“Dall’Asia al Mondo. Un’altra visione del XX secolo” di Pierre Grosser
- 22 Aprile 2019

“Dall’Asia al Mondo. Un’altra visione del XX secolo” di Pierre Grosser

Scritto da Clara Galzerano

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La seconda metà del XX secolo: l’Asia fa tremare l’Occidente

L’autore riconduce quindi le origini della guerra fredda alle guerre civili e coloniali che sono scoppiate in Asia dopo la sconfitta del Giappone. La prima ondata di decolonizzazione avviene proprio nella regione: si pensi, ad esempio, all’indipendenza dell’Indonesia (1945), del Vietnam (1945) e dell’India (1947). Viene fondata la Repubblica Popolare Cinese (Rpc, 1949), mentre il Giappone dal 1947 diventa il punto di appoggio americano per il contenimento anticomunista in Asia. In questo contesto, Usa e Urss iniziano a ragionare in termini di sfere di influenza, mentre la guerra di Corea e la guerra di Indocina portano alla cristallizzazione nella regione dei due campi della guerra fredda, quello capitalista e quello comunista, ma determinano anche dei cambiamenti nella natura della guerra a livello mondiale. Infatti, fa notare Grosser, nel 1955 si conclude la fase di militarizzazione e di guerra aperta tra Urss e Usa e la competizione della guerra fredda da militare diventa strategica, basata sull’esibizione del modello sovietico e americano: l’Asia diventa il banco di prova del soft power delle due potenze. La guerra di Corea inasprisce anche la rivalità tra Cina e Usa e assume un significato globale. Il conflitto, che doveva essere “limitato” nella durata, mostra come nessuno dei due campi, comunista e capitalista, possa affidarsi alla speranza di una sconfitta definitiva del nemico: ciò che accade in Asia, rimarca l’autore, è speculare e complementare a ciò che avviene in Europa, dove si assiste alla divisione e al congelamento del continente in due blocchi e all’accettazione di questo modus vivendi. Tuttavia, l’Asia rimane un’area instabile, fucina di possibili tensioni e, per questo motivo, centrale nel grande gioco della Guerra fredda.[7]

Il processo di radicalizzazione comunista in Asia e l’inizio della guerra del Vietnam (1964-65) cambiano profondamente la relazioni internazionali. Il Vietnam mostra le atrocità dell’imperialismo americano e catalizza il dissenso dell’opinione pubblica internazionale. Tuttavia, con il proseguire del conflitto, Usa e Urss si avvicinano a causa dei loro problemi asiatici, il contenimento del comunismo per i primi e la sfida cinese per i secondi. Infatti, il movimento comunista internazionale viene messo a dura prova dal dissidio sino-sovietico, che scoppia all’inizio degli anni Sessanta per motivi ideologici e raggiunge il suo apice con gli scontri sul fiume Ussuri nel 1969, frutto di una contesa territoriale. La rottura tra le due potenze comuniste favorisce la distensione americano-sovietica da una parte e la frammentazione del Terzo Mondo dall’altra, mentre il Giappone fa il suo ritorno sulla scena regionale. Grosser sottolinea acutamente che la tensione e la rivalità esistente tra blocco occidentale e orientale sembra dissolversi prima nel teatro Asia-Pacifico che altrove. La prima metà degli anni Settanta è infatti scandita da due avvenimenti asiatici di vasta portata che portano ad una primo allentamento. La normalizzazione sino-americana (simbolicamente rappresentata dal viaggio di Nixon nella Rpc nel 1972) e la fine della guerra del Vietnam (1975) modificano gli equilibri della regione, che non dipendono più dal contenimento comunista a opera degli americani. Gli schieramenti della guerra fredda sembrano disintegrarsi e in Asia s’instaura progressivamente un nuovo equilibrio a quattro potenze (Usa, Urss, Rpc e Giappone). Gli Usa, per preservare la loro credibilità, sublimano il fallimento della guerra del Vietnam con la volontà di creare una nuova struttura globale di pace e così negli anni Settanta prende forma la grande distensione americano-sovietica. Tuttavia, in Asia gli americani contano sulla Cina popolare e il Giappone per il contenimento dell’Urss, mentre gli alleati asiatici muovono i primi passi verso la normalizzazione dei rapporti con il vicino sovietico. [8]

La svolta del biennio 1978-9 sul piano degli equilibri internazionali è ancora legata ad avvenimenti asiatici. La disgregazione del mondo comunista (conflitti tra Vietnam e Cambogia e tra Vietnam e Cina, l’invasione sovietica in Afghanistan) porta l’Asia a volgersi verso le pratiche del mondo capitalista. Deng Xiaoping inaugura l’era delle riforme cinesi (1978), mentre i successi economici dei paesi dell’Asean e del Giappone colpiscono e preoccupano l’Occidente. L’Asia conosce un miracolo economico e una stagione di pace: la stabilità della regione spiega come dagli anni Ottanta saranno prima l’Europa e poi il Medio Oriente a diventare luoghi di tensioni e conflitti.[9]

Le osservazioni dell’autore pongono l’attenzione su un aspetto molto interessante ma non ancora studiato a fondo: anche la fine della guerra fredda (1989-1991) sembra essere collegata all’Asia. Da una parte, scaturisce dalla necessità di far fronte all’affermarsi del continente asiatico come potenza economica. Dall’altra, il processo di democratizzazione in Estremo Oriente, pur con i suoi limiti, subisce un’accelerazione negli anni Ottanta e influisce direttamente sui cambiamenti in Europa. Ad esempio, nelle Filippine (1986), in Corea del Sud (1986-7) e in Birmania (1988) si assiste ad una “ondata democratica” che, partendo da Est, giunge a Ovest alla fine degli anni Ottanta. I paesi asiatici che hanno raccolto successi in ambito sociale ed economico sembrano mostrare ai paesi dell’Europa dell’Est come una svolta democratica sia necessaria per la rinascita delle economie nazionali. Da questo punto di vista, anche le battute di arresto registrate in Asia, come ad esempio la repressione avvenuta a Piazza Tiananmen nel giugno 1989, rivelano alle élite dell’Est Europa e dell’Urss come una risposta autoritaria alle dimostrazioni di massa non sia più efficace nel quadro di un contesto internazionale totalmente mutato.[10]

 Considerazioni finali

È da qui, dalla pax asiatica e dal boom economico degli anni Ottanta-Novanta, che hanno origine i successi cinesi, giapponesi, ma anche coreani e delle cosiddette “tigri asiatiche” nel XXI secolo. L’approfondimento di Grosser riguardo al ruolo dell’Estremo Oriente nella storia del Novecento dimostra come non si sia arrivati da un momento all’altro ad un mondo in cui le dinamiche legate all’Asia orientale sono imprescindibili nei calcoli geopolitici ed economici delle potenze occidentali. Questa situazione è il frutto di un secolo di avvenimenti che hanno visto l’Asia protagonista, convitato di pietra al banchetto delle grandi potenze. L’approfondimento di Grosser non può non destare l’interesse di lettori di ogni genere, in un momento in cui la guerra tecnologica e commerciale tra Cina e Stati Uniti fa addirittura temere una terza guerra mondiale e i progetti cinesi riguardanti la Nuova Via della Seta coinvolgono sempre più anche l’Europa. L’attualità dimostra che Grosser ha ragione: il XXI secolo si deciderà ancora in Asia.[11]

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[7]Grosser, “La guerra fredda e la decolonizzazione cominciano in Asia”, op.cit., pp.231-275.

[8]Grosser, “L’Asia fissa la geografia della guerra fredda”, “L’ondata rivoluzionaria che viene dall’Asia” e “Gli Stati Uniti e l’Asia, tra Vietnam e Cina (anni Settanta)”, op.cit., pp.278-476.

[9]Grosser, “La grande svolta del 1978-1979”, op.cit., pp.477-515.

[10]Grosser, “La fine della guerra fredda è anche asiatica”, op.cit., pp.517-562.

[11]Grosser, op.cit., p.562.


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Scritto da
Clara Galzerano

Nata nel 1992, laureata in Lingue Orientali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Attualmente, dottoranda in Storia moderna e contemporanea presso l'Università degli Studi di Trieste.

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