La povertà oltre la povertà. Il premio Nobel ad Angus Deaton

Il premio Nobel per l’economia del 2015 è andato ad Angus Deaton. Il professore di Princeton ha dimostrato nella sua carriera accademica una spiccata capacità di essere, allo stesso tempo, teorico dell’economia raffinato e poliedrico, statistico di tutto rispetto ed efficace divulgatore di temi socio-economici.

Con il riconoscimento a Deaton e, in misura diversa, quello dello scorso anno a Jean Tirole, le giurie del Nobel interrompono la serie di premi assegnati dal 2010 al 2013 ad economisti tanto ortodossi quanto inadeguati a considerare causa ed effetto del loro paradigma una crisi finanziaria mai conosciuta prima di allora. Come se, durante diversi inverni trascorsi a gestire alluvioni, venissero assegnati premi a coloro che studiano tecniche sofisticate per negare possibilità e esistenza delle alluvioni stesse. Ecco perché questo Nobel va nel segno di una inversione di tendenza essendo Deaton dedito ad un core di ricerca più prossimo a quello di premi Nobel come Amartya Sen, Joseph E. Stiglitz, Elinor Ostrom che ai più recenti Eugene Fama e Lloyd Stowell Shapley.

La caratteristica principale della ricerca di Deaton è, per sua stessa ammissione, “l’interazione tra gli aspetti micro e quelli macro, tra gli studi basati su dati sezionali e longitudinali, da un lato, e quelli basati su serie temporali aggregate, dall’altro”. Esemplare in questo campo di studi è il suo libro Understanding Consumption (1992), contributo ben conosciuto e apprezzato da qualsivoglia economista voglia interessarsi seriamente al risparmio e alle decisioni di consumo a livello di famiglia.

Dal complesso percorso di ricerca di Deaton emergono due messaggi generali.
In primis, “modelli con agente rappresentativo applicati a dati aggregati sono di scarso valore e quello che da essi abbiamo imparato è più metodologico che sostanziale. Gli agenti rappresentativi hanno due grossi limiti: sanno troppo e vivono troppo a lungo. Un insieme di individui con durata di vita finita e informazioni limitate ed eterogenee è improbabile si comporti come il singolo individuo descritto dai manuali”.
In secondo luogo, “è assai probabile che progressi futuri [nella ricerca economica] verranno quando l’aggregazione verrà presa seriamente, e quando i problemi macro-economici verranno affrontati utilizzando i dati microeconomici sempre più abbondanti e informativi”. E Deaton ha sempre tenuto fede a questa mission sin dai suoi contributi pionieristici sulla derivazione di sistemi di equazioni di domanda in grado di soddisfare gli assiomi fondamentali della scelta razionale del consumatore, dei quali Deaton ha dato poi conto, più in generale, nel libro Economics and Consumer Behaviour (1980), con John Muellbauer imperniato su un sistema di domanda che mette in relazione la quantità domandata di ciascun bene con il prezzo di tutti gli altri beni, il reddito del consumatore e caratteristiche demografiche, come età e composizione del nucleo familiare.

Non sorprende se a distanza di diversi lustri, microeconomisti riconoscono il debito con le empirie di Deaton e Muellbauer per potersi cimentare con costrutto sui caratteri costitutivi degli indici dei prezzi.

Deaton giunge in età matura ad indagare compiutamente la crescente la diseguaglianza nelle condizioni di salute, considerate determinanti fondamentali del benessere, e più in generale la distribuzione congiunta in popoli e nazioni del reddito e dello stato di salute.

L’economista di Princeton è ben consapevole che la salute è un concetto a più dimensioni ma non si è mai sottratto ad una disamina microeconomica tra misure soggettive di stato di salute e tenore di vita, come quelle solitamente raccolte nelle indagini sulle famiglie.

Siamo al Deaton del nuovo secolo che scalda i cuori degli studiosi sociali di inequality e pare sia, suo malgrado, uno degli autori più citato da Bill Gates nei suoi battage contro la povertà mondale.

Nel 2013 The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality diventa presto un best seller che ne consacra il successo presso il grande pubblico della saggistica anglofona. Si arriva evidentemente a scrivere libri così incidenti nel dibattito economico mondiale solo se media e lettori ti riconoscono una padronanza non comune dell’impatto sociale delle teorie economiche propugnate. L’assegnazione del Nobel riconosce a Deaton questa capacità di influenza non a caso segnalata subito dalle prime note agiografiche seguite al premio. Le stesse che attribuiscono all’economista scozzese una speciale capacità di entrare in empatia col lettore comune sul tema dei meno fortunati che gli deriverebbe dai principi etici di suo padre, onesto minatore sacrificatosi per iscriverlo al prestigioso liceo privato Fettes College (lo steeso di Tony Blair) e poi sostenerlo a Cambridge dove il giovane Deaton seppe ripagare l’umile genitore con scolarship e brillante laurea in matematica.

In buona sostanza Deaton in The Great Escape sostiene, con consueta originalità e rigore, una verità dei nostri tempi: l’intollerabile disparità tra nazioni e popolazioni rispetto ad altre nel progresso di benessere raggiunto grazie a malattie debellate e allungamento della speranza di vita. Scrive Deaton: malgrado la vita sia «meno dura di quanto sia forse mai stata nel corso della storia», milioni di persone ancora sperimentano «gli orrori dell’indigenza» e il mondo è sempre attraversato da «diseguaglianze straordinariamente profonde». Un’analisi lucida che non contrasta con la sua idea che le diseguaglianze siano anche la benzina del progresso. Idea invisa a folte schiere di economisti marxisti e radical che a Deaton non hanno risparmiato critiche con tanto di incasellamento dello scozzese tra gli autori eterodossi ma pur sempre nel paradigma dominante. Una collocazione che sta stretta a questo autore che professa l’inutilità di inseguire la ricchezza e lo dimostra con il celebre «Paradosso di Deaton»: la soglia della felicità viene raggiunta a 75mila dollari di reddito (66mila euro circa); oltre quella soglia, diminuiscono i desideri da appagare mentre il livello di felicità delle persone non aumenta. In questo senso Deaton, già illuminante in altri antri oscuri della scienza triste, si iscrive a pieno titolo tra quei benesseristi critici convinti che la microeconomia non debba sottrarsi alla funzione di scienza sociale.


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Antonio De Chiara è nato a Roma nel 1964. Attualmente è Head of Research presso Progreps - Bruxelles. Ha pubblicato due libri, il primo sulla Bce e l’altro sul rapporto tra multinational corporations e public policy making.

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