La cittadinanza cosmopolita alla luce dei recenti flussi migratori

Comprendere cosa significhi “cittadinanza” e quali diritti implichi assume un valore particolare nella nostra epoca storica, quando i flussi migratori si manifestano in proporzioni sempre più ampie e quando la vita all’interno delle nostre società richiede una continua ricerca di un qualche possibile compromesso tra valori in conflitto tra di loro. Ed infatti se già all’ interno di una stessa cultura risulta complesso conciliare valori differenti di cui sono portavoce “nuovi attori” e “nuovi soggetti”, tale sfida diventa estremamente difficile quando si tratta di valori richiamati da culture differenti e quando minoranze etniche richiedono un continuo riconoscimento delle proprie identità (linguistiche, religiose, a volte anche politiche). Le società globalizzate diventano sempre più differenziate in seguito alla commistione di un ampio numero di valori : i processi di globalizzazione non vanno analizzati solo dal punto di vista politico ed economico, ma anche da quello morale. Assunto il postulato dell’impossibilità dell’individuazione di una morale universale, proprio in ragione del pluralismo dei valori, come si riduce tale complessità? In un quadro caratterizzato dal pluralismo dei valori e pluralità di soggetti, è la cittadinanza che può in qualche modo riconnettere i diritti e i loro destinatari? Innanzitutto per “cittadinanza” faccio riferimento alla definizione che ci fornisce Thomas Marshall in Citizenship and Social Class (1950); il sociologo descrive la cittadinanza come : “uno status che viene conferito a coloro che sono membri a pieno diritto di una determinata comunità” e prosegue affermando che ad essa sono associati tutti i diritti ex lege, ovvero quelli civili, politici e sociali. Inoltre egli sostiene che “la fonte originaria dei diritti sociali è da cercarsi nell’appartenenza alle comunità locali ed alle associazioni funzionali”. Ne consegue l’individuazione della cittadinanza come “appartenenza” e come ascrizione di tutta una serie di diritti.

Ciò che in primis stupisce è come agli albori l’idea di cittadinanza fosse legata all’inclusione/ esclusione di individui dal godimento di tutta una serie di diritti. In epoca greco-romano, infatti, essa determinava l’inclusione/esclusione di determinati individui; più precisamente gli stranieri, gli schiavi, le donne, i maschi non adulti venivano nella pratica ostracizzati dalla vita civile e politica. Solo una parte dell’umanità, ovvero i maschi adulti, al contrario, era ammessa al godimento dei diritti e poteva accedere alle cariche statali più prestigiose. Per secoli cittadini e stranieri sono stati considerati i poli opposti di quella che oggi chiamiamo umanità. La cittadinanza risultava essere un meccanismo ad excludendum, un concetto piegato alla logica dell’ esclusione politica ed aveva un significato strettamente relazionale, in quanto metteva in relazione i cittadini con lo Stato di appartenenza e i diritti ed i doveri ad essa connessa. Oggi, invece, si amplia a dismisura tanto il novero dei diritti tanto il numero dei soggetti cui essi sono destinati. Assistiamo alla continua proliferazione di “nuovi diritti” non più e non solo civili, politici, sociali, secondo la tripartizione marshalliana, ma diritti di “terza” e di “quarta generazione” ( come ad esempio i diritti cosmopolitici, ecologici, ecc). Inoltre i diritti diventano da un lato “differenziati”, cioè indirizzati a soggetti particolari (ad esempio i diritti del fanciullo, dei minorati, ecc); dall’ altro diventano universali, quindi indirizzati a tutti gli individui, indipendentemente da distinzioni di razza, gender, classe sociale ecc. La cittadinanza diventa così inclusiva di tutti individui facenti parte dell’umanità alla fruizione di un ampissimo novero di diritti, così come chiaramente risulta dalle Dichiarazioni dei diritti umani e dalle Convenzioni e trattati di diritto internazionale1.

L’apogeo della sostituzione del cittadino al suddito è quanto avviene nello Stato moderno, ove peraltro, svanisce completamente la concezione relazionale della cittadinanza, a favore di una concezione duale tra suddito e personificazione dello Stato, ovvero il sovrano. Con il giusnaturalismo e la concezione lockiana dei diritti intesi come pre-statali e pre-politici, l’ uomo viene posto al centro del sistema statale, politico e morale; diviene capace di volizioni, quindi di bisogni e diviene destinatario di diritti civili e politici. La cittadinanza diviene così sospesa tra la concezione “alta” di sovranità e la concezione “bassa” di bisogni ed utilità, ovvero risulta oscillare tra l’appartenenza e la resistenza allo Stato. Con la Rivoluzione Francese, momento di giovanile entusiasmo, gli individui, attraverso un meccanismo di immedesimazione non sono più solo governati, ma anche governanti; non solo destinatari delle norme, ma anche autori delle stesse. In tale contesto ciascun individuo aveva uguali diritti, o meglio aveva uguale diritto alla libertà2 e il principio di maggioranza era il principio regolatore della vita politica. Era proprio in tal senso che la cittadinanza recuperava la funzione di partecipazione dei cittadini alla vita politica, così come nella polis greca. Ciò che emerge dalla formazione del contratto sociale è la costruzione della volontà generale, frutto della volontà di quei singoli individui che vanno a formare quella costruzione astratta che è il popolo3.

Oggi si contrappone la visione aristotelica di cittadinanza che era ancora una concezione organicistica (e che poi diviene base delle teorie dei communitarians inglesi) e che quindi subordina la titolarità dei diritti all’ appartenenza ad una famiglia, ad un clan, ad una specifica cultura; e le teorie individualiste che, invece, elidono ogni ragione di appartenenza. Tra il minimalismo delle teorie organicistiche e il massimalismo di quelle individualiste (implicitamente connesse al giusnaturalismo) si pongono le teorie cosmopolitiche, di cui Kant è precursore, in cui l’uomo da un lato viene visto in relazione con altri uomini, dall’ altro viene visto nel suo individualismo, con le conseguente attribuzione di diritti universali ed internazionali4. Nel trattato per la pace perpetua (1795) Kant introduce l’idea moderna del cosmopolitismo prima morale, poi giuridico. Egli introduce l’idea di una civitas maxima che viene poi ripresa dai teorici del cosmopolitismo giuridico contemporaneo (Kelsen, Habermas, Bobbio), ovvero quei teorici della giustizia sociale cosmopolita. Peculiare è la posizione di Hannah Arendt che ha tradotto l’idea cosmopolitica kantiana non nel progetto di uno stato mondiale che avrebbe potuto condurre ad una concezione dispotica, ma nell’ invito a sviluppare in ogni individuo un sensus communis. La filosofa, infatti, spiega che si è membri di una comunità mondiale per il solo fatto di essere umani e che ciò deve tradursi in un vero e proprio senso di comunità. Quello descritto dalla Arendt è un cosmopolitismo non uniformante ed omologante, ciò significa non condividere il Logos come fanno gli stoici, ma accettare e rispettare la pluralità umana. Tale facoltà che non è né sopra, né sotto di noi, ma tra di noi fa scaturire un forte senso di appartenenza.

Se ne deduce immediatamente la connessione tra il concetto di cittadinanza e l’ evoluzione dei diritti umani5. I diritti sono “umani” proprio perché appartengono all’uomo in quanto tale, ovvero proprio perché connessi alla pura essenza umana, indipendentemente da distinzioni di razza, etnia o gender. Ovvero ascriviamo i diritti fondamentali all’uomo proprio perché lo consideriamo nella sua individualità, ma non possiamo scinderlo dalla relazionalità con gli altri uomini. Individualismo, generalità ed universalità, sono appunto le caratteristiche principali del cosmopolitismo. Ma ampliando il concetto solidaristico, non possiamo non connetterlo alle relazioni tra Stati. D’altronde è stata proprio l’esigenza alla solidarietà tra Stati e il bisogno di sicurezza dei singoli Stati ad indurli alla cooperazione internazionale del Secondo dopo Guerra6. Ci troviamo, quindi, in un’ epoca storica caratterizzata dal passaggio da uno Stato-nazione ad uno Stato-cosmopolita, all’ interno del quale ciascun individuo diviene anche solo potenzialmente titolare di diritti. La comunità di riferimento non è più quella territorialmente definita da prerogative giuridiche, ma ha un bacino più ampio, è intrinsecamente internazionale. Il primo diritto di questa dimensione cosmopolita è quello che Kant chiama di ospitalità, individuandolo come una delle precondizioni necessarie per il raggiungimento. Le metamorfosi all’interno e all’esterno degli Stati mondiali, inevitabilmente spingono ad una diversa conformazione della cittadinanza. Essa è nata con riferimento al singolo Stato- nazione. Nello Stato moderno, così come teorizzato da Hobbes si era cittadini per il semplice fatto di appartenere ad uno Stato e ciò implicava da un lato il godimento dei diritti individuati da quello stesso Stato; dall’ altro la condivisione di tutta una serie di valori costituzionalizzati, o più semplicemente valori legati ad una specifica cultura. Peraltro cittadinanza significava obbedienza al sovrano ed aveva quindi un ambito di applicazione verticale e biunivoco, i cui poli erano lo Stato, ovvero il sovrano istituzionalizzato, e i cittadini, ovvero gli individui che barattavano la propria sicurezza con l’ obbedienza al sovrano. Oggi è ancora possibile fare riferimento ad una cittadinanza così intesa? In realtà in primis essere cittadini non implica più obbedienza, al contrario come un gioco di specchi è lo Stato a dover “obbedire” al mandato conferitogli in base al principio democratico. Essere cittadini, infatti, oggi significa non solo godere di determinati diritti, ma anche legittimare democraticamente i soggetti chiamati a prendere decisioni riguardanti i cittadini stessi. Il principio di auto- governo implica la creazione di quella che è definita da Habermas “cittadinanza democratica7. Il primo diritto dei cittadini è proprio quello di prendere delle decisioni per sé, attraverso la rappresentanza politica. Ma non è soltanto questa la grande differenza con lo stato- nazione ottocentesco. Oggi, infatti, ne risulta completamente mutata la sovranità, nel senso che essa è scissa tanto all’ interno, quanto all’ esterno. Lacerata all’ interno dalla presenza di tutta una serie di entità che spesso si sostituiscono agli Stati (esempio classico è quello delle ONG che, all’ interno del Welfare State, erogano un serie di servizi sociali al posto dello Stato), la sovranità statale perde molte delle sue prerogative. Per quanto invece concerne le relazioni esterne, ugualmente la sovranità statale è chiamata a condividere i propri poteri con altri Stati, soprattutto per quanto riguarda alcune specifiche materie, come quella economica, finanziaria o quella dei diritti. Ciò dovrebbe implicare una platea di Stati che prendono insieme delle decisioni in materie comuni, una democrazia internazionale in soldoni. In realtà, a parte l’elezione diretta dei membri del Parlamento europeo, manca una vera e propria democrazia europea e, ancor di più internazionale; al contrario forte è il deficit democratico, ergo la legittimazione di chi prende decisioni rilevanti per il destino dei cittadini dei singoli stati. Manca una coscienza europea, un sensus communis che permetta a tutti gli individui di sentirsi parte di un’ Europa davvero unita, elidendo le singole coscienze e facendole confluire in un unicum morale. Manca un’ opinione pubblica europea, che elida le singolarità statali troppo implicate nei processi politici interni e troppo poco attente ai processi politici ed economici esterni8. La cittadinanza europea nasce con il Trattato di Maastricht come cittadinanza economica, l’uomo che può liberamente circolare all’ interno del territorio europeo ha il carattere dell’homo economicus. Non c’è nessun tipo di correlazione tra ragioni economiche e ragioni politiche. La morale, che si sarebbe voluta universale resta sospesa tra i particolarismi identitari. Nello stesso tempo si spezza il filo che lega democrazia e diritti con il concetto di cittadinanza. Alla luce delle attuali configurazioni del consesso europeo, la cittadinanza viene privata del significato aulico di partecipazione alla vita politica. L’ individuo torna ad essere un’ ombra opaca offuscata da meccanismi economici di quelli quegli Stati che Danilo Zolo definisce “signori della pace”. Le lotte per l’ autodeterminazione dell’ individuo perdono significato; la storia dell’ umanità diventa involutiva, quello cui assistiamo è un vero e proprio regresso, mascherato dall’utopia di una cittadinanza cosmopolita che permetta la tutale dei diritti di tutta l’ umanità. In realtà viene offuscato il principio di partecipazione politica, che è il primo diritto del cittadino, in un contesto ancora poco ampio come quello europeo. Se la concezione sociologica di cittadinanza implica “appartenenza” e “attribuzione di diritti”, nel contesto europeo cadono entrambi, lasciando ancora l’ uomo cittadino del proprio stato di appartenenza, ma mai cittadino europeo nella sua completezza.

In realtà proprio in ragione del pluralismo e della complessità delle società contemporanee la cittadinanza europea potrebbe essere effettiva solo se capace di assumere il significato di “partecipazione” al processo deliberativo, così come mostrato da Habermas. Nelle sue teorizzazioni, infatti, la democrazia dovrebbe tradursi nel dialogo e nella costruzione di “noi” politico attraverso un meccanismo dialogico. Solo attraverso meccanismi dialogici e attraverso l’ esplicazione del principio di tolleranza è possibile conciliare da un lato il pluralismo di valori, dall’altro la pluralità delle culture. E infatti leggiamo in Cittadinanza politica e identità nazionale : “la componente repubblicana della cittadinanza si svincola dall’ appartenenza pre- politica, integrata sulla base delle discendenze, della tradizione e della lingua comune…la nazione dei cittadini non trova la propria identità in affinità etnico- culturali, ma nella prassi dei cittadini che esercitano attivamente i propri diritti democratici di partecipazione e di comunicazione”.

Alla luce di quanto detto il progetto cosmopolita e la relativa individuazione di una cittadinanza cosmopolita risulta fallace sotto due punti di vista : da un lato in ragione dell’ impossibilità di fare riferimento ad una morale universale all’ interno del pluralismo culturale ed ideologico; dall’ altro in ragione della mancanza di strutture democratiche europee e in mancanza di un communis sensus che faccia percepire gli uomini come appartenenti ad un’ unica comunità umana. Nonostante l’ approccio cosmopolita permetta di connettere le differenze insite nell’ umano e nella varie culture, su un piano fattuale mostra ancora le sue crepe. E infatti ancora oggi, benchè le barriere territoriali siano ideologicamente superate e le sovranità statali siano elise, manca una reale cooperazione fra gli Stati che permetta di assumere responsabilmente delle decisioni in merito a quelle problematiche transanazionali, come l’ immigrazione, i disastri ambientali, la mafia internazionale.


1# E’ propria dell’ età contemporanea la tendenza a parlare di “cittadinanza cosmopolita” , ovvero quel tipo di attribuzione di diritti non mediata dagli Stati di appartenenza del singolo individuo che rischia di tradursi nell’ equiparazione del cittadino con lo straniero, sia esso immigrato, rifugiato politico o richiedente asilo.

2# All’interno dello stato di natura gli uomini nascono uguali e liberi, o meglio nascono tutti ugualmente liberi. Lo stato, poi è considerato una costruzione dell’ uomo che richiede sicurezza e protezione; ma anche all’ interno di un sistema giuridico nato da tale costruzione deve essere garantita l’ uguaglianza e libertà degli uomini. Peraltro è proprio il senso dell’uguaglianza che permettere il rispetto e la connessione delle differenze insite nella natura umana, prima ancora che nella società.

3# La volontà generale è diversa dalla volontà collettiva che è la somma di tutti gli interessi. La prima porta al bene comune, la seconda al bene di ciascuno. All’ interno di uno stato civile ci sono interessi diversi che non vanno annientati, bensì riconosciuti e legittimati all’ interno di un discorso comune. È questa la ragione per la quale nelle teorizzazioni di Hannah Arendt e Foucault il discorso politico è sempre un discorso comune, frutto di interessi e volontà confliggenti che però confluiscono nel bene comune.

4# L’ etica solidaristica fonda le proprie radici già in Cicerone secondo il quale tutti gli esseri umani in virtù del possesso della ragione e del linguaggio, appartengono ad un’ unica comunità umana, indipendentemente dai rapporti politici e sociali nei quali sono inseriti. Viene così individuata una comunità universale i cui fini si identificano con i fini morali della giustizia e del benessere umano ai quali ciascun individuo deve rendere conto delle sue azioni. Ne l De Officis Cicerone afferma che l’ aiuto agli stranieri debba essere dato purchè non rechi danno alle risorse disponibili. In questo modo il dovere di solidarietà verso gli uomini da morale diviene giuridico.

5# A tal riguardo degna di nota è la concezione bobbiana dei diritti, così come descritta nel volume “L’ età dei diritti”. Il filosofo giuridico, infatti, amplia notevolmente il bacino dei diritti umani considerati di prima, seconda, terza e quarta generazione. Lo sono, per esempio, tutti quei diritti che afferiscono a specifiche categorie di individui, quali i fanciulli, i minorati, ecc. oppure i diritti che riguardano particolari ambiti, quali l’informazione che, spesso, costituisce un’ arma nelle mani di coloro che la tengono

6# E’ in tale prospettiva che riecheggia la costruzione di una sorta di Leviatano mondiale: gli Stati europei, infatti, si sono mossi alla cooperazione proprio per garantire una sorta di pace internazionale.

7# Il riferimento è alla filosofia giuridica di Habermas che sostituisce la concezione di una cittadinanza nazionale (o internazioanle se ampliamo il suo bacino di validità) con la concezione di una cittadinanza democratica che si basa sulla compartecipazione dei cittadini alle procedure deliberative.

8# E’ ancora Habermas ad evidenziare tali mancanze all’ interno del contesto europeo, sottolineando invece l’ importanza di creare un “noi” europeo e un’ opinione pubblica fatta dello stare- con e dello stare- contro, proprio perché è nel dissenso, nel conflitto che nasce la possibilità di crescita e di cristallizzazione della propria identità di cittadino.


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classe 1985, laureata in Giurisprudenza con tesi di stampo storico- filosofico. Da sempre appassionata al tema dei diritti e alla teoria politica e giuridica, in particolare ai filoni del giusnatturalismo e del giuspositivismo giurico.

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