Scritto da Angelo Turco
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La nascita e l’affermazione del “socialismo municipale” tra XIX e XX in Europa rappresenta una fase di particolare interesse nel tentativo di individuare casi di esperienze politiche, in questo caso locali, sottendenti un ragionamento teorico generale applicato pragmaticamente alla situazione reale e un primo momento di riflessione sui limiti del sistema democratico, le sue possibilità di evoluzione in senso progressista e l’utilizzo del potere da parte dei partiti della Sinistra per realizzare un programma di riforme sociali.
Da un punto di vista prettamente teorico, partendo dal peculiare caso del socialismo italiano, si assiste nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nei primi due del Novecento a una caratterizzazione in senso socialista del concetto di “municipalizzazione”, ovvero l’acquisizione da parte del comune di prerogative di governo del territorio organizzate in vere e proprie aziende. La tendenza municipalizzatrice, già diffusa in precedenza, assume così una connotazione politica e di classe, non più quindi semplicemente amministrativa, e l’esercizio diretto dei servizi diviene strumento per la realizzazione di istanze proprie del movimento operaio. In questo modo, il comune diviene “ente economico” e risponde sempre più ai crescenti bisogni che si affermano tra i cittadini degli strati sociali più bassi. Ma questa risposta non è soltanto un risvolto istituzionale della dinamica delle aspettative sociali, ma anche un risvolto produttivo e di reddito collettivo, che si unisce a una politica fiscale redistributiva, consentendo l’avvio di una politica di spesa per fini sociali sostenuta anche dagli utili creati dalle imprese municipalizzate[1].
L’esperienza di governo economico municipale si connota in questo modo di tendenze più generali. Esiste anche un filone di ricerca, che non può essere adeguatamente riassunto in questo contesto, sul “sistema economico localistico” che ribadisce l’importanza delle culture politiche territoriali come strumento di difesa delle società locali dai mutamenti indotti dal mercato e in quanto promotrici di attività economico-sociali volte a regolamentare e mediare il rapporto tra mercato e consuetudini sociali. Si verrebbe a creare un virtuoso equilibrio tra modernità e tradizione[2].
Il socialismo italiano e “teoria della municipalizzazione”
L’opera di vari pensatori socialisti, in particolare ricordiamo quella di Giovanni Montemartini nel 1902[3], esplicita una “teoria della municipalizzazione” che si fonda su una scienza della finanza delle imprese pubbliche generale, ma diviene di particolare interesse nel momento in cui si pone come fine ultimo una filosofia della “redistribuzione”: il municipio diviene l’impresa politica che ha come scopo quello di ripartire su tutti i membri della collettività i costi di alcune produzioni o altri uffici, agendo per ottenere beni e servizi a prezzi più bassi di quelli dati dal mercato e utilizzando come reperimento delle risorse una leva fiscale progressiva. In questo modo il comune a guida socialista diviene un attore dal forte connotato classista, e la teoria del socialismo municipale afferma la necessità di rappresentare nella pratica gli interessi dei non privilegiati nell’arena del libero mercato agendo in funzione anti liberista. A questa teorizzazione si sommano quelle di Ivanoe Bonomi e Emilio Caldara, che affermano la necessità da parte del comune di creare profitto, in modo da poter estendere e ampliare l’azione democratica dell’istituzione con finalità prettamente sociali[4].
Tra i primi servizi istituiti dalle giunte socialiste annoveriamo i primissimi “centri di collocamento”, con varie funzioni (intermediaria, di classe e statistica): era per la prima volta possibile, monitorando le curve occupazionali delle categorie, influire in qualche modo sui livelli salariali. Tuttavia, la funzione preminente dei centri per l’impiego diviene via via statistica, sostitutiva rispetto all’intermediazione privata e di assistenza per i cittadini, dato che la prerogativa del collocamento rimane alle Camere del Lavoro. Un altro aspetto fondamentale è quello della politica fiscale. Giacomo Matteotti teorizza il principio del completo passaggio agli enti locali delle imposte personali, delineando per la prima volta nella storia del socialismo italiano una riflessione sulla “questione tributaria”[5] e proponendo una distinzione dei redditi (di puro capitale, redditi misti, redditi di puro lavoro) in ordine decrescente di tassabilità. Ma proprio sul tema fiscale le municipalità socialiste incontrano i limiti della legislazione italiana liberale prefascista. E in questa ottica si può non a torto parlare di “sovversivismo municipale”, nella misura in cui i socialisti fanno delle proprie amministrazioni dei centri di propaganda di un sistema alternativo e, sfruttando la naturale propensione delle classi oppresse e sfruttate a rivolgersi primariamente ad esso tra tutte le istituzioni, promotori di un nuovo ruolo di attore sociale.
In questo ventennio drammatico, che comprende anche la Prima Guerra Mondiale, le municipalità socialiste si fanno carico di dare vita a servizi di tutela del lavoro, assistenza pubblica, municipalizzazione delle aziende di trasporto, pubblica istruzione, lotta alla ricchezza improduttiva, sostengo ai disagiati, gestione del credito (mediante il controllo delle Casse di Risparmio locali), sostentamento annonario della popolazione e politiche abitative popolari. E proprio contro le giunte socialiste si scatenerà la prima, tragica e drammatica offensiva del fascismo, intenzionato a ripristinare il controllo legale e finanziario sul sistema di potere locale.
Il socialismo municipale in Europa
Non possiamo ignorare nemmeno la fondamentale esperienza del socialismo municipale francese, che ha certamente dato vita al filone del riformismo in questo Paese, contribuendo a separare più distintamente la strada del socialismo da quella del radicalismo e del repubblicanesimo, andando a costituire una vera e propria corrente politica autonoma tra anni Ottanta dell’Ottocento e primo decennio del Novecento e gettando le basi per la costituzione di un nuovo partito, la SFIO, che sarebbe poi divenuta forza di governo già nel Primo Dopoguerra. Nel lungo passaggio da movimento rivoluzionario a forza riformista, i socialisti imparano nelle giunte locali a controllare apparati amministrativi e gestione della cosa pubblica. E soprattutto contribuiscono in modo determinante all’instaurazione di un primo welfare state in Francia, laicizzando le opere di beneficenza locale e trasformandole in un sistema assistenziale pubblico. Si registra così la frattura tra il socialismo italiano e quello francese: il primo si pone in modo apertamente conflittuale rispetto allo Stato centrale compiendo una svolta massimalista, mentre il secondo compie una svolta governativa a partire dal 1911 e assume un atteggiamento positivo nei confronti delle istituzioni repubblicane.
Tra le prime realizzazioni delle giunte socialiste si riscontrano gli interventi in favore dell’infanzia e della maternità (per esempio la somministrazione di pasti caldi e abbigliamento per bambini dei ceti poveri, assistenza medica e finanziaria alle partorienti, asili nido, colonie e sanatori per gli infanti malati, potenziamento dell’istruzione scolastica di base). A tutto ciò si aggiungono interventi in favore dei poveri, dei disoccupati, degli scioperanti e degli anziani senza sostentamento. Furono prese misure per il risanamento dei quartieri e delle case popolari, per la costruzione di bagni pubblici, per l’istituzione di uffici d’igiene pubblica incaricati di prevenire epidemie. Molto interessante risulta anche il tentativo dei socialisti francesi di costruire associazioni di più comuni politicamente affini, in particolare tra realtà rurali tipiche del tessuto urbano francese, con il fine di mettere a sistema una capacità di spesa più consistente e contribuendo anche a sostituire all’amministrazione centralizzata e gerarchizzata una rete elastica di associazioni cooperative.[6]
Particolarmente importante e di forte ispirazione per i socialisti francesi è l’esperienza inglese. L’emanazione, nel 1835, del Municipal Corporations Act pone le premesse istituzionali per la nascita e lo sviluppo di un diffuso socialismo locale, che può sfruttare la progressiva e continua assunzione di compiti e prerogative delle amministrazioni locali rispetto allo stato centralizzato (per esempio con il Public Health Act del 1875, o con l’Education Act del 1902). Il decentramento inglese, che fornisce sempre più autonomia economica e amministrativa e consente ai governi locali di intervenire considerevolmente in materia di autorità sanitaria, istruzione, assistenza, trasporti, gestione delle reti idriche e del gas, traffico delle merci, costituisce, a prescindere dall’esperienza laburista, un caso di studio di notevole rilevanza per comprendere il ruolo determinante dell’amministrazione locale nel rinnovamento e nell’affermazione della democrazia rappresentativa.[7]
Il caso di studio del socialismo municipale è un ottimo spunto per inquadrare storicamente una attuale e contemporanea riflessione sul ruolo delle istituzioni nella risposta alle esigenze democratiche. Vediamo quindi come il “rinnovamento” della democrazia, la quale necessita di aggiornamenti per incontrare, canalizzare e dare risposte alle esigenze che nascono in una società sempre in evoluzione, non sia un’esigenza che si afferma soltanto ora, nell’Occidente post industriale. Così come nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e nei primissimi decenni del Novecento le forme di organizzazione istituzionale, in Paesi anche molto differenti tra loro, hanno conosciuto, per merito dell’azione dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, una forte propensione al decentramento e all’autonomia locale per meglio rispondere alle esigenze dei ceti popolari, oggi sembrano perdere la capacità di organizzare la sovranità e i poteri di governo, spostando su piani nemmeno nazionali ma addirittura sovranazionali questa riflessione. E potrebbe spettare ancora una volta alle forze della sinistra politica il compito di interrogarsi su questo tema determinante.
[1] Per un approfondimento si veda la riflessione di Filippo Turati in TURATI F., “Comune moderato e comune popolare” in “I socialisti al Comune. Programma della sezione milanese del PSI per le elezioni amministrative del 1910”, Milano, 1910.
[2] Si veda SAPELLI G., “Comunità e mercato”, Il Mulino, Bologna, 1986, pp. 185-186.
[3] MONTEMARTINI G., “Municipalizzazione dei pubblici servigi”, Società editrice libraria, Milano, 1902.
[4] Si veda PUNZO M., “I socialisti e le autonomie comunali tra ‘800 e ‘900”, a cura di LACAITA G.
[5] MATTEOTTI G., “La questione tributaria”, in Critica Sociale, 16-31 marzo 1919.
[6] Per approfondire il tema del socialismo municipale francese si veda DOGLIANI P., “Un laboratorio di socialismo municipale. La Francia (1870-1920.” , Franco Angeli, Milano, 1992, pp. 9-13.
[7] Sul caso inglese si vedano WEBB S., “Socialism in England”, 1901 e RUBINSTEIN D., ”The Labour Party and British Society 1880-2005”, 2005.