Democrazie antiche e moderne tra mito fondativo e prassi politica

Nei giorni più concitati della crisi greca, culminati nella convocazione del referendum di domenica 5 luglio, nel dibattito pubblico è entrato di prepotenza l’argomento della «specificità» storica e culturale della Grecia come patria della democrazia. In moltissimi, sui social network e non solo, hanno affermato: la Grecia è la culla della sovranità popolare, e si conferma tale istituendo questa consultazione inedita nel merito e nel metodo.

Chiaramente il riferimento è alla forma di governo che ha retto Atene a partire dagli ultimi anni del VI secolo a.C. (e più marcatamente a partire dal V inoltrato) e che rappresenta sicuramente il primo caso storicamente documentato di democrazia, ovvero di ordinamento in cui il potere politico è detenuto dal «popolo». Del resto la Grecia classica ha contribuito così tanto a tutte le branche della vita umana individuale e associata – in politica come in medicina, nella letteratura, nella filosofia, nel diritto e così via – da entrare di diritto nell’immaginario collettivo al punto da scatenare un meccanismo inconscio, per il quale se oggi pensiamo alla Grecia ci salta in mente, prima di tutto, il proverbiale popolo di pensatori e poeti che abitava una terra disseminata di templi. L’importanza storica immane della cultura greca classica nella civiltà mondiale è ben nota allo stesso Alexis Tsipras, che nel giustificare al Parlamento Europeo le sue richieste ha citato la celeberrima Antigone di Sofocle, già oggetto di studio da parte di Hegel per la sua problematizzazione del rapporto tra legge e giustizia.

Ma è chiaro come Sofocle non avesse certo in mente bailout e austerity di venticinque secoli dopo: la tragedia pone al proprio centro delle questioni morali universali e astoriche (in quanto mitologiche), atte ad essere «riempite» di volta in volta da faccende contingenti, materia di riflessione, a seconda delle epoche. Il che rende d’altro canto evidente quanto la tragedia sia soggetta a malintesi – per non dire a strumentalizzazioni – quando non correttamente recepita (del resto alla fine Antigone muore, con buona pace di Tsipras). Lo stesso problema si ripropone potenzialmente nella ricezione di tutti i testi antichi, in quanto estrapolati dal loro contesto culturale e da noi contemporanei, anche inconsciamente, inseriti a forza nell’oggi (l’esempio più noto è la difficoltà nell’interpretare la lirica greca); ampliando ulteriormente il punto di vista potremmo dire che tutta la cultura antica sia soggetta a fraintendimenti. Giungiamo così al punto del discorso: il rischio di equivocare il senso della «democrazia» antica. Si può istituire un raffronto tra la democrazia antica e quella moderna? Quali sono le analogie e le differenze? Premettendo che la questione è di colossale complessità proverò a delineare alcuni brevi spunti di riflessione, prendendo avvio dall’ormai classico studio di Domenico Musti, Demokratía. Origini di un’idea, lettura obbligata per chiunque si interessi alle basi teoriche della democrazia antica e al suo rapporto con quella moderna.

Parlando di democrazia, chiunque abbia anche solo vaghissime nozioni di storia greca penserà immediatamente al famosissimo Epitafio pronunciato da Pericle nell’inverno 431/30 a.C. per commemorare i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, riportato da Tucidide (II 35 ss.): un discorso che effettivamente ha ottenuto giusta fama in quanto mirabile riassunto di tutti i capisaldi ideologici della democrazia antica e non solo. Ma vorrei porre attenzione sul fatto che questo discorso fu pronunciato alla fine della carriera politica dell’esponente più importante della storia della democrazia ateniese: è storicamente un punto di arrivo, non di partenza.

Vorrei dunque fare un passo indietro per analizzare un passo delle Storie di Erodoto (V 66, 2), di qualche anno più antiche del discorso di Pericle: in questo passo si parla delle lotte di potere tra Isagora e Clistene (che infine prevarrà) per governare Atene dopo la caduta dei Pisistratidi, attorno al 510 a.C.: «questi uomini si contesero il potere, e Clistene, essendo in svantaggio, avvicinò il popolo all’eterìa». Le eterìe erano dei club aristocratici che costituivano anche fazioni politiche: la straordinaria intuizione storica di Clistene, di cui si fatica a comprendere la portata (anche perché Erodoto è assai avaro di dettagli in questo passo), fu il volgere il popolo – fino ad allora spettatore passivo delle lotte di potere – a proprio favore, rendendolo attore fondamentale nel capovolgere i rapporti di forza. In altre parole la genialità di Clistene, come osserva Christian Meier nell’apertura de L’arte politica della tragedia greca, consistette nel promettere vantaggi politici al popolo, mentre l’atteggiamento abituale era semmai quello di ricompensarlo con vantaggi meramente economici, in una prospettiva paternalista e dunque conservatrice. Si aprì così la prima fase storica della democrazia ateniese, fase che tendo a definire negativa in quanto identifica se stessa come negazione della tirannide: del resto l’abbattimento della tirannide è per essa una sorta di mito fondativo, e qui si rintracciano le radici dell’istituto dell’ostracismo, una sorta di esilio sancito democraticamente.

A questa prima fase di concordia sociale contro la precedente fase «monarchica» subentra, prima con Temistocle negli anni ’70 del V secolo e poi soprattutto con le fondamentali riforme di Efialte e Pericle nel 462 a.C., la fase della democrazia radicale o positiva: superato lo «stato nascente» di forma semplicemente anti-tirannica la democrazia si struttura in modo sempre più definito, dando vita a una dialettica politica al suo interno. È questa la fase storica entrata nell’immaginario collettivo: il cinquantennio della democrazia radicale si snoda fino al colpo di stato del 411 (o, se vogliamo, fino all’istituzione dell’oligarchia nel 404) e trova la sua ragion d’essere in una mossa politica – la riforma del 462 circa a cui si accennava sopra – di importanza storica pari all’intuizione di Clistene. Mi riferisco all’introduzione dei misthoí, le retribuzioni erogate dallo Stato ai tutti coloro che ricoprivano cariche politiche nei tribunali pubblici. In forza di questa legge si incoraggiava fortemente la partecipazione politica, fondamentale in una forma di governo che – è il momento di evidenziare la differenza più lampante dalla democrazia moderna – era una democrazia diretta. Il misthós permetteva al cittadino di «perdere» la giornata di lavoro dedicandola all’attività politica, non esistendo (almeno in teoria) la delega per rappresentanza.

Qui giungiamo al punto che personalmente ritengo più problematico e più interessante di tutto questo discorso: la sostenibilità economica della democrazia antica. La democrazia moderna, fondandosi sulla delega, lascia il cittadino libero di attendere ai propri doveri lavorativi; quella antica invece necessita di fornire «dall’alto» alle masse urbane la possibilità economica di partecipare costantemente (o quasi) alla vita pubblica. Queste masse proletarie urbane, quelle che la riforma di Solone dei primi anni del VI secolo aveva identificato come teti, ne rappresentavano il nerbo, erano la base sociale ineliminabile della forma democratica, il che rendeva a sua volta ineliminabile il misthós: non è un caso se Cleone, il demagogo ateniese succeduto a Pericle (che in un certo senso rappresentò il canto del cigno della democrazia radicale, e la prova della sua degenerazione), aumentò la retribuzione da 2 a 3 oboli. È facilmente immaginabile il colossale e costante esborso che le istituzioni democratiche comportavano per le casse della polis: come si finanziava questa spesa abnorme? In un sistema precapitalistico qual è l’economia del mondo antico, in cui non sono maturi gli strumenti che porteranno alla formazione di plusvalore, l’unico modo (o almeno il più semplice ed efficace) per accumulare ricchezza è sottrarla ad altri. La stessa Atene si reggeva economicamente sulla grande rete di città alleate e subordinate che aveva plasmato nell’Egeo a partire dal 478 a.C., e non è certo casuale la coincidenza temporale tra crollo della Lega attica e crollo della forma democratica, nel 404. Si palesa qui un grande paradosso, non certo l’unico, della democrazia antica: essa si basa sulla sopraffazione all’esterno, sulla razzia di ricchezze altrui per finanziare se stessa. Per tirare le somme, direi che la democrazia antica e quella moderna hanno in comune il mito fondativo della fase negativa (l’essere generalmente nate dal rovesciamento di governi tirannici) ma si distinguono nella fase positiva. Interpreterei questo passaggio in senso «marxiano», nel legame tra struttura e sovrastruttura: i differenti rapporti economici e modi di produzione hanno determinato due modi assai distanti di «porsi in essere» da parte delle due democrazie.

A quest’ultimo punto si collega strettamente l’altro paradosso della democrazia (per non dire della civiltà) antica: il problema degli schiavi. L’esercizio democratico era infatti precluso a schiavi, donne e a coloro che non godevano della cittadinanza, punto, quest’ultimo, ovviamente in comune con molti Stati moderni. L’esclusione delle donne è in parte un falso problema, come hanno dimostrato studi recenti (citerò solo il recente Donne che contano nella storia greca a cura di Umberto Bultrighini ed Elisabetta Dimauro): le donne avevano ampi spazi «informali» di partecipazione alla vita pubblica, e la loro esclusione «formale» era dovuta a fattori ideologici profondamente connaturati ad alcune fasi della cultura antica. Resta vivissimo il problema degli schiavi, su cui gli stessi antichi, in età successive, si sarebbero interrogati (si pensi a Seneca, che pure non viveva certo in un contesto democratico). L’unica parziale soluzione che mi sento di dare al paradosso della questione schiavile in una società democratica – paradosso che si è ripetuto in età moderna, com’è appena il caso di ricordare, negli USA – è una spiegazione nuovamente di stampo materialista: la presenza degli schiavi era talmente intrinseca all’economia antica che la cultura di quel tempo non poté (o non volle) mai elaborare modelli alternativi, né tantomeno impegnarsi nello sviluppo tecnologico che avrebbe reso meno vitale l’uso della forza umana. Serviranno secoli di sommovimenti storici e ideologici per mettere in discussione il sistema schiavile: una sua abolizione avrebbe creato un terremoto sociale assolutamente indesiderato, anche ammesso che fosse stato escogitato un modo per supplire all’uso degli schiavi nelle attività economiche.

In conclusione: la lezione greca (meglio, ateniese) nella storia della democrazia è e resta inestimabile. La grande intuizione dell’opportunità di conferire diritti alla massa è innegabilmente alla base dell’esperienza politica occidentale. In questo senso la continuità tra le due democrazie è palese: ogni volta che si è abbattuta una tirannide, ieri come oggi, la prima mossa è stata in senso lato un’estensione anche brutale e sregolata dei diritti politici, come a istituire un legame niente affatto scontato libertà-democrazia. Da lì in poi iniziano le altrettanto innegabili differenze, legate ai differenti contesti storici, ideologici e – soprattutto, ritengo – economici.


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22 anni, studente di Lettere classiche, membro del circolo GD "Malala Yousafzai" di Chieti. Appassionato di libri, viaggi, fotografia, politica e di varie combinazioni tra queste cose.

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