Dal compromesso socialdemocratico all’egemonia neoliberale

Il compromesso socialdemocratico
Dal punto di vista economico il tratto principale dei trent’anni di compromesso socialdemocratico (1945-1975) seguiti alla seconda guerra mondiale è rappresentato dalla regolazione del capitalismo, ovvero l’orientamento della creazione di valore al lungo periodo e l’affermazione di un circolo virtuoso investimenti-salari-welfare.
Attraverso gli investimenti era possibile ottenere un aumento della produttività che a sua volta consentiva la crescita dei salari e la copertura del sistema del welfare. Il circolo si chiudeva e diveniva virtuoso perché la presenza di alti salari e del welfare imponevano alle economie nazionali di fondare la propria competitività sulla continua innovazione dei processi e dei prodotti, anziché sulla svalutazione del lavoro.
La regolazione del capitalismo avutasi nel trentennio glorioso non è stata, però, solo una riforma economica. Si è trattata anche di una riforma democratica del sistema, che ha progressivamente riconosciuto la legittimità del movimento dei lavoratori, favorendo un ulteriore avanzamento dell’integrazione delle masse nel contesto democratico.

E quanto più il movimento dei lavoratori era riconosciuto come legittimo interlocutore e aveva la forza di organizzare il lavoro salariato, tanto più efficace risultava il compromesso socialdemocratico.

Nei paesi continentali e ancor di più nei paesi nordici la forza del movimento dei lavoratori ha maggiormente spinto il sistema produttivo ad innovare, coniugando elevati livelli di crescita con bassi livelli di disuguaglianze. Al contrario, laddove il movimento dei lavoratori era più debole, le politiche di intervento hanno assunto un carattere più assistenzialistico, degenerando in Italia, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, in quello che Marcello De Cecco definisce il keynesismo criminale, ovvero un sistema economico che mirava ad ottenere occupazione e crescita attraverso deficit per spesa pubblica improduttiva, svalutazioni competitive ed elevati livelli di evasione fiscale.

La controffensiva neoliberista
Il compresso socialdemocratico e la stabile crescita che aveva prodotto cominciano a vacillare negli anni Settanta, quando nel 1973 e nel 1979 hanno luogo due importanti crisi petrolifere. Il sistema economico che aveva garantito stabilità e crescita per un trentennio, si trova ad affrontare congiuntamente i fenomeni della disoccupazione e dell’inflazione. L’impianto keynesiano che aveva portato alla regolazione del capitalismo viene messo in discussione e inizia la controffensiva neoliberista.

A colpi di privatizzazioni e liberalizzazioni viene smantellata l’economia mista, colpito lo stato sociale e ridotti gli spazi di programmazione e di intervento statale. Si assiste peraltro ad una progressiva liberalizzazione del mercato dei capitali e ad una crescente finanziarizzazione dell’economia. Come sottolinea Riccardo Bellofiore nel suo “La crisi capitalistica, la barbarie che avanza”, negli ultimi trent’anni è cresciuto notevolmente il ruolo dei fondi istituzionali che raccolgono soprattutto il risparmio dei piccoli azionisti e ciò comporta un orientamento nella creazione di valore al breve periodo. Il capitalismo paziente, sul quale era stato edificato il compromesso socialdemocratico, era ormai superato, così come l’ambizione alla piena occupazione e il riconoscimento delle ragioni dei lavoratori.

Oltre che nel fenomeno della finanziarizzazione e nel connesso orientamento al breve periodo, l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori trova origine nella trasformazione del sistema produttivo che ha portato alla scomparsa delle grandi concentrazioni industriali e alla fine del paradigma fordista. Con la caduta dell’Unione Sovietica e la progressiva integrazione dell’Oriente nel sistema economico e commerciale mondiale, si assiste ad un raddoppio dell’esercito proletario di riserva e ad una riduzione dell’unità produttive che ha indebolito la solidarietà tra lavoratori e la capacità dei sindacati di organizzarli. Il sistema economico si è andato così a strutturare in filiere produttive transnazionali e la connessione delle diverse unità produttive era ed è fondata su una rigida gerarchia interna. Al centro di queste reti vi sono le aziende che riescono ad avere una forte capacità d’innovazione e possono puntare sulla qualità dei prodotti. Una condizione di forza che permette di garantire accettabili condizioni salariali ai propri dipendenti. Alla periferia del sistema produttivo vi sono però una serie di aziende fornitrici e subfornitrici che rappresentano i nodi più deboli di questa rete e che, disseminate in giro per il mondo, riescono a stare galla solo puntando su lavoro sottopagato e marginalizzato.

L’accettazione dell’egemonia neoliberale da parte della sinistra riformista
Che i sindacati venissero fortemente indeboliti dal ridimensionamento delle unità produttive, dall’instabilità del lavoro e della terziarizzazione dell’economia, poteva non rappresentare un pericolo per i lavoratori qualora lo Stato fosse in grado di investire consistentemente in istruzione e consentisse al sistema produttivo nazionale di agganciare la rivoluzione dell’economia della conoscenza. Era questa l’intuizione alla base della proposta politica delle terze vie degli anni Novanta. Di fronte alle trasformazioni indotte dal neoliberismo e dal cambiamento della struttura produttiva, la sinistra avrebbe dovuto abbandonare le vecchie logiche di difesa dei lavoratori, cercando di cavalcare l’onda neoliberista, dandogli una direzione più accettabile, più di sinistra.
Anthony Giddens, l’ideologo del New Labour di Tony Blair, sottolineò come la sinistra dovesse abbandonare l’idea dell’intervento ex post, finalizzato alla riduzione delle disuguaglianze e dovesse limitarsi alla costruzione di eque condizioni di partenza che consentissero a tutti di sviluppare competenze e talenti da mettere in campo nel mercato del lavoro.
Si riteneva, dunque, che la protezione dei più deboli e dei salariati in generale non passasse più dalla loro organizzazione e dalla loro unità, ma dipendesse esclusivamente dalla competenze acquisite dai singoli individui.
Era una visione non priva di un certo fascino: allontanarsi dalla logica dell’assistenza “dalla culla alla tomba”, su cui si erano fondati i sistemi di welfare nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, voleva dire abbandonare quel sapore paternalistico che quelle grandi conquiste si portavano dietro.
Pensare di abbandonare quel mondo grigio dell’industria e della catena di montaggio e di mettere al suo posto il mondo della creatività e della conoscenza era indubbiamente seducente.

Il socialiberismo reale e la persistenza del neoliberismo
Non tutto è andato come si sperava. La flessibilità nel mondo del lavoro, più che una conquista dei lavoratori divenuti sempre più autonomi, si è trasformata nel buco nero della precarietà. I salari sono rimasti stagnanti e le disuguaglianze sono ampiamente cresciute. L’economia non è andata a picco solo perché un’ampia espansione della leva finanziaria e dei crediti al consumo ha permesso al sistema economico di crescere, a ritmo peraltro sostenuto.
Lo squilibrio nella distribuzione del reddito e la finanziarizzazione dell’economia ha reso, però, più instabile il sistema ed ha condotto a partire dal 2007 ad una profonda crisi economica.
A differenza di quanto accaduto negli anni Settanta, le difficoltà economiche non hanno ancora portato ad un cambio di paradigma egemonico: sebbene per salvare le economie molte “azioni non convenzionali” siano state e siano tuttora compiute dai governi e dalle banche centrali, l’impianto di politica economica continua ad essere quello neoliberale. Questo è tanto più vero in Europa dove, sotto la spinta del duo Merkel-Sarkozy, sono state imposte ai paesi dell’unione monetaria politiche di austerità che mirano a far ricadere l’onere del riequilibrio economico sui paesi periferici
dell’area euro ai quali si chiede di recuperare margini di competitività rispetto ai paesi centrali attraverso una riduzione del salario diretto e indiretto.
A questo obiettivo rispondono le riforme del mercato del lavoro che finiscono per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e dei contratti collettivi nazionali. A questo obiettivo rispondono i tagli alla spesa sociale e l’aumento delle tasse.
Si è trattato di politiche che hanno condotto ad un aumento della disoccupazione e ad un ulteriore desertificazione produttiva. Ma nonostante il conclamato fallimento non è ancora emersa sul piano politico un’alternativa di programmatica fondata sulla creazione di lavoro, gli alti salari e il coordinamento economico e fiscale.
Le ragioni di tale ritardo vanno individuate tanto nelle trasformazioni strutturali del capitalismo, a cui abbiamo fatto cenno, che hanno ridotto la solidarietà e la coscienza dei lavoratori quanto nell’incapacità di costruire un’alternativa egemonica da parte della sinistra riformista che, come ricorda Cas Mudde sul Social Europe Journal, deve combattere una sfida culturale prima ancora che politica. “Bisogna ricostruire una moderna coscienza di “classe”, nella quale le differenze culturali abbiano un valore secondario e proporsi insieme di convincere una società sempre più scettica (particolarmente i giovani) dei vantaggi economici e morali di politiche redistributive serie.”

Nato a Cosenza 23 anni fa. Laureato in Economia Aziendale e Management presso l’Università Bocconi di Milano. Attualmente studia Amministrazione, Finanza Aziendale e Controllo presso la medesima università. Ha partecipato come delegato milanese all’Assemblea Costituente di SEL. Dal 2012 milita nel Partito Democratico e nei Giovani Democratici. Fa parte del coordinamento del Network per il socialismo europeo e scrive sul blog Redinking (www.redinking.altervista.org).