Dopo-modernità e beni relazionali. Intervista a Pierpaolo Donati

Pierpaolo Donati è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. E’ autore di numerosi saggi nonchè teorico della così detta “Sociologia relazionale” o “Teoria relazionale della società”. 


 

Da qualche settimana è in libreria “Babel” (Laterza) libro-dialogo tra Ezio Mauro, direttore de la Repubblica, e Zygmunt Bauman, sociologo di fama mondiale. Egli afferma che la cifra della nostra epoca sta nella contraddizione tra “fissità” e “mobilità”. Come soluzione propone una “ermeneutica pluralizzante”, attraverso cui indagare Alter per cambiare Ego, e da lì il mondo intero. Lei, invece, ce l’ha una proposta per affrontare quello che, per dirla con le parole di Luhman, a lei caro, è ormai “un mondo sempre possibile altrimenti”?

Francamente, mi pare che Mauro e Bauman descrivano i grandi mali della nostra società tardo-moderna senza prospettare alcuna soluzione percorribile. Le soluzioni che propongono, in particolare quella di Bauman sulla ‘ermeneutica pluralizzante’, non hanno le gambe su cui potersi reggere, perché si contraddicono. Bauman dice che viviamo in un’epoca di liquidità, incertezza, disorientamento, e propone una sorta di ‘verità plurale’ che è proprio quello che ci rende liquidi, incerti e disorientati. Non mi sembra una gran soluzione. Afferma che “da fabbriche di solidarietà, in cui costruire relazioni, si è passati a fabbriche di rivalità e sospetto, dove il mio collega è visto solo come un avversario”. Ma io mi chiedo: non è proprio questa la premessa su cui è stato costruito lo Stato moderno (l’homo homini lupus di Hobbes)? Di che cosa ci si lamenta, se le premesse hanno dato i loro esiti? L’analisi di Bauman e Mauro è grandemente deficitaria nel momento in cui suppone che sia esistita una modernità gloriosa socialmente integrata e poi descrive una decadenza dovuta non si sa bene a che cosa. Alla tecnologia? Al fatto di scoprire che la democrazia in cui viviamo è il governo dei potenti? Ma questa tecnologia è il frutto della modernità e la nostra democrazia è l’esito di un certo illuminismo élitario a cui le popolazioni non credono più. Non si tratta certo di tornare indietro, né di essere anti-moderni, ma bisogna capire cosa significhi entrare in quella che, in tanti libri, io ho chiamato società ‘dopo(after)-moderna’. Possiamo affrontare ‘un mondo sempre possibile altrimenti’ solo se rifondiamo le basi di questa società a partire da una visione né individualista né olista, ma relazionale della vita sociale. Indagare l’Altro per cambiare Ego non è un discorso relazionale. Bauman rimane un individualista, nel senso che fa appello alla responsabilità dell’individuo. Per lui, l’incontro fra Ego e Alter non costituisce una situazione sociale (come ha ben chiarito Matthias Junge). Per lui, la moralità sta nell’individuo. Occorre invece capire che la moralità è il prodotto della reciprocità. In breve, la moralità nasce dal guardare al bene comune che è il bene relazionale che esiste fra Ego e Alter.

Nel suo libro “Sociologia relazionale” (Editrice La Scuola, 2013)  lei mette in luce i fallimenti del modello LIB/LAB che, se pure dominante in occidente negli ultimi 60 anni, ha ormai fatto il suo corso dimostrando inefficienza. Considerando come uniche componenti sociali lo Stato e il Mercato, l’alternanza di politiche liberali/laburiste (o capitaliste/socialiste, per meglio intenderci) è per forza di cose sorretta da una logica relativistica che impedisce, de facto, l’introduzione dei due correttivi avanzati da molti sociologi: più inclusività nella cittadinanza e più etica nel mercato. Perchè?

L’assetto lib/lab delle società occidentali è di matrice hobbesiana e, finché ci restiamo dentro, andremo incontro solo a fallimenti. Occorre cambiare le premesse della concezione hobbesiana della società. Ma è un lungo discorso. Vengo ai due temi concreti: inclusione sociale ed etica dei mercati. Mi fanno un po’ ridere quelli che parlano di ‘secondo welfare’, come se la cittadinanza più inclusiva fosse frutto del sostegno dei privati al welfare state di stampo lib/lab. Occorre passare ad una cittadinanza diversa, che costruisce diritti non solo da parte di uno Stato distributore e concessorio di diritti, ma a partire dalle migliori energie e forze della società, configurando lo Stato come sistema politico-amministrativo sussidiario nei confronti della società civile (si veda il libro La cittadinanza societaria, Laterza, 2000). L’etica nel mercato non la può introdurre il mercato stesso, come alcuni pensano, ma proviene da quei mondi vitali che ridefiniscono ‘i mercati’ (al plurale, ne nascono tanti di nuovi) in quanto ridefiniscono le ragioni degli scambi, le forme del denaro (diverse dalla currency), gli stili di vita. Nel libro Il lavoro che emerge (Bollati Boringhieri, 2001) ho mostrato queste possibilità, che in parte si stanno realizzando, facendo leva su precise soluzioni come i ‘contratti relazionali’, il ‘lavoro relazionale’, i diritti relazionali, ecc.. Questi cambiamenti sono già all’opera, ma i sostenitori del neo-welfare liberale (che è un travestimento del lib/lab; un chiaro esempio è quello di Maurizio Ferrera), non lo vedono, perché sono interessati solo alla gestione del potere politico che controlla i mercati capitalistici attraverso le politiche pubbliche.

Lei insiste spesso sull’importanza delle relazioni sociali come  chiave per passare dal Welfare State novecentesco (in piena crisi) ad una nuova Welfare Society. In pratica, un sistema di benessere non più basato sulla caritas verticale dello Stato bensì sulla philìa della Società civile: un welfare orizzontale e reciproco, fra coloro che fanno parte di una stessa comunità politica. Quali sono i presupposti per questa trasformazione?

I presupposti sono innanzitutto quelli di una de-statalizzazione della società che non si affidi al mercato capitalistico (come propongono i lib/lab), ma ai nuovi soggetti relazionali della società (si veda P. Donati & M. Archer, The Relational Subject, Cambridge University Press, 2015). Parlo delle organizzazioni di privato sociale e terzo settore, innanzitutto, ma poi anche di tutti quei movimenti sociali che non si limitano ad aggregare una protesta, ma sono capaci di creare dei soggetti collettivi che diventano ‘imprenditori sociali sussidiari’. Sono imprenditori perché inventano e rischiano. Sono sociali perché operano per creare beni comuni. Sono sussidiari nel senso che agiscono in modo da abilitare i propri membri a generare una socialità capace di redistribuire potere e risorse all’interno della società. Sono creatori di quei beni relazionali che costituiscono il sale della democrazia, non solo politica, ma anche economica e sociale. Potrei fare molti esempi, come quelli dei soggetti che producono beni comuni in internet, o reti di partnership fra diversi portatori di interessi, le esperienze di co-production, le alleanze locali per le famiglie, le social street, i servizi relazionali di welfare, e così via. Si tratta di realtà che ridefiniscono la cittadinanza non già come appartenenza dell’individuo ad uno Stato-nazione, ma come complesso di diritti-doveri di appartenenza ad una comunità politica, qualsiasi sia la sua estensione, dal locale all’universale. Ciò che importa vorrei dirlo con le parole di un fondatore della prima social street a Bologna, una città piena di scritte poco edificanti sui muri delle case lungo le strade. Mi ha detto: “non mi importa il muro pulito, ma la socialità che c’è dietro”. Voleva appunto dire che è la socialità di una strada o di un quartiere che rende pulita una strada, oppure cura un giardino pubblico o qualsiasi altro bene comune, alimenta i riconoscimenti e gli aiuti reciproci fra la gente quando c’è un particolare bisogno, e non solo il rispetto formale per strada. Questa è la società civile, che crea beni per sé ma li rende disponibili a tutti coloro che passano di lì. Non è un’idea utopica o mistica. Ovviamente la social street non è la panacea di tutti i mali, per carità, può fare ben poco. Ma porta con sé l’idea che il benessere nasce dai partecipanti ad una comunità politica quando sentono la loro comunità come il bene collettivo da cui deriva il bene di ciascuno. Una visione che è molto diversa dall’idea astratta che esista un interesse generale tutelato da uno Stato guardiano dell’ordine e della sicurezza sociale.

“Sussidiarietà” è un tema a lei caro: ne ha più volte sottolineato l’importanza, nei suoi scritti, per affrontare l’ordine sociale e la governance difficile del nostro mondo globalizzato. Non teme invece che, soprattutto in Europa, l’assenza di una compattezza politica centralizzata stia prefigurando un pericoloso ritorno ai conflitti tra Leviatani?

Sarebbe un grande errore pensare che si possano evitare i conflitti fra Leviatani (gli stati nazionali europei) costruendo una sorta di super-Leviatano. Rimarremo dentro la stessa logica hobbesiana. Io vedo l’attuale crisi dell’Unione Europea come il prodotto di una insofferenza delle popolazioni nei confronti di un potere, quello dei burocrati di Bruxelles, che cercano di integrare l’Europa costruendo una sorta di super-Stato (lib/lab), anziché cercare di realizzare una federazione di popoli che lasci il massimo delle libertà a ciascuno di essi e unifichi gli interessi comuni, che sono quelli di relazionarsi verso il resto del mondo per promuovere lo sviluppo delle aree da cui provengono le migrazioni e la pace interna ed esterna, attraverso una maggiore solidarietà e cooperazione interna e la costruzione di partnership con altri Stati o organismi sovranazionali. La sussidiarietà è un criterio di governance globale perché significa che ciascuno deve agire in modo da aiutare l’altro a fare ciò che l’altro deve fare. Non sostituirlo, ma capacitarlo. L’Europa si potrà fare anche come unione politica se sarà una rete di reti di relazioni fra soggetti di società civile che creano una cittadinanza europea dal basso e sono sostenuti da un sistema politico (l’Unione) che agisce in modo sussidiario verso di essi. Tutto il contrario di ciò che ora accade. Pensiamo ad esempio al fatto che la UE non ha mai voluto riconoscere le associazioni europee, perché teme le formazioni sociali intermedie. Adottando un modello lib/lab, l’attuale UE vuole controllare tutto e tutti attraverso un potere economico e politico invasivo, nell’intento non detto che questa sarebbe la via per una unione politica consistente in un super-Stato con una moneta unica, nel quale, in base alla norma del voto democratico, il più forte imporrebbe la sua volontà.

Nel suo libro “Oltre il multiculturalismo” (Laterza, 2008) lei auspica la creazione di un “mondo comune” come luogo d’incontro tra culture e popoli diversi, da attuarsi attraverso la così detta “ragione relazionale” che permetterebbe di riconoscere quali siano i valori fondanti per una nuova società interculturale, condivisibili ex omnibus. Viene subito in mente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 che, altrettanto nobilmente, si proponeva obiettivi simili, e tuttavia fu da subito tacciata di giusnaturalismo (da parte dei paesi ex URSS) e di intrinseco occidentalismo cristiano (da parte dei paesi islamici). La sua proposta non rischia di cedere alle stesse tentazioni?

In quel libro io non parlo di ‘valori fondanti’ per tutti, dato che so bene che sui valori non c’è convergenza, ma parlo di una ‘ragione relazionale’, cioè della necessità di convergere sul comune interesse a buone relazioni, ossia a relazioni che generano beni relazionali. I beni relazionali sono quei beni immateriali che possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme dai partecipanti. Non sono aggregati di interesse, e non sono divisibili. Ognuno trae da essi un beneficio che non potrebbe ottenere altrimenti, certo non da solo (si veda il libro I beni relazionali: che cosa sono e quali effetti producono, Bollati Boringhieri, 2011). Ogni cultura, ogni religione, ha una propria ‘dogmatica’ interna che deve essere rispettata, non si tratta di imporre dei ‘valori’ a nessuno. Si tratta di definire, ripeto, delle buone relazioni, che lascino a ciascuno le proprie convinzioni, e però chiedendo a ciascuno di prendere atto di come certe relazioni favoriscano il bene della vita sociale oppure invece creino dei mali relazionali, dentro ogni società e fra le diverse società. Ovviamente, ci può essere chi non accetta di stare in relazione, e si mette da parte, Oppure, peggio, c’è chi sta dentro, ma crea dei conflitti. In questi casi, occorre un dialogo che faccia comprendere riflessivamente ai soggetti in campo che conviene anche a chi è riluttante o crea conflitti entrare in questa logica. In fondo, tutte le organizzazioni sovranazionali che sono state create nei vari continenti hanno seguito, in modo esplicito o implicito, questa logica. Mi si dirà: ma se due entità di questo genere (che so io, per esempio il Mercosur e l’Unione Europea) entrano in un conflitto di interessi fra di loro, ossia c’è un bene relazionale che confligge con un altro bene relazionale, che cosa si deve fare? La logica è la stessa: questi soggetti dovrebbero cercare il loro bene relazionale comune, altrimenti è la guerra, da cui, nelle condizioni odierne della globalizzazione, tutti uscirebbero sconfitti. Dobbiamo apprendere i giochi win-win, abbandonando quelli fra vincitori e vinti. Se qualcuno non ci sta (vedi l’Isis), possiamo solo sperare che si creino delle reti di solidarietà internazionali per portare i riluttanti al dialogo oppure forzarli a deporre le armi. Come nel caso dei beni che sono prodotti dalle social street, non si chiede ai partecipanti di avere gli stessi valori. Ciascuno ha le proprie idee e il proprio stile di vita. Ciò che si chiede è condividere la socialità. I beni comuni sono creati per i propri membri ma sono accessibili anche agli altri che passano di lì. Così pure, a livello internazionale, una comunità politica crea beni relazionali per sé, ma li rende disponibili e fruibili per altri, a patto che essi accettino le regole del rispetto reciproco e della responsabilità verso la socialità che costituisce il tessuto di quella comunità.


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E’ nato nel 1994 e studia Scienze Politiche all’Università di Bologna. Con Lulu Press ha pubblicato "Libero video in libero stato", e-book sulla libertà d'informazione nel sistema radiotelevisivo italiano.

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