“Danimarca” di Paolo Borioni e Niels Christiansen

Danimarca

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Storia politica della Danimarca contemporanea

Il volume è eminentemente una storia politica, cosa che in certi tratti, quando ci si occupa di partiti e politica parlamentare, si traduce in una vera e propria cronologia di piccoli scostamenti elettorali, rimpasti e “ribaltoni”. Il lettore si troverà di fronte a un sistema partitico assai diverso, per frammentazione, volatilità e dinamismo, da quelli di democrazie corporative più studiate come quella tedesca. Queste caratteristiche della partitocrazia danese sono del resto ben note alla cultura popolare, tanto da aver fatto da sfondo a una serie televisiva di successo internazionale (per i non adepti, Borgen).

Oltre che sulla cronologia, il libro indulge a lungo su diversi argomenti teorici che ne costituiscono l’elemento più qualificante: significativi specie perché spesso ben poco conosciuti fuori da quei confini, o trattati sulla base di categorie stereotipiche se non direttamente ingenue.

Come prima cosa, il lettore scoprirà che, in termini di sviluppo democratico, la Danimarca è stata tutto fuorché un paese precursore: non si può parlare di democrazia parlamentare fino addirittura al 1901. Sotto un governo autoritario, conseguenza di una guerra persa, un nuovo pensiero e pratiche politiche si sviluppano al di fuori delle deboli arene (poco) rappresentative: in un paese che ha visto uno sviluppo industriale molto tardivo, e in cui il settore agricolo conserva un ruolo cruciale persino oggi, tra i piccoli coltivatori nelle campagne si sviluppa una fitta rete di associazionismo, in genere religioso, venato di sentimenti peculiari rispetto ai corrispettivi nel resto d’Europa: intensamente patriottico ma non nazionalista etnico, istintivamente anti-autoritario, piuttosto anti-statalista, di stampo marcatamente democratico.

Molto interessanti sono le considerazioni su come questo sentimento di forte autonomia della società civile abbia davvero pervaso la società danese dei decenni successivi: chiunque abbia vissuto da quelle parti sa quanto il ruolo delle libere associazioni, dai fortissimi sindacati e le casse di disoccupazione da loro gestite, alla pletora di gruppi di interesse e volontariato, sia pervasivo e riconosciuto dalla popolazione – e quanto questo sia diverso da una narrazione dominante che vede la Scandinavia come una specie di terra promessa dello statalismo.

La cosa ha conseguenze cruciali in quanto, secondo gli autori, siamo di fronte a un elemento strutturante della democrazia danese, nel senso di democrazia parlamentare ma anche e soprattutto al di fuori di essa: una “democrazia negoziata” diffusa e ampiamente partecipativa, in cui un ampio spettro di interessi distinti si incontra, si scontra, e giunge a compromessi anche difficili. La scienza politica tende a chiamare questo tipo di democrazie “consensuali”: il termine va preso con le molle perché il conflitto non è certo soppresso o esternalizzato, semmai interiorizzato e metabolizzato.

Da questo ambiente nasceranno due distinti movimenti partitici liberali, l’uno agrario e riformista, l’altro più urbano e radicale, agenti primari del processo di democratizzazione, che prima dell’affermarsi del movimento operaio rappresentavano dunque la sinistra dello spettro politico. Questi due partiti esistono tuttora e portano ancora quello stesso nome, dando vita al più noto dei paradossi della politica danese: un partito liberal-conservatore mainstream chiamato “Sinistra”, e un più piccolo movimento, espressione quasi per antonomasia di un certo radicalismo “centrista” e borghese di nome “Sinistra Radicale”. Le forze più vicine alla monarchia e alla grande proprietà terriera, accettando il gioco democratico, daranno vita al Partito Conservatore del Popolo, oggi il più piccolo partito rappresentato in Parlamento, ma capace di esprimere il primo ministro per quasi tutti gli anni Ottanta. A questi tre partiti, ovviamente, presto e impetuosamente si aggiungerà la Socialdemocrazia, che pur non assumendo mai una posizione di assoluta dominanza (come talora accaduto nei vicini settentrionali) diventerà in pochi anni l’attore più importante del sistema.

I quattro “vecchi partiti”, i loro uomini e donne e le loro alterne fortune sono i protagonisti principali di questo libro, nel corso degli anni accompagnati da pittoreschi attori secondari capaci di attrarre grandi quantità di voti (il Partito del Progresso negli anni Settanta, la sua ormai celebre mutazione Dansk Folkeparti negli ultimi anni), influenza parlamentare e governativa (scissioni socialdemocratiche, “socialisti popolari”, persino georgisti), talvolta nessuna delle due cose (comunisti “moscoviti” e nazionalsocialisti in primis, ma anche alcuni curiosi partitini di sinistra radicale con nomi tipo “Rotta Comune”). Come chi vi scrive non si stancherà mai di far notare, questa frammentazione, organizzata largamente lungo l’asse destra-sinistra, non è mai davvero risultata in quelle condizioni di profonda instabilità e immobilismo tipiche dei sistemi sud-europei a noi più noti: regole istituzionali intelligenti, una lunga tradizione di governi di minoranza e una diffusa pratica di compromessi trasversali a geometria variabile hanno risparmiato alla Danimarca il destino di quei paesi che, incapaci di scegliere tra istituzioni democratiche maggioritarie o consensuali, si sono ritrovati a non avere né le une né le altre. Nel caso danese (e scandinavo) possiamo, a seconda dei punti di vista, spesso dire addirittura di vedere coesistere entrambe.

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Classe 1993, studia Governo e Politiche alla Luiss di Roma e fa parte dei fondatori di Rethinking Economics Italia. Quando ha voglia di rilassarsi scrive di Scandinavia dove può.

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