Jihad e Stato Islamico. Una breve storia

Jihad e Stato Islamico

In origine, lo Jihad fu uno dei concetti primari dell’Islam, ma l’islamismo non va confuso con lo jihadismo: uno è di natura politica, l’altro è essenzialmente militare, anche se entrambi hanno le fondamenta nella religione e in una storia parzialmente comune.

Etimologicamente, la parola Jihâd contiene due significati: uno concreto, implicante lo sforzo fisico(jahd); l’altro astratto, che significa lo sforzo intellettuale (ijitihâd). Infine il senso morale dipende dalla dottrina islamica a cui si fa riferimento1.

Nella dottrina Sciita, Jihad indica per prima cosa lo sforzo su se stesso come miglioramento religioso e spirituale. Questa concezione viene ripresa e approfondita nell’ambito del Sufismo. Entrambi considerano «lo sforzo dell’anima» come Jihad maggiore, in opposizione allo «sforzo dei corpi», percepito come Jihad minore2. Invece nella dottrina sunnita maggioritaria, lo Jihad significa soprattutto lo sforzo verso un obiettivo determinato, più precisamente l’azione concreta di ricerca di soluzioni ai problemi posti alla comunità musulmana3.

Se lo Jihad in quanto pratica culturale ha fatto parte, dai debutti dell’Islam, del corpo dottrinale della fede, esso si è evoluto in alcune fasi della storia musulmana, in un vero e proprio sistema di pensiero e d’azione che è possibile qualificare come jihadismo.

Durante i primi secoli dell’espansione islamica, i combattenti dello Jihad sono stati chiamati moudjahidin. Nell’ultimo secolo l’esempio emblematico di questi guerrieri sono i moudjahidin afgani, conosciuti per il loro ruolo durante la guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica(1979-1988)4. Ma dopo di loro, altri combattenti e organizzazioni hanno richiamato il concetto dello jihad, e quindi rivendicato lo status di moudjahidin.

Infine lo jihadismo è strettamente collegato alla dottrina salafista, ripresa dai gruppi dal nome Salafiyya-djihadiyya, salafismo-jihadista, combinazione ideologica radicata nell’Islam medioevale ma ripresa dalla fine della guerra fredda.

E’ importante notare che «l’ideologia combattente» emerge in concomitanza con gli avvenimenti geopolitici dell’epoca medioevale: le crociate in Medio Oriente (XI-XIII sec) e l’invasione dei mongoli (XIII-XIV sec). Questi due avvenimenti saranno ripresi nella propaganda jihadista contemporanea per definire tutti gli interventi militari stranieri o soprattutto l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 20035.

Durante l’invasione mongola, Gengis-Khan distrusse Baghdad e mise fine alla dinastia degli Abbasidi dopo più di 500 anni di regno. Le sue truppe penetrarono nel mondo musulmano e conquistarono parte dell’attuale Siria, prima di essere fermati dai Mamelucchi egiziani nella celebre battaglia di Ayn Jalout del 12616.

In questo contesto si sviluppò lo jihadismo antimongolo grazie all’aiuto dell’intellettuale Ibn Taymiyya. Nato ad Harran (Turchia) nel 1263, all’età di sei anni fu costretto a lasciare la sua città natale a causa dell’invasione mongola, trovando rifugio a Damasco con suo padre e I suoi due fratelli.

La sua forte personalità lo rese importante per la sua battaglia personale e le sue fatwa polemiche contro i Tartari (gli sciiti iraniani che «hanno favorito lascesa degli invasori, i mongoli») e i Mongoli7

Ibn Taymiyya è diventato un punto di riferimento per tutti quelli che si identificano nel suo contesto di vita politica movimentata. In effetti, la quasi-totalita’ dei gruppi jihadisti contemporanei fa un parallelismo tra la minaccia mongola vissuta dal filosofo siriano e la pressione occidentale sulla quale vivono loro stessi.

Jihad riformista

Tra i pensatori musulmani, lo jihadismo è sia l’emanazione di una volontà riformista forte (per esempio ispirati a Ibn Taymiyya), sia il riflesso di un pensiero islamista rivoluzionario (ispirati a Sayyed Qutb, il fondatore dei Fratelli Musulmani). Ma sin dalla nascita dell’Islam, la pratica dello Jihad è fortemente regolata dall’autorità del Califfo.

L’uso di questa dottrina aveva tre fini politici ben precisi: rinforzare la coesione della comunità, distogliere l’attenzione dai problemi interni e respingere efficacemente una minaccia esterna.

E’ proprio durante l’epoca contemporanea, principalmente nell’ultimo secolo che lo sviluppo dello jihadismo si complica. Si assiste ad una vera e propria lotta interna all’Islam fra correnti opposte che appellano allo jihad, dichiarando «martiri» tutti i morti durante le battaglie, qualunque essa sia (religiosa o nazionale). Il risultato è che al giorno d’oggi esistono un importante numero di gruppi che si dichiarano jihadisti, sia fra i musulmani sciiti che fra quelli sunniti. I piu conosciuti – Stato Islamico, Al-Qaeda, BokoHaram – vengono classificati dall’Occidente come «terroristi», ma ciò non impedisce loro di recrutare nuovi «combattenti» e uccidere in nome della causa religiosa/nazionale8.

Infine il fascino attuale esercitato sugli spiriti della società dell’informazione e della comunicazione globalizzata iperconnessa crea lo jihadismo locale, in passato fortemente relegato in «derive settarie» di minor entità, ora acquisiscono il diritto di parola grazie alla magia di internet e dei media transfrontalieri.

Ma il contesto di ogni ricettore e l’appropriazione di questi fenomeni locali dagli individui diventa sempre più complesso e aleatorio. Stiamo assistendo allo sviluppo di un «cyber-jihadismo9», che prende forma da discorsi, immagini, video e contenuti diffusi mediante i social network. In questa nuova forma sviluppata, lo jihadismo appare molto più come una semplice espressione radicale, in assenza di alternative più attraenti mediaticamente sul mercato ideologico globale.

Jihadismo dall’Iraq

L’invasione americana dell’Iraq è il punto centrale della nascita del movimento comunemente chiamato «Stato Islamico»10. Questo nuovo jihad è nata grazie ad uomo brillante ed enigmatico: Al-Zarkaoui.

Di origine beduina, Abou Moussab Al-Zarkaoui è nato in un quartiere di Zarqa – la seconda città della Giordania – giusto sette mesi prima della Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Dopo un’infanzia problematica e cinque anni di prigione quando aveva solo vent’anni, cominciò ad avvicinarsi al salafismo radicale, ideologia guida del Gruppo Stato Islamico. Quando uscì di prigione partì per l’Afghanistan per unirsi ai moujahidine che combattevano l’Unione Sovietica.

Nel 2000, a Kandahar, incontra Osama Bin Laden, che lo invitò ad unirsi ad Al Qaeda, ma lui rifiutò poiché volle combattere il nemico più vicino, il governo giordano, e instaurare uno Stato islamico nella regione.

Nel 2003 inizia la vera e propria lotta contro i nemici, o meglio, gli invasori di Baghdad: un camion-bomba esplode davanti alla sede delle Nazioni Unite e qualche giorno dopo un altro esplode davanti alla moschea più sacra per gli sciiti, quella dell’Imam Ali.

Per circa un anno il gruppo jihadista giordano Al-Tawhid Wal-Jihad – più tardi ribattezzato Stato Islamico in Iraq11 – conduce la sua guerra contro coloro che invasero la «città della pace» (Baghdad in arabo). Nel dicembre 2004 bin Laden riconosce Al-Zarqaoui come leader di Al-Qaeda in Iraq.

Fino al 2006, anno in cui morì durante un attacco aereo americano, Al-Zarkaoui conduce la sua guerra grazie ad attentati suicidi e porta l’Iraq in una Guerra Civile.

Dal 2006 al 2010 si innesca una lotta interna per il controllo del gruppo Al Qaeda Iraq, terminata con l’arrivo di Al Baghdadi, che ribattezza il movimento come «Stato Islamico in Iraq».

Al Baghdadi, nato nel 1971 a Samarra, in Iraq, dichiara di essere un discendente diretto del profeta Maometto. Secondo una biografia largamente citata e diffusa, viene da una famiglia religiosa12. Laureato in studi islamici all’Università di Baghdad, fu Imam nella capitale e a Falluja prima di essere arrestato dagli americani.

Inviato al carcere di Camp Bucca, gli americani lasciano ad Al Baghdadi il ruolo di mediatore per regolare i conflitti all’interno del campo, grazie alle sue capacità di oratore e dottore islamico. Classificato come “prigioniero civile” e non come membro di un gruppo armato, il futuro califfo riesce ad acquisire un notevole prestigio all’interno del carcere, reclutando membri per il suo futuro movimento. Viene liberato il 6 dicembre 200413 poiché giudicato poco pericoloso.

Dopo la sua scalata al potere del gruppo Al Qaeda Iraq, Al Baghdadi viene conosciuto dal mondo intero per la sua apparizione ufficiale nella Grande Moschea di Mosul vestito in abiti tradizionali da Imam, dove viene eletto Califfo dello Stato Islamico del Levante. Era dalla fine dell’Impero Ottomano di Abdülmecid II che qualcuno non rivendicava il titolo di Califfo, richiamando la nostalgia di un mondo perduto, di una società associata agli anni d’oro dell’Islam, quando sotto l’autorità dei primi quattro califfi – successori del Profeta – l’Islam si estendeva territorialmente e culturalmente.

In quanto califfo, Al-Baghdadi ha consolidato alcune roccaforti in Siria e attirato dall’estero dei combattenti attraverso un’abile campagna di propaganda.

La facilità di entrata dello Stato Islamico e il suo sofisticato profilo mediatico sono serviti alla sua popolarità all’estero soprattutto tra i giovani musulmani occidentali.

Lo sfruttamento tecnologico dello Stato Islamico per promuovere la sua causa collegato all’attualità internazionale è uno dei punti forti del gruppo. La tecnologia non cambia nè amplifica la natura dei messaggi violenti che diffondono le organizzazioni armate, la propaganda consiste sempre nel diffondere la paura e fare proselitismo presso i potenziali nuovi combattenti. I nuovi combattenti sono la vera paura dell’Occidente, o meglio, dell’Europa, visto il potere attrativo che ha Isis sulle seconde generazioni ai margini della società.

Ma gli obiettivi di Al Baghdadi sono più pragmatici: conquistare territori e Stati per creare il suo califfato. Nel 2014 il gruppo pubblicò un piano di conquista quinquennale: una mappa che spaziava dalla Spagna alla Cina. Una mappa indubbiamente ambiziosa che ricorda il vecchio impero Omayade, quando i califfi governavano su un’area molto vasta.

Gli obiettivi sono chiari, il modo per conquistare terreno lo è altrettanto : diffondere il messaggio attraverso ogni mezzo, in «terre di nessuno», come Libia, Siria, Iraq; ma anche le periferie di Parigi e Bruxelles. Luoghi dimenticati o logorati da guerre, anche non militari, come quella nelle periferie europee, dove il problema è il vuoto lasciato da un sistema, quello neoliberista, in una guerra economico-sociale.

Ricorrere a discorsi riguardanti un antico splendore, un impero perso da riconquistare, è una strategia comunemente adottata da governi nazionalisti di ogni genere (l’antica Roma dai fascisti, la Grande Germania dai nazisti), che fa presa su un malcontento lasciato da chi è passato prima. Riformismo e modernizzazione sono parole abusate in Medio Oriente

Le cause di tutti i problemi globali legati allo Stato Islamico si conoscono bene, il problema è trovare soluzioni efficienti che mettano d’accordo i vari attori in gioco.


1 Alfred Morabia, “Le Ğihâd dans l’Islam médiéval, le «combat sacré» des origines au XII° siècle”, Bibliotheque de l’évolution de l’Humanité, Albin Michel, Paris, 1998, pg.54

2 Nadine Picadou, “L’Islam entre religion et idéologie: essai sur la modernité musulman”, NFR essais: Gallimard, Mesnil-sur-l’Estrée, 2010, pg.260

3 Stephen Humphreys, “Between Memory and Desire”, University of California Press, Los Angeles, 2005, p. 174-176.

4 The Path to Victory and Chaos: 1979-92 – Library of Congress country studies, CIA World factbook.

5 D.Bernardi et S.W.Ruston, “Rumor and Communication in Asia in the Internet Age”, Routledge, London, 2013, pg.72

6 Thomas J.Draper, « Ibn Taymiyya: The Struggles of a mujtahid under the BahriMamluk Sultans » Ball State University, Indiana, 2013, pg.84

7 Henri Laoust, ≪ Ibn Taymiyya ≫, Encyclopedie de l’Islam, Leyde, E. J. Brill, vol. III,2002, pp. 976-979.

8 Mathieu Guidiére, “Petit Histoire de Djihadisme”, Gallimard, Le Debat 2015/3, n.185, pg.50

9 Mathieu Guidère, “L’Irak ou la terre promise des jihadistes””,Presses de Sciences Po, 2007/1 no 34, pg 57

10 Kylie MacLellan, “Tony Blair: 2003 Iraq Invasion Contributed to rise of Isis”, 27/10/2015, http://www.huffingtonpost.com/entry/tony-blair-2003-iraq-invasion-contributed-to-rise-of-isis_562ce4d5e4b0443bb564380f

11 Loretta Napoleoni, “L’Etat Islamique, multinationale de la violence”, Calmann Levy, Paris, pg.35

Originario della Val di Susa, è laureato in Scienze Politiche a Torino. Nel 2013 è stato a Barcellona dove ha scritto la tesi sull'indipendentismo catalano. Iscritto al corso in Scienze Internazionali - Politica del Medio Oriente dell'Università di Torino, ora è a Beirut presso l'Université Saint-Joseph a preparare la tesi magistrale.

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