Il governo più interessante d’Europa: la situazione greca – quarta parte

Prima parte: Il governo più interessante d’Europa: la situazione greca – prima parte

Continua da: Il governo più interessante d’Europa: la situazione greca – terza parte

Conclusioni

L’attuale governo greco è davvero il più interessante d’Europa, perché è senza precedenti: non solo un partito del GUE è al governo, ma è al governo con un partito che sembra uscito dal XIX secolo. Anche i provvedimenti finora annunciati sono sul solco di un radicale cambiamento col passato e con la corrente dominante di pensiero economico in Europa.

È ora abbastanza evidente anche ad un osservatore estero che l’alleanza SYRIZA-ANEL era quella più naturale e scontata, per il semplice fatto che era l’unica alleanza possibile che non pregiudicasse la linea politica anti-austerità del governo Tsipras. ANEL è un alleato che rafforza il governo greco all’estero, e allo stesso tempo lo vincola nel tempo alla linea dichiarata: difficilmente Tsipras potrebbe compiere un’inversione a U sul tema del Memorandum e dell’austerity senza causare lo scompaginamento della sua coalizione di governo, la quale, lo ricordiamo, è unita proprio da questo comune obiettivo, senza il quale non ci sarebbero ragioni per i due partiti di continuare a collaborare. Né è chiaro se Potami sarebbe disponibile a fare da sponda ad un governo Tsipras che è stato sconfitto nel suo tentativo di invertire la rotta del Paese. In ogni caso dovrebbe essere spunto di riflessione che, pur di applicare il suo programma economico e sociale, Syriza sia stata pronta ad allearsi senza indugi con la destra conservatrice anziché con un partito liberale di centro, con tutte le conseguenze del caso.

La dicotomia Destra/Sinistra ha lasciato il passo a una dicotomia Memorandum/anti-Memorandum? Questo è stato annunciato un po’ ovunque. In parte è certamente vero. Se destra e sinistra si giudicano, in maniera quasi etimologica, in base alla posizione fisica che si assume nel Parlamento, in Grecia dobbiamo riconoscere che quella tradizionale dicotomia è estinta e non da ieri: prima con i governi di grande coalizione, adesso con Syriza (che è il gruppo parlamentare che siede più a sinistra dopo il KKE) e ANEL (che siede a destra di ND). Questo è un fatto a favore della tesi suddetta. Ma se sinistra e destra hanno significati che devono essere ricercati oltre una mera collocazione fisica nel Parlamento, ecco che le cose si complicano e si possono guardare agli avvenimenti greci con un occhio più critico.

La situazione che abbiamo di fronte è quella di una scelta fra un partito di centro liberale ed uno di destra non-liberale. Come abbiamo visto, nessuno dei due è un partito di sinistra, almeno se accettiamo l’egualitarismo sociale indicato da Norberto Bobbio come tratto distintivo della sinistra, ma entrambi hanno delle posizioni in cui convergono con Syriza: Potami sui diritti civili e sulla laicità, ANEL sull’economia e la crisi umanitaria. La scelta di Tsipras è ricaduta sul secondo, come sappiamo. Come abbiamo visto, la ragione principale è da ricercare in un innegabile pragmatismo, ma sarebbe un errore fermare qui l’analisi. Syriza non si dichiara post-ideologica e la sua scelta non è avvenuta al di fuori di ogni valutazione ideologica. Sotto questo punto di vista sono evidenti due fattori: l’identità fondamentale di Syriza come partito anti-establishment (caratteristica in comune con Anel) e il rifiuto del neoliberalismo nel no espresso nei confronti di Potami. Un neoliberalismo con cui dovranno venire a termini in qualche modo nei negoziati nell’Unione Europea e molto dipendere dall’atteggiamento del Partito Socialista Europeo, o meglio dei suoi eterogenei esponenti nazionali. Un mondo che sta assumendo, nei confronti del governo Tsipras, diverse posizioni non sempre conciliabili tra di loro: se Martin Schulz1 e Gianni Pittella2 hanno espresso una sostanziale apertura al dialogo e alla collaborazione con Tsipras, alcuni leader nazionali hanno posizioni molto più ambigue. Ma questo non è l’unica sfida che Syriza e il governo Tsipras pongono alla socialdemocrazia europea.

Cosa rimane del PASOK?

Queste elezioni hanno certificato la scomparsa del Pasok dal novero degli attori politici rilevanti nello scenario politico greco di oggi. Venizelos ha sacrificato tutto sull’altare dell’austerity e sull’alleanza con Samaras ed anche a queste elezioni aveva scommesso su una vittoria del governo uscente. Del partito di Andreas Papandreou non rimane davvero nulla. Già alle scorse elezioni il Pasok aveva mantenuto il suo consenso solo nelle aree urbane e presso il ceto medio, mentre storicamente la forza dei socialisti panellenici era proprio nella provincia3: segno di una vera e propria trasformazione genetica che ha subito deluso i suoi elettori più fedeli e vulnerabili all’austerity e, oggi, anche il ceto medio, anch’esso migrato verso Syriza. Ed è, in un certo senso, Syriza ciò che rimane del vecchio Pasok.

Syriza è andata a sostituirsi al Pasok nel corso dello sconvolgimento dello scenario politico greco negli ultimi anni ma se questo è successo è in un certo senso merito del Pasok. Abbiamo già detto che il Pasok era un partito forte nella provincia: masse al di fuori delle dialettiche borghesi, se vogliamo, che sono prevalenti nelle grandi città e in un certo senso formate nel corso dei decenni dal vecchio partito socialista, quindi già abituato ad una narrazione di sinistra della loro situazione e delle loro problematiche. Una volta che il Pasok ha abbandonato quella narrazione sotto i colpi della crisi e della Troika, quelle masse erano già pronte per un progetto che deve essere apparso loro in continuità con la vera storia del Pasok. Lo stesso Tsipras è percepito da molti greci come un nuovo Andreas Papandreou, un accostamento che di certo non è campato per aria: entrambi i personaggi, una volta emersi come leader dello schieramento di sinistra, hanno vinto la loro prima elezione grazia ad un programma radicale. In seguito Papandreou si dimostrò un autentico socialdemocratico e diede prova di notevole senso pratico: mentre abbandonò ben presto le promesse in merito all’uscita della Grecia dalla NATO e dalla Comunità Economica Europea e sullo smantellamento delle basi militari americane, tenne invece fede al suo programma di redistribuzione, di sostegno al benessere del ceto lavoratore e di progressismo in campo civile. La differenza è che il Pasok di Papandreou non aveva bisogno di allearsi con un partito di destra per governare in accordo al suo programma elettorale, né il suo Paese si trovava in una crisi come quella odierna, né le istituzioni europee gli furono davvero ostili, o almeno non come lui era originariamente nei loro confronti. È in questo scenario molto più complicato che Tsipras deve governare e sarà molto interessante seguire l’evoluzione del governo greco, di Syriza e di ANEL, nel corso degli anni. In gioco ci sono il destino dell’Europa (tanto per cambiare) e dei suoi cittadini, della democrazia greca, dove a proporsi come alternativa a Tsipras non ci sono solo la sconfitta ND e il KKE, ma anche i neo-nazisti di Alba Dorata, e della socialdemocrazia europea, che a nostro avviso dovrebbe assolutamente evitare l’errore di considerare Syriza e Alexis Tsipras come un corpo estraneo. Come dovrebbe imparare dal triste epilogo a cui il Pasok è stato portato da Venizelos. Concludiamo questo lungo articolo con una domanda provocatoria: se nel 2011 il tanto discusso referendum di George Papandreou sull’austerità non fosse stato sabotato dall’opposizione della destra del partito e dalle pressioni internazionali, quale sarebbe lo scenario odierno, in Grecia come in Europa?



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Classe 1992, nato a L'Aquila, vive a Roma. Laureato in International Relations, dipartimento di Scienze Politiche LUISS, con 110 e lode.

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