Egemonia, senso comune e intellettuali. Appunti su Gramsci e la filosofia

Lo scopo di queste righe, che potrebbero sembrare trattare di argomenti astratti, è invece proprio quello di mostrare, riferendoci in particolare al pensiero di Gramsci, le filosofie abbiano in ogni epoca storica importanti effetti pratici.

Secondo la filosofia della praxis (termine usato da Gramsci nei Quaderni per indicare la sua rielaborazione del marxismo) il limite delle filosofie passate è stato storicamente quello di abbandonarsi ad una speculatività eccessiva (in quanto tali filosofie sono l’espressione della storica separazione degli intellettuali rispetto alla società).

La filosofia della praxis invece pretende di riportare la speculazione nei suoi limiti, mostrandosi in grado di costruire un legame con la realtà, di collegarla alla vita.

Essa infatti, attraverso l’egemonia, si pone continuamente alla ricerca dell’unione del teorico-pratico, ovvero dell’unione del livello della politica con quello delle idee e della cultura.

Come sottolineato da Gramsci, l’egemonia, rappresenta il momento di direzione politica e del livello delle idee che crea, politicamente, un blocco storico di natura sociale.

L’egemonia appare dunque un processo che parte dagli intellettuali e si muove verso il popolo. Essa, nella filosofia della prassi, è indissolubilmente legata all’analisi della realtà. Inizialmente, tale analisi cela un occultamento delle condizioni reali che garantisce e rafforza il dominio della classe dominante rispetto alla classe dominata, anche per questo subalterna, attraverso l’ideologia.

Il fatto che le masse divengano consapevoli della necessità della propria subalternità è un momento essenziale del superamento di tale subalternità e dunque dell’emancipazione. Ma a questo punto possiamo porci un interrogativo: come fanno le masse a capire se una determinata coscienza sia realmente indirizzata alla loro emancipazione e non costituisca, invece, falsa coscienza?

Una prima risposta potrebbe ritrovarsi già nel carattere che la filosofia della praxis assume. Essa infatti presenta una forte relazione con la realtà, mette in piedi un’analisi sulle condizioni materiali che caratterizzano la società e si pone, da subito, in stretto contatto con le condizioni degli ultimi.

Ma l’analisi dei seguenti processi risulta molto più complessa rispetto a quanto descritto, e va ad arricchire una trattazione che diviene così piena di concetti e categorie a volte contrastanti tra loro, a volte affini.

Innanzitutto occorre fare riferimento ai consistenti sforzi, che si sono susseguiti, per uscire dal materialismo volgare che si era sviluppato verso la fine dell’Ottocento. Contro questa vissione deterministica e meccanicistica il tentativo di molti pensatori era stato invece quello di mettere in evidenza l’elemento dell’azione dell’uomo. A tal proposito potremmo richiamare uno dei più importanti contributi di fine ‘900, ovvero quello di Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del Capitalismo. La teoria del filosofo e sociologo tedesco si opponeva non tanto al marxismo quanto ad una versione semplificata di esso e cioè allo schematismo secondo il quale è la struttura ad determinare unilateralmente il comportamento umano. L’importanza delle superstrutture è al centro della ricerca di Gramsci il quale pur mantenendo la rilevanza centrale dei mutamenti strutturali (si vedano le pagine su Americanismo e fordismo) riserva il giusto spazio ad un’analisi autonoma del momento sovrastrutturale. L’impostazione del Weber appare anch’essa imperfetta. I suoi spunti positivi sono però recepiti da Gramsci nell’ambito del suo ripensamento teorico della filosofia della prassi.

Questa impostazione si potrebbe accostare -ma solo per alcuni aspetti- al filone teorico che va sotto il nome che va sotto il nome di costruzionismo.  Secondo il costruzionismo sociale, i cui autori più noti sono Peter Berger, Thomas Luckmann, Alfred Schutz e Alberto Melucci la società è responsabile delle proprie forme. Esse infatti corrispondono a meccanismi collettivi che producono le società in rapporto stretto, ma non determinato (in questo passaggio si evidenzia l’allontanamento dal determinismo) con gli ambienti entro i quali si sviluppano. Tutto ciò che noi chiamiamo realtà, è colto dagli uomini attraverso “quadri simbolici e cognitivi” che hanno natura sociale. Una parte di questa realtà, quella cioè che possiede natura squisitamente sociale, è il risultato dell’azione e dell’interpretazione degli individui, ma, proprio in quanto risultato, viene rimosso e “naturalizzato” finendo per costituire senso comune.

Questo non conduce però ad una negazione dell’oggettività, non si pone cioè in radicale antitesi ad una prospettiva realistica. Nella stessa polemica sorta tra costruttivisti radicali e realisti (si vedano a proposito le argomentazioni di Searle e di Bhaskar) si approda ad un reciproco riconoscimento in questi termini : “Credo che la polemica fra realisti e costruttivisti sia alimentata da un equivoco. Il realismo convive con l’idea del costruttivismo poiché entrambi riconoscono l’esistenza di una realtà ontologica: indipendente dai sensi e dalla conoscenza, ed epistemologica: che la rende, però conoscibile. La realtà ha quindi sempre un sovrappiù di senso rispetto ai significati che di volta in volta siamo in grado di determinare. La differenza starebbe quindi negli obbiettivi. Per il costruzionismo sociale appare importante riconoscere i fatti interpretati socialmente come tali. per i realisti è fondamentale la tensione alla comprensione della realtà, che l’uomo deve avere come obbiettivo. Lo sforzo caratterizza quindi un impegno di oggettivazione.

Una critica che potremmo invece muovere al costruzionismo riguarda il senso comune. La rimozione che veniva richiamata sopra fa in modo che ciò che è appaia come un dato e non più come costruito. In questo modo la realtà appare al Senso comune che può definirsi come l’insieme delle definizioni della realtà che è diffuso in una determinata cerchia sociale e che viene considerato ovvio dai suoi membri. La cultura stessa viene dunque naturalizzata, assolutizzata, annullando di fatto il dubbio che le cose possano essere ed andare diversamente. Questo processo è definito dai costruzionisti stessi di “addomesticamento” del mondo, ovvero la sua riduzione a qualcosa che ci è familiare. Ma la sua faccia in ombra è costituita dalla spontanea tendenza di nascondere agli occhi dei soggetti i processi e l’addomesticamento stesso. Un vero e proprio lavoro di occultamento che, se ci si pone come obbiettivo quello di registrare le costruzioni che l’uomo pone in essere e non di analizzarne i processi per identificare e modificarle tendendo verso la realtà, risulta quantomeno rischioso.

Come dice Geertz: “il senso comune rappresenta i suoi oggetti come “per quel che sono”, nel loro semplice darsi. Sulle cose è sparsa un’aria di ovvietà, un senso di evidenza. Esse sono dipinte come inerenti alla situazione, elementi intrinseci della realtà, il modo in cui le cose stanno”.

Si tratta indubbiamente di una messa in forma sociale della realtà, di una sua interpretazione. Ciò che costituisce il senso comune propriamente detto è che questo carattere di interpretazione viene negato.

Lo stesso Gramsci nei suoi quaderni, afferma che quando si parla di senso comune si fa riferimento ad un concetto che pare astratto, per quanto esso sia diffuso tra gli uomini. L’idea che tutti gli uomini siano filosofi, che l’autore più volte celebra, è espressa proprio nel senso comune oltre che nel linguaggio e nella religione. In queste istituzioni è racchiusa una determinata concezione del mondo. L’uomo entra in rapporto con la natura e con gli altri uomini ed esso diviene parte attiva della natura attraverso il lavoro e la tecnica (all’interno della natura si dispiega il rapporto tra soggetto ed oggetto che è di tipo dialettico). Si appartiene dunque sempre ad un ordine, ad un determinato aggruppamento: a quello di coloro i quali condividono un determinato modo di pensare ed agire. Ma la sfida, per Gramsci, è quella di riconoscere di quale tipo storico sia questo conformismo, analizzarne criticamente la concezione del mondo che gli è propria per renderla unitaria e non disgregata.

La questione appare dunque questa: Bisogna pensare senza consapevolezza critica, aderendo totalmente e meccanicamente ad una concezione del mondo oppure elaborare la propria visione con consapevolezza critica, quindi in maniera attiva e non passiva?

In origine la propria concezione del mondo è determinata da una realtà superficiale. Ciò genera una disunità tra fatto intellettuale e concreto operare. Per comprendere a fondo la realtà abbiamo bisogno di agire su essa e non solo in essa, ma la strada che la coscienza deve compiere per approdare a tale traguardo e liberarsi dall’occultamento non appare semplice.

Innanzitutto bisogna riconoscere se stessi e gli altri come prodotto di un processo storico. Esso dipende dal sistema di produzione dal quale si originano superstrutture (le quali assumono una autonomia retroagendo circolarmente sulla struttura stessa) e rapporti di produzione (si veda la critica allo storicismo del Croce che concepisce la Storia come etico-politica “degli intellettuali” senza comprendere che questi maturano le loro visioni in un determinato contesto).

A questo punto la battaglia per la creazione di una concezione del mondo posta criticamente diviene di natura egemonica, che necessita della formazione di un blocco storico e, che sia capace di elevare il senso comune e di renderlo “buon senso”.

Ma chi deve suscitare tale consapevolezza critica nelle masse popolari nei confronti delle culture dominanti? Sono gli intellettuali a dover svolgere questo ruolo, ruolo essenziale per lo svilupparsi di una diversa egemonia.

Con questa presa di consapevolezza avviene il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé (momento  spesso tralasciato per lasciare spazio a concezioni volgari e deterministiche del materialismo).

Il passaggio dall’in sé al per se non avviene automaticamente, ma ha bisogno di “organizzazione”. E non esiste organizzazione senza intellettuali, cioè senza dirigenti che siano specializzati nell’elaborazione concettuale e filosofica che costituisce uno dei due processi fondamentali della teoria della praxis.

Per Gramsci è la filosofia l’unica possibilità di miglioramento del senso comune e di approdo al buon senso. ma ciò che tiene unito filosofia e senso comune, parte e tutto e teoria e pratica non può essere che la politica.

Un blocco storico è caratterizzato dal contenuto (forze materiali) e dalla forma (ideologia). L’ unione tra teoria e prassi avviene solo se esiste una unione reale  tra intellettuali e semplici. A questo punto la funzione degli intellettuali organici alla classe consiste nell’elevare le classi subalterne affidandogli una funzione dirigente che dipende dall’assunzione di autonomia politica e culturale. Solo attraversando questa fase le masse potranno liberarsi dall’ideologia e, solo allora e pienamente, dalla sottomissione.

Il processo appare allora divisibile in tre fasi:

  1. Comprendere il senso comune che lega gli uomini in formazioni sociali determinate e ne indirizza i comportamenti ed il pensiero.
  2. Criticarlo polemicamente ipotizzando il superamento del modo di pensare corrente, evidenziandone le contraddizioni
  3. Superarlo, prima intellettualmente poi, attraverso l’unità tra intellettuali e semplici, popolarmente.

Il progresso intellettuale di massa e non di ristretti gruppi rappresenta l’unico antidoto contro la tragica ma veritiera legge ferrea dell’oligarchia teorizzata da Michels.

Questo processo preliminare ne produce un altro che retroagisce sulla realtà e sulle condizioni materiali composto da tre fasi anch’esso:

  1. Conoscenza delle condizioni oggettive nella società
  2. identificazione dei mezzi che rendono tale condizione concreta
  3. contribuzione al mutamento dell’insieme delle condizioni concrete.

Per concludere possiamo sostenere che la comprensione del processo che la conoscenza dell’uomo compie e la analisi critica degli stessi costituiscono la condizione fondamentale per pensare per comprendere e modificare le strutture e i rapporti esistenti. L’errore, che spesso si compie, di assolutizzare tali categorie porta l’uomo all’abbandono di ogni fiducia nella possibilità di incidere sui processi di formazione degli ordini e sulle condizioni materiali. Si finisce così per abbracciare una concezione fatalistica della storia cancellando totalmente la funzione attiva degli uomini nella storia.

 

Vuoi leggere il numero uno di Pandora? Scarica il PDF

Hai apprezzato questo articolo? Sostieni il progetto Pandora

Classe 1991. PhD presso l'Università della Calabria, dove ha conseguito la laurea specialistica in Relazioni Internazionali.

Comments are closed.