Dopo l’abiura. Attualità e inattualità dell’ultimo Pasolini

Pasolini

Nella vasta e articolata produzione dell’ultimo Pasolini L’abiura dalla “Trilogia della vita”[1] occupa una posizione del tutto particolare, e questo non soltanto per il solenne atto di sconfessione della poetica che ha ispirato i tre film realizzati tra il 1971 e il 1974, ovvero il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte. Vi è in quelle parole anche un significato più largo, che coinvolge il percorso prima letterario e poi cinematografico dell’autore, soprattutto in riferimento al particolare rapporto dell’autore con i subalterni, considerati fino a quel momento come i più autentici depositari di un vitalismo irriducibile, poiché ancorato alla corporeità, alla dimensione biologica, insomma a ciò che persiste alle trasformazioni della storia.

Secondo la poetica anteriore all’Abiura, mostrare il corpo, liberare la sua nuda espressività, le sue forme educate dal lento adattamento ai territori, ai costumi e alle abitudini delle realtà popolari escluse dai processi di trasformazione risponde a un’esigenza niente affatto impolitica o di ripiegamento verso l’individualità. Al contrario, in questo fuori rispetto alla storia, Pasolini cerca un’ultima radicale opposizione al neocapitalismo. Il “corpo popolare” raccontato attraverso le novelle del Decameron, dei Racconti di Canterbury e delle vicende delle Mille e una notte sarebbe infatti in grado di custodire un sentimento della vita e, anzi, un desiderio della vita che il consumismo con i suoi prodotti e i suoi miti non sarebbe stato in grado di soddisfare. La forza oppositiva del suo cinema e in particolare dei film della Trilogia risiederebbe infatti proprio nella capacità di mostrare, di dare evidenza fisica a tale riserva di umanità attraverso i visi, i gesti e l’espressività dei subalterni.

Pasolini

Pasolini e Enrique Irazoqui – interprete di Gesù Cristo nel film “Il vangelo secondo Matteo” – in un momento di pausa, dinanzi al paesaggio dei Sassi di Matera.

L’esito è tuttavia opposto alle attese. Secondo l’autore, la libertà dei corpi espressa nella Trilogia avrebbe aperto il varco a un’ulteriore avanzata del neocapitalismo. “Tutto si è rovesciato” scrive Pasolini nell’Abiura. L’erotismo, il coito, i sessi mostrati nei suoi film, superando la censura, vengono fatti propri dal nuovo potere consumistico. Egli vive in questo senso la contraddizione di chi combattendo il vecchio moralismo borghese non ha in realtà fatto altro che favorire il progresso di un nuovo potere ancora più pervasivo e oppressivo, insomma di un “nuovo fascismo” capace di mercificare e assoggettare mediante i costumi e i riti del consumo quella forza vitale che fino a quel momento gli era parsa irriducibile e quindi intrinsecamente oppositiva.

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Pasolini e la modernità


[1] Pier Paolo Pasolini “Abiura dalla «Trilogia della vita»”, in «Corriere della sera» 9 novembre 1975, ora in Saggi sulla politica e la società, Mondadori, Milano 1999.


Crediti immagine: Pasolini davanti alla tomba di Gramsci, da ANSA [Public Domain], attraverso wikimedia.com


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Ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in semiotica presso l'Università di Siena con una tesi in co-tutela presso l'Université Paris-Sorbonne, in cui attualmente insegna. Tra i suoi scritti figurano diversi saggi sulla semiotica di Umberto Eco, l'opera di Pier Paolo Paslini e il marxismo di Gramsci.

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