Le recenti vicende dei partiti italiani della sinistra, sia a livello locale che a livello nazionale, portano a pensare e ripensare. Esistono infatti singoli episodi di buon o malgoverno locale, che sono in qualche maniera fisiologici in una democrazia. Lo stesso dicasi per le tensioni nell’ambito dei corpi intermedi, siano essi partiti, sindacati o altro. Non è dunque il fenomeno in sé ad essere di particolare interesse per chi scrive, quanto la causa che è dietro a tali accadimenti e processi.
I partiti contemporanei si configurano sempre di più come strumenti mediatici e fini narratori di una storia che possa risultare più gradevole ai più, più interessante, più vincente. E fino a qui siamo nel regno dell’inevitabile, visto che viviamo nel 2015. Ma cosa succede se tutti questi strumenti, raffinati e tecnologici, non vengono più usati per il uno scopo politico, per riuscire a far vincere il proprio partito o, meglio ancora, per portare al potere uomini e idee che si ritengono giusti, adeguati, preparati nel modo che si crede migliore? Cosa succede se un partito diventa nulla più di una lobby? Un centro redistributore di lavori e poteri vari? Cosa avviene nel momento in cui la comodità del posto, di un lauto stipendio o dei vantaggi, che spesso si sposano all’attività politica, diventano anziché stimolo al lavoro migliore, obiettivo di una vita più da broker che da politico o da amministratore?
Ecco, forse succede che avviene di avere cattivi amministratori, cattivi partiti, e soprattutto di divenire oggetto di gruppi, piccoli e organizzati, che invadono i processi democratici dei corpo intermedi allo scopo di prenderne le redini e piegarli ai propri interessi. Ora, se tale dimensione può anche addirsi con una certa facilità a partiti che si propongano soltanto di amministrare l’esistente, essa cozza evidentemente con la ragion d’essere di organizzazioni della sinistra politica, nate, in qualsiasi declinazione le si voglia pensare, per innescare processi di cambiamento nella società. La berlingueriana metafora del partito di lotta e di governo è incredibilmente (per alcuni) stata ripresa da diversi attori politici contemporanei, non ultima la Lega Nord, per enfatizzare la propria genuinità, anche in maniera del tutto strumentale. Ma invece cosa è ancora attuale di quel messaggio, così efficace e leggibile? Quello che è attuale è che la lotta non è un contorno della vita politica di un partito della sinistra. Essa e l’attitudine ad essa sono qualità fondamentali per poi governare per il cambiamento. Per non limitarsi all’amministrazione dell’esistente, per portare avanti un’idea almeno un po’ diversa della società. La lotta, il conflitto. Invece oggi i partiti della sinistra sono assenti, e concettualmente e fisicamente, dal conflitto. Dai luoghi dove esso si svolge, dalle periferie, dal popolo arrabbiato, dai nuovi deboli. Essi hanno preferito rifugiarsi in posti più sicuri, hanno preferito per un po’ parlare di lotta senza praticarla più, e poi non l’hanno nemmeno più nominata, quasi fosse un disvalore. E invece l’unica dimensione del contemporaneo per un partito di sinistra è essere di lotta e di governo. Non c’è contrapposizione. Perché se si diventa solo partiti di governo, ahimè c’è chi lo ha saputo fare meglio della sinistra, a cominciare dalla tanto criticata DC. E invece di essere attratti, come tanta classe dirigente e nazionale della sinistra, dalla voglia di insegnare l’arte dell’amministrare l’esistente a chi ne è maestro, si dovrebbe ritornare a insegnare, praticare, rilanciare la lotta e la vicinanza alle lotte. Tornando nei luoghi del conflitto, tornando alla formazione politica, tornando alla militanza e non al volontariato. Rendendo strutturato ciò che oggi è aereo. Bisognerebbe che questo diventasse il tesoretto e la vera differenza tra la sinistra e gli altri. La prima non può essere solo di governo, ma di lotta e di governo, o, molto semplicemente non ha motivo d’essere. A me piacerebbe veder rilanciato questo concetto. Non so se molti degli attuali dirigenti della sinistra italiana la pensino come me. Se devo dirla tutta, sembra che essere definiti di sinistra, come io ho deliberatamente fatto in questo articolo, a molti di loro cominci a pesare un po’ troppo.
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