La definitiva provvisorietà dei campi di rifugiati Saharawi

La definitiva provvisorietà dei campi profughi Saharawi

Mentre in Europa, ultimamente, termini come “campo profughi” e “campo di rifugiati” si sono riappropriati di una valenza e di un significato concreto che sembravano aver perduto dopo la fine degli anni ’90, esistono parti del mondo dove i concetti ai quali fanno riferimento quelle stesse parole hanno assunto un significato diverso, mutato dal troppo tempo trascorso in una condizione che, almeno in teoria, viene concepita come temporanea. Fabrizio Floris, riprendendo Augé e Bauman a proposito della considerazione dei campi di rifugiati come non-luoghi in Eccessi di Città: baraccopoli, campi profughi e città psichedeliche (Paoline Editoriale Libri, Roma, 2007), scrive: «i campi sono non-luoghi perché qui il provvisorio è vissuto come definitivo, ma allo stesso tempo il definitivo è percepito come provvisorio Senz’altro esistono diversi contesti in varie parti del Mondo che corrispondono perfettamente a questa descrizione. Uno di questi in particolare però è soggetto – forse più di altri – anche ad un altro deplorevole fenomeno: quello dell’oblio. È il caso dei Campi di Rifugiati Saharawi.

Sorti intorno alla città di Tindouf, nell’estremo Sud Ovest dell’Algeria, a partire dal 1976 conseguentemente all’invasione marocchina dell’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale, i campi hanno da poco compiuto 40 anni. A tutt’oggi ne esistono sei, battezzati con i nomi delle città che i Saharawi furono costretti ad abbandonare: El Aaiún, Rabuni, Auserd, Smara, Dakhla e Bojador (già 27 Febrero). Ogni campo forma un wilaya, una provincia, che viene divisa in dairas, distretti, a sua volta divisi in barrios, quartieri.

quattro

Una delle tante particolarità dei Campi di Rifugiati Saharawi è proprio l’area nella quale si trovano: la Hamada algerina, il “Deserto dei Deserti”, una distesa di terra arida e roccia, battuta da forti venti e inondata da devastanti quanto eccezionali piogge torrenziali, asfissiante in estate e fredda in inverno, senza ombra di terreno coltivabile, acqua, legna o pascoli. E infinitamente lontana da tutto. Non fu una scelta quella di costruire i campi in un luogo così remoto e inospitale, fu semplicemente l’unica possibilità. Quando l’aviazione marocchina iniziò a bombardare con napalm e fosforo bianco le carovane in fuga dalle zone occupate e gli accampamenti sorti spontaneamente nel deserto – teoricamente con lo scopo di piegare la resistenza del Frente POLISARIO, in pratica riuscendo solo ad accrescere l’odio dei Saharawi verso Rabat – la salvezza venne offerta dall’alleato algerino, che offrì ai profughi Saharawi la possibilità di stabilirsi in questa landa desolata e quasi inabitabile, sotto la protezione aerea della vicina base militare di Tindouf. Non è difficile immaginare che cosa trovarono una volta giunti sin qua all’inizio del 1976: un incredibile nulla, come racconta Larossi, uno dei primi ad arrivare nell’Hamada: «Quando fuggii da El Aaiún, poco dopo che fu occupata dall’esercito marocchino, presi un aereo per Las Palmas de Gran Canaria, poi un altro per Madrid, dove avevo degli amici, poi ancora un aereo per Algeri, con scalo a Palma de Mallorca. Quando finalmente arrivai in Algeria, dopo quasi quattro giorni di viaggio, quelli della Sécurité [i servizi segreti algerini, ndr] non credevano che fossi Saharawi, ma alla fine riuscii a convincerli e allora mi caricarono su un camion assieme ad un altro compagno. Quando arrivammo qua non c’era niente, solamente deserto e sassi, e noi eravamo solo in due. Trovammo una casa abbandonata, della quale rimanevano in piedi solo tre pareti di terra, piazzammo un telo come quarta parete e aspettammo. Avevamo una cassa di bottiglie di latte, qualche sacco di riso e dell’acqua salata. Non ho mai capito perché fosse salata, però ricordo che preparavamo il thé con le bustine in polvere ed era quasi imbevibile. Presto comunque iniziarono ad arrivare altre persone. La maggior parte di loro aveva attraversato il deserto per arrivare fin qui, e probabilmente si aspettava di trovare qualcosa in più di due ragazzi e una casa con tre pareti… I primi tempi dormivamo a terra, con le poche coperte che qualcuno era riuscito a portarsi dietro. Dopo qualche tempo iniziarono ad arrivare le tende e tutto il resto, così montammo il primo campo.»

Il fenomeno urbano più strano che sia mai stato osservato nel Sahara, come lo definisce Alejandro Garcia, professore di storia all’Universidad de Murcia e autore di diversi volumi sul Sahara Occidentale. In quarant’anni i campi hanno inevitabilmente sviluppato mutamenti sostanziali, trasformandosi in piccole città, con una propria organizzazione sociale ed amministrativa, negozi, scuole, distributori di benzina e addirittura qualche ristorante. Alle tende, jaimas, dei primi aiuti umanitari si sono lentamente affiancate le casas de adobe, abitazioni costruite con mattoni di terra compressa, a volte rivestite di cemento. Le eccezionali piogge torrenziali della fine di ottobre 2015 hanno però causato seri danni a migliaia di abitazioni, spazzando via interi quartieri, soprattutto nel campo di Dakhla, costringendo molte famiglie ad abbandonare le case danneggiate per trasferirsi nuovamente nelle jaimas.

La Definitiva Provvisorietà dei Campi di Rifugiati Saharawi

Tuttavia, superata la prima impressione di sconcerto misto a stupore dalla quale si viene assaliti vedendo per la prima volta i Campi di Rifugiati Saharawi, ben presto ci si rende conto che la vita continua a scorrere in maniera quasi normale. Anche qui, nel mezzo del deserto, a 1.500 chilometri dal porto di Oran e 1.800 dalla capitale Algeri, dove ogni tipo di aiuto umanitario, rifornimento o materiale deve percorrere le interminabili strade che attraversano l’intera Algeria da Nord a Sud prima di arrivare a destinazione. Lentamente le case vengono ricostruite e le persone continuano a lavorare, facendo quello che possono: nei piccoli negozi la merce ingombra gli scaffali, le macellerie vendono carne di cammello, i chioschi offrono sigarette algerine e schede telefoniche internazionali, i tassisti attendono clienti vicino alle loro vecchie Mercedes, i bambini giocano a calcio dopo la scuola in mezzo alle vetuste Land Rover che, insieme ai convogli di agenzie umanitarie e ONG, ingombrano le poche strade polverose.

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Nonostante la maggior parte dei generi alimentari continui ad arrivare da fuori, non mancano le iniziative mirate ad aumentare la produzione locale, come spiega Isabel Selles Zaragozi, amministratrice regionale dei servizi comunitari di UNHCR, che incontro all’inaugurazione di una panetteria industriale nel campo di Bojador: «I progetti che portiamo avanti in questa zona sono finalizzati a creare una sorta di normalità in questo contesto. Cerchiamo cioè di creare le condizioni in cui le persone possano vivere una vita normale, anche nel senso economico del termine: che abbiano un lavoro, dei soldi da spendere e delle prospettive di miglioramento in cui credere. Inoltre i nostri progetti devono provare ad essere autosostenibili. Nel caso di questa panetteria, ad esempio, una metà del pane prodotto verrà venduta mentre l’altra metà sarà distribuita gratuitamente alle famiglie che non dispongono di significative risorse economiche. UNHCR ha investito 60.000 euro in questo progetto, tra macchinari e formazione del personale, che per adesso è composto da cinque persone, e contiamo sul fatto che i proventi della vendita del pane arrivino non solo a coprire le spese di gestione ma che siano anche sufficienti ad ampliare l’attività in tempi brevi.» Le chiedo – un po’ provocatoriamente – se progetti come questo non possano causare una sorta disparità economica all’interno di un contesto complesso come quello dei campi di rifugiati, ottenendo una risposta decisamente pragmatica: «La disparità esiste già, se guardi intorno ed osservi le macchine parcheggiate accanto alle case e alle tende puoi intuire benissimo quali famiglie hanno un figlio o un fratello che lavora all’estero e quali no. La povertà e la ricchezza esistono, su questo possiamo fare ben poco. Non basta dare alla persone solo del cibo e un riparo, servono anche delle prospettive. E noi tentiamo di offrirle.»

tre

Le cifre sulla popolazione attualmente residente nei campi di rifugiati sono dibattute: sicuramente più di 155.000, probabilmente 200.000. Ai quali vanno aggiunti circa 10.000 Saharawi residenti nella città di Tindouf. Quasi tutti hanno un parente che vive e lavora all’estero, e molti posseggono anche un passaporto spagnolo. Infatti, come ben raccontato in Hijos de las Nubes, la Última Colonia (diretto da Álvaro Longoria e prodotto da Javier Bardem, nominato miglior documentario nell’ambito dei Premi Goya 2012) coloro che abitano i campi in Algeria, oltre ad essere Saharawi, sono anche spagnoli, sebbene dimenticati nel deserto. Questo per effetto della Ley 8/61 del 19 Aprile 1961, che cambiò lo status dei territori del Sahara Occidentale da Protettorato Spagnolo a Provincia, consegnando la cittadinanza spagnola – con tanto di Documento Nacional de Identidad – a tutti i Saharawi residenti. Sebbene la sentenza 1026 del Tribunal Supremo, emessa il 28 Ottobre 1998, sia estremamente chiara riguardo al fatto che «senza alcun dubbio» la nazionalità dei Saharawi durante il «periodo di tutela sui territori del Sahara Occidentale» fosse spagnola, per coloro nati dopo il 1976 – anno della pubblicazione del Real Decreto 2258, con il quale il Governo di Madrid regola la questione della cittadinanza dopo l’abbandono del Sahara Occidentale – l’ottenimento della cittadinanza risulta estremamente difficoltoso, a causa del mancato riconoscimento da parte di Madrid della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e quindi dei documenti da essa prodotti.

Nonostante le relazioni non del tutto idilliache tra il Governo della RASD e quello di Madrid, i legami del Popolo Saharawi con la Spagna sono ancora oggi notevoli: nelle scuole la prima lingua straniera studiata continua ad essere quella castellana ed ogni anno, grazie al programma “Vacaciones en Paz” attivo dal 1979, centinaia di bambini Saharawi hanno la possibilità di trascorrere un periodo di alcune settimane presso altrettante famiglie spagnole ospitanti. Il risultato tangibile è che una buona parte della popolazione Saharawi domina correttamente la lingua castellana, disponendo quindi di un formidabile mezzo di interazione con l’esterno. Nonostante le difficoltà legali, infatti, si stima che ad oggi la diaspora Saharawi in Spagna sia calcolabile nell’ordine di 10.000 persone. Tuttavia, anche per chi è riuscito ad ottenere un lavoro e un permesso di residenza in un altro Paese risulta difficile, per quanto possa sembrare paradossale, non nutrire un profondo sentimento di appartenenza verso il campo di rifugiati, l’unico luogo al mondo da poter chiamare “casa”. Come racconta Fatima, una ragazza di venticinque anni che aspetta di partecipare alla riunione di quartiere nella quale verranno distribuite le nuove tende: «Ho vissuto diversi anni in Galicia, lavoravo come l’infermiera in un ospedale. Guadagnavo abbastanza bene, non si viveva certo male in Spagna. Però quella non era casa mia, e ogni giorno pensavo che mi sarebbe piaciuto tornare quaggiù dalla mia famiglia. Lo so che ti sembra strano, ma questo posto in mezzo al deserto mi mancava. Così ho messo da parte un po’ di soldi e sono tornata, mi sono sposata e abbiamo costruito una casa, poi è nata mia figlia. A Ottobre però sono arrivate le piogge e la casa è andata distrutta… così adesso sono qua ad aspettare che mi venga assegnata una tenda. E sai una cosa?» Mi domanda notando il mio malcelato stupore: «Nonostante tutto contenta di essere tornata. Probabilmente lo rifarei.»

cinque

 

La (supposta) temporaneità si è dunque realmente trasformata in una condizione definitiva? La risposta dev’essere forse cercata nelle prospettive che il futuro sembra offrire al il Popolo Saharawi, che sfortunatamente ad oggi sembrano essere ben poche. Ecco allora come la temporaneità assume un dato di fatto nel trasformarsi in perpetuità, a causa della mancanza di una qualsiasi prospettiva di cambiamento futuro. Ed è forse proprio questo il processo che porta ogni Saharawi a rispondere, con una semplicità disarmante, quando gli viene chiesto che cosa pensa a proposito del futuro: «Le opzioni che abbiamo sono due: o restiamo qui, nell’Hamada, dove siamo stranieri in terra di stranieri, dove il futuro è un’illusione, rimanendo ad aspettare una soluzione che non arriverà, continuando a dipendere dalla benevolenza altrui, oppure torniamo alla guerra per riprenderci la nostra vera casa, dove potremmo finalmente vivere senza aspettare, pensando che domani non sarà uguale a oggi.»


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Classe 1989. Laureato in Scienze Politiche all'Università di Pisa, attualmente studia Scienze Internazionali presso il dipartimento di Culture, Politiche e Società dell'Università di Torino. Appassionato di viaggi avventurosi, si interessa di ricerca storica, analisi sociale e teoria politica.

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