Che cosa è successo in Svezia? Una prospettiva comparata: la “politica dei blocchi” in Danimarca e Norvegia – parte seconda

La prima parte di questo articolo è disponibile qui: Che cosa è successo in Svezia: le elezioni del 2014 e la crisi della “politica dei blocchi” – parte prima

Abbiamo concluso la parte precedente, dopo un’esposizione dei particolari meccanismi del bipolarismo scandinavo – la cosiddetta politica dei blocchi – sostenendo che essa, almeno in Danimarca e Norvegia, è sopravvissuta in qualche modo all’attacco dei partiti populisti di destra, riemergendo “addirittura più forte”. Quella che segue è una esposizione storica delle complicate vicende che hanno portato all’equilibrio odierno.

In Danimarca la frana avvenne con le elezioni legislative del 1973. Tutti i partiti fino allora rappresentati in parlamento perdono seggi a vantaggio di ben cinque partiti nuovi o prcedentemente extraparlamentari. Il più grande di questi, che risultò anche essere il più grande dei partiti non-socialisti (16% dei voti), si chiamava Fremskridtspartiet (Partito del progresso). Il suo fondatore, l’avvocato Mogens Glistrup, era già famoso per aver mostrato sulla TV nazionale di pagare lo 0% di tasse sul reddito, tassa che coerentemente il programma del partito prometteva di abolire.

Per la Danimarca da quel momento si aprì un periodo di instabilità politica durato, in fin dei conti, un quarto di secolo, tra legislature brevi e piccoli governi di minoranza. L’assetto bipolare della competizione, però, non viene intaccato: esclusa una breve esperienza di un anno (tra 1978 e 1979) i due partiti maggiori dei due blocchi non hanno mai governato assieme. Il Partito del progresso, sempre etichettato come “irresponsabile” non è mai stato chiamato a far parte di un governo, anche a costo di soluzioni paradossali come quella dello stesso 1973, in cui i liberali di Venstre, che avevano ottenuto un misero 12,3% dei seggi, formarono un monocolore di minoranza sostenuto da tutti gli altri partiti non-socialisti, incluso questo “partito antisistema”. Nel frattempo, Glistrup passò del tempo in carcere per evasione fiscale e cominciò a cavalcare la nascente ondata anti-immigrazione.

Più interessante è quello che accade dopo che dal Fremskridtspartiet si scinde un nuovo movimento dal nome Dansk Folkeparti (Partito del popolo danese). Della formazione madre prende quasi tutti gli elettori e la collocazione politica, se possibile spinta ancor più sulla destra: quello che abbiamo oggi è un partito di destra non-liberale, nazionalista e avverso al multiculturalismo. Dalla sua fondazione a oggi è cresciuto abbastanza da diventare terzo partito alle politiche, e addirittura primo (con il 26,6% dei voti) alle elezioni europee dello scorso anno.

Tutt’oggi non viene considerato un partner di governo rispettabile, ma ciò non vuol dire che non sia stato decisivo per reggere una maggioranza. Tra 2001 e 2011 la Danimarca è stata retta da un’amministrazione di centrodestra composta da due partiti, Venstre e conservatori, ma con il sostegno prominente di DF, che in questi 10 anni ha potuto dispiegare la sua influenza e ottenere leggi migratorie più severe di quelle dei paesi vicini – e tra le più severe in Europa. Insomma, l’obiettivo è stato raggiunto: non può esistere oggi maggioranza di centrodestra senza questo partito, che sia parte del governo o meno.

Oggi lo spettro politico danese appare insomma chiaramente diviso in due blocchi contrapposti e alternativi, tra i quali si divide l’intero elettorato. Una maggioranza dello 0,4% è stata sufficiente ai partiti del centrosinistra per formare un nuovo governo, la cui base parlamentare va dai socio-liberali di Det Radikale Venstre, per cui allearsi con la destra oggi non è più un’opzione, alla federazione della sinistra anticapitalista ed euroscettica Enhedslisten, la vera forza emergente dello schieramento. In mezzo, i socialdemocratici, la cui forza elettorale è al momento poco sopra il 20%. Il governo sostenuto da tale disorganica maggioranza, pur tra mille difficoltà, sta arrivando alla fine della legislatura; e ci sta arrivando anche grazie alla cooperazione dell’opposizione. Insomma, il mix di elementi maggioritari e consensuali che sta dietro alla politica dei blocchi è rimasto in vita e pare in discreta salute.

Per la Norvegia il discorso è molto simile anche se l’evoluzione del processo è stata relativamente meno favorevole ai partiti di centrodestra. Qui il partito “populista di destra” si chiama Fremskrittspartiet (Fp), che vuol sempre dire Partito del progresso; esso nasce nel 1973 sull’ondata anti-tasse proveniente dalla Danimarca, fondato da un leader carismatico – ed editore di una rivista dedicata ai cani – di nome Anders Lange, di cui inizialmente lo stesso partito porta il nome. Lange muore dopo un anno e la formazione resta tutto sommato irrilevante, con una manciata di mandati in parlamento, fino alla metà degli anni ‘80, quando contribuisce a far cadere, dall’alto dei suoi due seggi, il governo di centrodestra per disaccordi sulla politica fiscale.

Di qui il partito si costruisce una nomea di irresponsabilità nel campo borghese, ma è di fatto l’inizio della sua ascesa: inizia ad affrontare con decisione il tema dell’immigrazione, chiedendo di porre un tetto al numero di richiedenti asilo e agitando lo spettro dell’islamizzazione del paese. La strategia funziona e gli vale, nel 1989, un balzo di ben 10 punti percentuali e 20 seggi: da forza trascurabile diventa terzo partito del paese. Ne nasce un governo di centrodestra che non ha maggioranza in parlamento senza Fp. Questo governo, composto da conservatori filo-europei di Høyre, cristiano-democratici e agrari, è però già spaccato al suo interno sulla questione dell’adesione all’Unione Europea, con gli ultimi (in Norvegia chiamati Partito di Centro) fortemente contrari. Dopo un ribaltone parlamentare che porta al potere i laburisti (ossia il partito socialdemocratico norvegese, Arbeiderpartiet), gli euroscettici vincono di pochissimo il referendum sull’UE e il Partito di Centro ne beneficia con un grande successo alle elezioni del 1993. Rimane in carica il governo precedente, seppur tecnicamente i partiti non socialisti abbiano una maggioranza: la coalizione che lo sostiene è un inedito raggruppamento di laburisti, “socialisti popolari” e agrari.

Dopo le successive elezioni del 1997, sebbene questa coalizione potesse tecnicamente proseguire, il leader laburista Jagland rifiuta l’incarico avendo fallito l’obiettivo minimo da lui prefissato, confermare il 36,9% dell’elezione precedente – risultato peraltro mai eguagliato neanche in seguito – lanciando la palla nel campo del centrodestra, più frammentato che mai. Si forma una curiosa compagine di governo che tiene fuori, oltre a Fp, anche i conservatori: un “governo di centro”, borghese ed euroscettico, composto da cristiano-democratici, agrari e del piccolo partito liberale, che assieme fanno poco più del 25% dei voti. Segue una fase di grande instabilità [1] in cui tornano al governo i laburisti con un giovane primo ministro, Jens Stoltenberg, incaricato di portare avanti un tipico programma di “terza via” con annesse privatizzazioni. I sondaggi in quel frangente lasciavano presagire un quasi collasso del sistema, con Fp primo partito del paese e i laburisti ridotti a forza di secondo piano, sfidati dal Sosialistisk Venstreparti alla loro sinistra.

Il risultato del 2001 è stato il peggiore dal dopoguerra per i laburisti (24,3%), ma non è stato accompagnato una particolare crescita dei partiti sulle estreme. Il governo di centrodestra che ne è risultato prevedeva, per la prima volta espressamente, il sostegno del Partito del progresso; non però quello degli agrari che rimanevano all’opposizione. Cominciava così a tratteggiarsi una struttura della competizione basata su due blocchi: uno di centrodestra e uno di centro-sinistra (col trattino) o, con il termine in uso, rødgrønne, rosso-verde.

Alle elezioni del 2005 i partiti rosso-verdi si presentano formalmente coalizzati, ossia con l’inedita prospettiva, vinta una maggioranza dei seggi, di formare un governo di maggioranza con ministri di tutti e tre i partiti. Chiariamo meglio la portata di questa novità: i laburisti non avevano mai partecipato a un governo di coalizione dal dopoguerra in poi, gli agrari mai governato con la sinistra, i socialisti popolari mai governato tout-court. Questa coalizione si rivela un’alternativa vincente, seppur di poco, e il governo che segue, presieduto di nuovo dal laburista Stoltenberg, vince anche le elezioni del 2009 e resta in carica per ben 8 anni.

Dall’altra parte, in entrambe queste elezioni il Partito del progresso risulta secondo partito, con percentuali superiori al 20% e ben davanti ai conservatori. Questi ultimi comprendono che è ora di “costruire un ponte” e di accettare una collaborazione anche governativa con i primi, cosa che cristiano-democratici e liberali continuano invece a rifiutare. Høyre riesce a riguadagnare il ruolo di primo partito del centrodestra, prima alle elezioni locali e, infine, a quelle legislative del 2013, riducendo Fp al 16,3%. Considerando che, nel mezzo, gli orribili fatti del 22 luglio 2011 hanno reso la retorica anti-immigrazione quantomeno inappropriata, c’è da credere che il risultato sarebbe anche potuto essere peggiore.

Resta un fatto: le elezioni del 2013 hanno visto per la prima volta un partito “populista di destra” del Nord Europa ottenere una posizione di governo, e proprio nel momento in cui sembra aver imboccato la fase calante. C’è anche da notare che il processo di “assimilazione” nel blocco di centrodestra non è stato completato: cristiano-democratici e liberali hanno preferito rimanere fuori dal governo piuttosto che stare fianco a fianco con Fp, e la loro strategia pre-elettorale era quella di ottenere insieme abbastanza seggi da rendere più conveniente a Høyre formare il governo con loro (non riuscendoci). In ultima analisi, osserviamo proprio in questi ultimi mesi che lo spostamento dell’asse del governo così a destra non è stato accolto bene dagli elettori: la presentazione del bilancio 2014, che prevede una vasta gamma di tagli al welfare e alle aliquote fiscali per i redditi più alti ha coinciso con un’ascesa vertiginosa nei sondaggi del partito laburista, dato ben oltre il 40% dei voti e a un passo dalla maggioranza assoluta, a un calo di Høyre e, ancor più marcato, proprio di Fp.

Questa lunga digressione ci è stata necessaria per mostrare che l’adattamento al sistema (e del sistema) di questi nuovi partiti populisti è stato lungo, complesso, e parzialmente incompleto: ancor oggi continua a dare reazioni di rigetto nello stesso campo borghese. In Norvegia in particolare questa evoluzione si è intrecciata con il cleavage europeista, che ha creato una frattura insanabile tra i partiti di centrodestra spingendo il piccolo, ma importante anche simbolicamente – nonché garante di una riserva di voti affidabile e costante – partito agrario a formare una coalizione con i partiti socialisti.

L’esperienza di Danimarca e Norvegia insomma ci ha mostrato che queste forze “antisistema” sono alla fine diventate in qualche modo parte integrante del campo di centrodestra, cambiando, sia pur non drasticamente, gli equilibri in gioco. Non drasticamente perché lo svantaggio competitivo subito dal blocco di sinistra non è stato, dopotutto, così marcato: esso continua ad essere serio pretendente al governo, raggruppando ieri come oggi all’incirca la metà dell’elettorato, seppur con una composizione lievemente alterata rispetto al passato: non si può più parlare di un blocco “socialista”. I maligni direbbero che non ne avremmo potuto parlare in ogni caso, e probabilmente avrebbero ragione.

Ci tocca ora chiederci se la Svezia sia destinata a seguire la stessa strada. Sono dunque gli Sverigedemokraterna destinati ad essere assorbiti nel blocco di centrodestra, come successo ai corrispettivi danesi e norvegesi? Qualcuno dei partiti borghesi passerà a far parte del blocco di centrosinistra? Ora come ora non lo sappiamo, certo è che in questo momento entrambe queste prospettive appaiono molto lontane. Nel seguito cercheremo di capire perché.

 

[continua qui: Che cos’è successo in Svezia? Sessant’anni di politica dei blocchi: tendenze e sorprese – parte terza]


Note: 

[1] Al contrario di Svezia e Danimarca, e caso unico in Europa, in Norvegia non è prevista la possibilità di elezioni anticipate. I “cambi in corsa” di maggioranza parlamentare sono dunque più frequenti.


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Classe 1993, studia Governo e Politiche alla Luiss di Roma e fa parte dei fondatori di Rethinking Economics Italia. Quando ha voglia di rilassarsi scrive di Scandinavia dove può.

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