto speciale” instaurato tra Gheddafi e Silvio Berlusconi, che si era invece fatto promotore di una certosina opera di riavvicinamento tra i due paesi. A fine marzo, l’intervento francese fu affiancato dall’ombrello Nato, dalla copertura logistica statunitense e dal supporto britannico. Anche l’Italia partecipò alle operazioni, seppur con un ruolo più defilato, dopo un clamoroso voltafaccia del Governo, che decise di abbandonare Gheddafi al suo destino, a dimostrazione della debolezza della politica estera italiana e dell’incapacità del paese di esercitare una qualche influenza internazionale. In ottobre, Gheddafi fu ucciso dai ribelli ed il Consiglio nazionale transitorio dichiarò la liberazione della Libia. Nel luglio 2012, si tennero le prime libere elezioni, che videro la vittoria dell’Alleanza delle forze nazionali dei moderati laici. Intanto però la guerra civile si riaccendeva e la Cirenaica tornava con forza su posizioni autonomiste. L’11 settembre dello stesso anno ci fu il famoso attacco contro il consolato americano di Bengasi da parte del gruppo qaedista Ansar Al-Sharia: morì l’ambasciatore Chris Stevens ed esplose la questione della radicalizzazione islamista delle forze sul terreno e il dibattito sulla efficacia dell’intervento Nato. La città di Misurata, simbolo della resistenza disperata contro i lealisti di Gheddafi nell’estate del 2011, diventò la centrale delle forze islamiste nel paese. La tensione crebbe in modo progressivo, finché nel luglio del 2014 lo scontro tra i governativi del Premier Zeidan e gli islamisti si intensificò al punto da rendere necessaria l’evacuazione della maggior parte degli occidentali nel paese. La Libia si spaccò nuovamente in più tronconi: da una parte il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ora guidato da Al Thani, che si insediò a Tobruk; dall’altra le milizie filo islamiche di Fajr Lybia, le quali presero il controllo di Tripoli, dove insediarono un governo parallelo guidato da Al Hassi, vicino alla Fratellanza musulmana. Intanto, Ansar Al-Sharia strinse un’alleanza con le forze del Califfato di Al Baghdadi, al quale viene riconosciuta la forza di un coerente progetto politico di ampio respiro e una visione strategica complessiva. E’ stata così possibile “l’avanzata” dello Stato Islamico fino a Sirte e a Tripoli. Le cancellerie europee sono state prese alla sprovvista dalla rapidità dal deterioramento della situazione libica: un teatro che sembrava esser stato dimenticato, o comunque declassato rispetto alle priorità che costituivano la crisi ucraina, la guerra siriana, Gaza, l’avanzata dello Stato Islamico in Iraq, è ora tornato al centro della scena. La situazione, in effetti, è critica: il rischio è la creazione di una centrale del terrorismo internazionale a soli 350 km dalle coste dell’Europa, ora anche alla portata di missili SCUD, e la polverizzazione del paese, sull’esempio della Somalia degli anni’90. Si avrebbe la perdita delle concessioni petrolifere e una generale destabilizzazione ulteriore dello scacchiere Nord-Africano, che potrebbe mettere a rischio l’Egitto del generale Al-Sisi, riaccendere i sentimenti filo islamisti oltre Nilo e le ostilità in Palestina. Il Nord Africa rischia di diventare una polveriera esplosiva, protagonista di un esodo migratorio di massa verso l’Europa, dalle conseguenze incalcolabili. Il Governo Italiano spinge con forza per un intervento militare su mandato delle Nazioni Unite e per la formazione di una coalizione di paesi europei e nord-africani interessati a fermare l’avanzata del Califfato nella regione. La guerra probabilmente si farà, quindi. E’ probabile che ci sarà un’invasione di terra, con “boots on the ground”, e non solo una serie di attacchi aerei e supporto logistico ad una fazione piuttosto che ad un’altra. Bisogna iniziare a riconoscere che l’intervento del 2011 è stato un disastro, che ha finito con l’aggravare la situazione libica, anziché risolverla. Questo è avvenuto perché è stato sferrato un attacco senza una reale strategia né un disegno di ricomposizione delle forze in campo. Manca una qualsiasi analisi differenziata dei vari teatri, un progetto di risistemazione della regione, o visione strategica. Usare la forza militare senza sapere perché e a quale scopo ha come risultato quello di peggiorare la situazione delle forze sul terreno e scompaginare ulteriormente il quadro. Si sono armati gruppi e fazioni che poi hanno impugnato le armi contro coloro che gliele avevano messe in mano. E’ successo con Al Qaeda e i Talebani in Afghanistan, con Al Nusra in Siria, con i Fratelli Musulmani in Egitto, con Hamas a Gaza e con i ribelli in Libia, per citarne alcuni. La complessità della situazione libica richiederebbe un intervento militare massiccio, una invasione di terra, che abbia come obiettivo il controllo del territorio, la deposizione del governo parallelo filo islamista, la cacciata del Califfato, il consolidamento del governo legittimo e la salvaguardia degli interessi nazionali, in relazione al fabbisogno energetico che la Libia copre e al controllo dei flussi migratori verso l’Europa. La gravità del pericolo è tale per cui tergiversare o tenere timidi approcci non farebbe altro che peggiorare le cose. Ma il punto è che probabilmente nessuno ha la forza, le risorse e il capitale politico da investire in un’operazione di questo tipo. C’è quindi l’altissimo rischio di ricommettere gli errori del passato, con soluzioni parziali, di comodo ed insufficienti. La crisi libica, ma anche quella ucraina e il generale subbuglio che scuote il Medio Oriente e la sponda nord africana del Mediterraneo da dopo la fine della stagione delle guerre americane, stanno dimostrando la debolezza dell’Europa, che non riesce ad assolvere al suo ruolo di grande potenza né ad esercitare alcuna influenza in questi teatri. La sua politica estera polifonica e scoordinata; le diverse posizioni di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, di fatto la confinano a ricoprire un ruolo marginale, di attore comprimario e non di protagonista. Manca quasi del tutto una politica di coordinamento dei sistemi di difesa, un raccordo tra le varie politiche estere; le forze armate, anche a causa della recessione economica, sono state oggetto di pesanti tagli di spesa. Insomma, le piccole nazioni europee, che oscillano tra tentazioni isolazioniste e rigurgiti neocoloniali, sembrano dei nani senza il supporto americano. Esaurita infatti la stagione dell’illusione neoconservatrice dell’unilateralismo americano, seguita alla fine della Guerra fredda, l’America di Obama ha tentato, fra molte esitazioni, incertezze e pasticci, di ricollocare le proprie forze e risorse in funzione della vera grande sfida che la aspetta in questo secolo, la competizione con il Gigante cinese, ritirandosi progressivamente dai teatri mediorientali. Il Medio Oriente e il Mediterraneo non costituiscono più un teatro prioritario per gli Stati Uniti: fin dal ruolo defilato che tennero nell’attacco alla Libia del 2011, apparve chiara l’intenzione di “lasciar fare” agli Europei. Il fisiologico ridimensionamento delle ambizioni a stelle e strisce, provate dal fallimento di due guerre logoranti e da una gravissima crisi economica, nonché la progressiva autosufficienza energetica, fanno sì che l’America non sia più in prima linea. L’Europa però non è in grado di colmare questo spazio, perché non ne possiede le risorse, i mezzi ma nemmeno l’ambizione: si crea così un grande caos e un vuoto di potere. Bisogna poi anche dire che si è completamente travisato il vero senso delle cosiddette “Primavere arabe”: si credeva che avrebbero chiuso il “decennio di Al Qaeda”(2001-2011), seppellendo l’estremismo islamico in funzione dell’abbraccio dei valori democratici delle società occidentali da parte di una nuova generazione di giovani che avevano accesso ad Internet ed ai social network. Si sono sostenute le ribellioni contro i regimi autocratici ed autoritari, che in molti casi erano stati invece prima armati e finanziati (per esempio l’Egitto di Mubarak) e che invece per decenni avevano fatto da argine al rinfocolarsi dell’islamismo radicale; ma non si è capito che questi regimi avevano funto da incubatori per una nuova e più potente radicalizzazione islamista di queste nuove generazioni, piene di odio verso l’Occidente. L’Europa deve allora farsi promotrice di un nuovo corso della sua politica estera: un più stretto coordinamento dei suoi sistemi di difesa e delle sue strategie di azione, un potenziamento dei suoi sistemi di armamento e di deterrenza militare, ma soprattutto deve fare leva sul suo vero potenziale: il soft power e la forza della mediazione culturale. Non si può pensare infatti di utilizzare esclusivamente la forza militare (che tra l’altro fino ad adesso, quando è stata impiegata, ha solo peggiorato la situazione), ma bisogna esercitare egemonia culturale e combattere l’odio e l’avversione antioccidentale, in molti casi ampiamente giustificata, di queste aree del mondo. Il messaggio di mobilitazione di massa del Califfato è potente e seducente per i giovani islamici che hanno conosciuto solo sfruttamento, disoccupazione, povertà, repressione ed emarginazione sociale. L’Europa e l’Occidente quale modello alternativo e vincente sono capaci di contrapporre? Loro vivono la sfiducia nelle istituzioni democratiche dell’Occidente, nei valori “materialisti, decadenti ed atei” delle nostre società. Bisogna interrogarsi sul perché e sul come fare fronte a questa perdita di attrattiva del “modello occidentale”. “Gli Americani dicono che i militanti dell’Is tra Siria ed Iraq sono solo 30.000 e che durante i loro raid ne sono stati uccisi già 15.000. Ma come fanno 30.000 persone a controllare un territorio così vasto? Forse perché hanno il consenso di milioni di persone in quella regione” ha detto D’Alema al convegno “Come cambia il mondo” svoltosi di recente a Roma. La vera sfida è questa. L’alternativa è l’avvitarsi di un pericoloso scontro di civiltà ed una radicalizzazione di un sistema di conflitti e faglie potenzialmente molto pericolosi per tutti. La scelta, direbbe Vittorio Foa, è tra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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