“Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo” di Angelo Ventura

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Recensione a: Angelo Ventura, Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo, Roma, Donzelli, 2017, pp. 220, 27 euro (scheda libro).


La raccolta postuma di Angelo Ventura è molto utile alla formazione dello storico di professione. Lo invita a diffidare di una serie di categorie troppo lasche per definire il rapporto tra intellettuali e fascismo come i concetti di “consenso”, “nicodemismo” o l’opposizione secca collaborazione versus astensione; propone una datazione più bassa (il 1942!) per la fase di distacco delle classi colte (solitamente posta nella stagione di massima radicalizzazione politica, attorno al ‘38); descrive con grande efficacia alcune pratiche con cui il regime cercava di limitare l’opposizione interna.

Esemplare in questo senso la parabola di Carlo Anti, rettore dell’università di Padova dal ’32 al ’43, che difende le prerogative corporative anteponendo le qualità scientifiche alla fedeltà ideologica: un modo di «coinvolgere il corpo accademico e guadagnare il consenso degli intellettuali», (p. 166).

Ma è un volume adatto anche al lettore colto, sensibile all’attualità politica. Vorrei riflettere con maggiore attenzione su questa seconda anima del testo, in particolare sull’atteggiamento di alcune figure di spicco del PSI appartenenti all’area moderata e progressista nella fase immediatamente precedente l’instaurazione del regime, in merito a due questioni di fondo: la precedenza accordata al percorso di riforma politica rispetto a quella sociale e l’ambiguità del rapporto con le forze liberali. Mi soffermerò dunque sui capitoli che riguardano Salvemini, Turati e Kuliscioff.

Uno dei tratti di maggiore frizione tra Salvemini e la galassia che gravitava nel movimento (massimalismo, sindacalismo rivoluzionario, radicalismo democratico) consisteva nella strategia politica: riteneva che l’Italia fosse un paese del tutto impreparato ad accogliere un movimento socialista vero e proprio, essenzialmente perché le frange proletarie che potevano costituire le basi per la lotta erano ridotte a piccole enclaves nel nord del Paese. Da qui discendevano due ordini di riflessioni.

Il primo in merito alla rappresentanza: il partito non può assumere come specola del proprio operato una esigua minoranza di lavoratori privilegiati, mentre le enormi masse sottoproletarie (ma anche i piccoli proprietari poveri) del meridione rimangono inascoltate; la seconda di ordine strategico: occorre sovraordinare la lotta per la riforma politica (riforma tributaria, lotta alla corruzione amministrativa e parlamentare, riforma doganale in senso antiprotezionista, suffragio universale), al lavoro sul fronte delle conquiste sociali (aumento dei salari, riduzione dell’orario di lavoro, legislazione sociale). Per fare questo Salvemini spingeva sull’alleanza tattica tra proletariato e borghesia industriale contro le forze della reazione «clerico-fondiaria-feudale».

Ventura nota giustamente la miopia di Salvemini nel descrivere le forze in campo: come avrebbe potuto una borghesia ancora debole e legata a doppio filo con la proprietà fondiaria allearsi col proletariato in una lotta antireazionaria? Le posizioni qui espresse risalgono al 1904, ma lo schema sembra traslato di sana pianta dagli esordi della Terza Repubblica francese. Come pure gran parte delle motivazioni che spiegano il primato della lotta politica si deducono in parte dalle tare del suo «concretismo» (una certa tendenza all’idiosincrasia e al pragmatismo troppo schiacciato sul presente), in parte sono conseguenza dell’incapacità di comprendere la direzione dello sviluppo industriale del Paese, cosa che, nei fatti, significava privilegiare un universalismo degli ultimi (magari spiegato come una crociata contro tutte le caste, persino quelle proletarie), contro un autentico punto di vista di classe. Insomma, Salvemini non coglieva che, in prospettiva, le conquiste sociali delle avanguardie operaie del Nord avrebbero avuto ricadute benefiche per tutto il proletariato italiano.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Intellettuali. Cultura e politica tra fascismo e antifascismo

Pagina 2:  Il ruolo degli intellettuali socialisti

Pagina 3: Gli intellettuali e la strategia politica


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Classe 1987. Nato a Foggia, ha studiato all'università di Siena e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove è attualmente perfezionando in Letteratura italiana.

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