Alla corte dell’Uomo Qualunque

Si alza la mattina, svogliato. E’ andato a dormire la sera, molto presto. Solita serata, tv fissa sulle reti nazionali, i soliti protagonisti dell’agone politico che lui non sopporta più, quelli che guadagnano molti, molti più soldi di lui. E sbagliano i congiuntivi, non sanno quando è stata scoperta l’America, ignorano anche quelle poche cose che con la scuola dell’obbligo ha imparato anche lui, persino lui. Ma guadagnato tanto, troppo più di lui. Una vita passata a lavorare, anche quello con noia, nel posticino che nonostante quel po’ che aveva studiato gli ha trovato uno di quelli che guadagnano tanto. E dunque non può dire neanche niente. Si sfoga prendendosela con chi vede in TV, con chi vede per strada con i macchinoni, con gli immigrati, che gli creano casino per strada, con chiunque gli invii un multa o gli dica di rispettare le leggi, perché lui in questo stato non ci crede. Anzi crede sia il vero nemico, come i suoi rappresentanti. Eppure negli ultimi condoni anche lui è andato ad intingere il pezzo di pane, ma si sa, così fan tutti. Però lui vorrebbe dire qualcosa, quella mattina, vorrebbe potersi incacchiare contro quel sistema che in realtà coinvolge anche lui, che lui ha contribuito a creare, ma dal quale non riesce a uscire. Ma in fondo non vuole uscire. Poteva andarsene da quel maledetto Paese, ma non l’ha fatto. Perché non ha coraggio. Ma vuole fare qualcosa. In ogni caso. E allora va al supermercato, compra la sua spesa, esce, gli danno un volantino di quello che ce l’ha sempre con tutti. Pensa, almeno quello gliele canta chiare. Poi va avanti, fa per tornare a casa, ma all’improvviso si trova un gazebo. Che gli propone di votare per il suo candidato preferito come segretario di un partito. Lui, che quel partito non lo ha mai votato, tantomeno ha mai militato o fatto alcunchè in quel senso, ha qualche minuto libero. E vuole fargliela pagare. Si informa su quale sia il candidato più spaccatutto. Entra e vota, lamentandosi per i due euro che ha pagato. Il suo candidato sarà eletto. E lui continuerà ad essere incacchiato come lo era prima, come lo sarà dopo. Perché la sua vita è un eterno giorno della marmotta. E perché a lui, che neanche sa perché, è stato affidato il compito di scegliere la classe dirigente di un partito che non è il suo. E lui non sa neanche perché. Ma esercita il suo diritto. E come gli sembra giusto, vota il presunto giustiziere.

Così si vive, nel 2015, alla corte dell’Uomo Qualunque. Legittimo? Certo. Giusto? Chi lo sa. Opportuno? No. Utile per migliorare la classe dirigente? Lascerei la risposta a voi in quanto lapalissiana, ma comunque è: assolutamente no.

Certo si potrebbe obiettare che tale persona è sempre esistita, soprattutto nel contesto italiano. E citare a sostegno di questa tesi tutto il repertorio dell’originale “Uomo Qualunque” di gianniniana memoria. Ma tale affermazione, che ha sicuramente del fondamento, non toglie e non sposta il problema, quello vero dell’Italia che si chiama mancanza di una classe dirigente capace. Fino ad oggi infatti all’uomo qualunque nessuno aveva chiesto di essere classe dirigente. Gli si era chiesto il voto, a volte lo si era ottenuto, ma finiva là. Oggi si celebra come particolarmente democratico un rimedio che scaturisce dall’incapacità di fare il proprio lavoro da parte della classe dirigente di un Paese. Che dunque anziché affrontare con chiarezza le proprie responsabilità storiche e politiche usa lo stratagemma della decisione di tutti per non far decidere nessuno. Per riciclarsi. Altro che vera o presunta rottamazione. Basterebbe dare uno sguardo alla pesante barca che fa da carro all’ultimo dei vincitori della lotta politica italiana. Sarà infatti che con una nave tanto pesante è difficile fare tanta strada. Soprattutto poi se il candidato è inesperto e ambizioso. E soprattutto se questa viene, paradossalmente, descritta come una qualità. E dire che per qualsiasi altro mestiere questo discorso non si farebbe. Se chiamo un elettricista, un meccanico, un dentista, per me e credo quasi per tutti, l’importante è che sia innanzitutto capace. In politica, alla corte dell’uomo qualunque, conta solo una cosa. Che appaia, attenzione, non che sia, nuovo. E che sia manipolabile. Da poteri finanziari e opachi dal punto di vista politico che hanno da sempre vita facile con una classe dirigente deideologizzata, malleabile e manipolabile per gli interessi propri, che sono soprattutto quelli del capitale nazionale e globale. Da qui il pensiero unico, la criminalizzazione del conflitto. L’esaltazione della normalità, la mancanza di rispetto per le posizioni “altre”. La vita e le gesta di un piccole semi-re e della sua piccola e potente corte di (semi-) servi.

Dottore di Ricerca in Scienza Politica, Post-Doc in Politiche Pubbliche all'Università IUAV di Venezia. Dottore in Scienze della Comunicazione con tesi in Scienza Politica a Roma. Nato a Velletri, dove ha fondato all'età di 16 anni la più grande sezione della Federazione Castelli Romani, il circolo della Sinistra Giovanile Pier Paolo Pasolini. Ha poi vissuto e lavorato tra Roma, Bologna, Forlì, Padova, Venezia e Bruxelles. E' stato visiting scholar in Olanda, Nuova Zelanda, Ucraina. Ha collaborato e collabora con Giliberto Capano, Michele Prospero, Nicola Genga, Francesco Marchianò e molti altri. Oggi vive a Bruxelles dove oltre al suo lavoro di ricerca rappresenta una grande azienda italiana, svolge attività politica e conduce un programma radio.

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