La rivoluzione incompleta. Breve storia della crisi ucraina

La crisi in Ucraina è al centro dell’attenzione mediatica fin dagli inizi. È monitorata da giornalisti, specialisti e forze internazionali. Eppure, sembra ci sia sempre qualche elemento che sfugge per comprendere la situazione. Le difficoltà derivano da un’interpretazione sbagliata della crisi: molte analisi sull’evoluzione della crisi ucraina sembrano prescindere dalle intenzioni degli ucraini stessi. Questo approccio scaturisce in parte dalla tendenza a interpretare la crisi attraverso lenti da guerra fredda, secondo cui la parte interessata ha meno voce in capitolo delle potenze alle sue spalle, ma deriva anche dall’ampiezza della crisi stessa. La rivoluzione di Majdan non ha una sola natura, perché è sociale, economica e politica e chiama in causa attori al di fuori dei propri confini, acquistando anche caratteristiche internazionali.

Per ripercorrere la vicenda della crisi Ucraina e analizzare le drammatiche conseguenze che ne sono scaturite occorre fare un passo indietro sino alla cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Il legame tra la rivoluzione colorata del 2004 e ”l’euro-rivoluzione” del 2013 è la delusione derivata da promesse non mantenute. Nel 2004 la piazza chiedeva meno corruzione, più trasparenza e riforme che prendessero atto di queste richieste, ma secondo Peter Pomerantsev, una volta esauritosi il pathos rivoluzionario, gli stessi leader politici hanno continuato a comportarsi nello stesso modo. Sebbene gli obiettivi non siano stati raggiunti con il primo tentativo, da allora la società civile ucraina ha preso più coscienza di sé. Ne è una prova l’organizzazione dei primi mesi che i manifestanti hanno dimostrato. Sembrava che la piazza fosse un corpo omogeneo e compatto, sebbene al suo interno fossero già presenti fazioni diverse. Anche la proteste di Majdan sono iniziate per rivendicare le promesse di avvicinamento all’Unione Europea, spesso proclamate da Janukovič ma che non si sono mai concretizzate con la firma del Trattato di Associazione.

Inizialmente, le manifestazioni raccoglievano piccoli gruppi di studenti in piazza dell’Indipendenza a Kiev, ma sono diventate di massa quando la polizia ha iniziato a reprimere violentemente i dimostranti. La situazione è poi velocemente precipitata e si è conclusa con la fuga dell’ex presidente e bandiere europee che sventolavano sulla piazza. Ma lo spazio per l’entusiasmo è durato poco: il paese era allo sbando e doveva essere governato; in più, le pressioni dall’esterno non sono mancate ad arrivare. Le forze protagoniste della piazza di Kiev si mostravano meno omogenee e la paura che le fazioni fasciste prevalessero stava dilagando. Questa è stata la leva ideologica usata dalla Russia per destabilizzare l’integrità territoriale ucraina. Il primo passo è stato assicurarsi la Crimea e il secondo agitare il fronte est del paese inviando truppe non regolari come supporto ai separatisti filorussi. La guerra civile a Donec’k, Lugans’k e in Donbass continua a mietere vittime, nonostante i tentativi di tregua.

I primi accordi sono stati firmati il 19 settembre 2014 nella città bielorussa di Minsk. Prevedevano la creazione di una zona demilitarizzata e annunciavano il cessate il fuoco che sarebbe entrato in forza a partire dalle 24 ore successive. Il fallimento del primo accordo ha condotto a un secondo round che si è svolto lo scorso febbraio,di nuovo a Minsk. Ma questa volta i partecipanti erano cambiati: il gruppo di contatto -Mosca, Kiev, Osce e ribelli- di settembre ha lasciato lo spazio a febbraio al presidente francese Hollande, la cancelliera Angela Merkel, il presidente ucraino Porošenko e il presidente russo Putin. I punti dell’accordo non sembrano differire molto da quelli di settembre, tranne per la maggior apertura delle parti occidentali e di quella ucraina nei confronti della soluzione proposta da Mosca: la federalizzazione. Sebbene Kiev consideri questa opzione troppo rischiosa per l’integrità del paese, soprattutto perché sembra che i ribelli filorussi siano vicini al confine con la Crimea, il che creerebbe continuità territoriale, non rigettano completamente l’idea, optando per una decentralizzazione. Poco di concreto sembra sia stato raggiunto, ma certo è che l’approccio europeo è ben più cauto di quello di Washington.

La retorica dell’ovest salvatore non è solo usata in occidente, ma si presta a manipolazioni da più lati. Il dissidente russo Ponomarev si è più volte appellato all’ovest affinché liberasse l’Ucraina da Putin. Questa visione sembra semplificare troppo la realtà, concentrando tutte le colpe su un capro espiatorio. Putin po’ essere accusato di non aver tentato di risolvere il conflitto, bensì di aver premuto per una escalation, ma, sebbene non senza macchia, non è l’unico che muove i fili della crisi in Ucraina. Non ammettere questo equivarrebbe a non riconoscere che la drammatica evoluzione delle ottimiste proteste di Majdan in una cruenta guerra civile a est del paese ha origine innanzitutto dalla disunione degli ucraini stessi riguardo alla propria identità nazionale. Secondo Ponomarev il modo migliore per annientare Putin è sconfiggerlo in campo economico, concedendo all’Ucraina aiuti finanziari. Anche in questo caso, la soluzione appare semplicistica, perché difficilmente la crisi può risolversi con il boom economico del paese. La scorsa settimana l’Ucraina ha ricevuto la prima tranche- 5miliardi – del pacchetto di aiuti che ammonta a quasi 18 miliardi provenienti dal Fondo Monetario Internazionale. Nonostante la necessità di risollevare l’economia del paese, lo stesso ministro delle finanze ucraino Natalia Jaresko afferma che non è abbastanza per stabilizzare il sistema economico, soprattutto perché senza le necessarie riforme gli aiuti non sarebbero assorbiti nel modo migliore.

Ed è proprio questa la parola chiave ora a Kiev: riforma. Il primo ministro Jatseniuk e il presidente Porošenko hanno più volte pubblicamente affermato che la guerra nell’est del paese non sarà una scusante per posporre le riforme. Dall’espulsione forzata di Yanukovič ad oggi, indubbi passi avanti che vanno nella direzione di migliorare il rapporto tra governo e società civile sono stati fatti. La scorsa primavera, ad esempio, organizzazioni della società civile hanno contribuito a creare un’agenda di riforme filo europea da presentare alla Rada. Non è passato in secondo piano nemmeno il tentativo di creare un governo di specialisti di alto profilo, la maggior parte non ucraini e che hanno ricevuto la cittadinanza proprio in vista della loro entrata al governo. Ciononostante, alcuni punti oscuri costellano Kiev. Innanzitutto, l’apparato burocratico non è cambiato, la ripresa economica deve ancora arrivare e qualcuno potrebbe iniziare a chiedersi se la fermezza delle posizioni contro la federalizzazione valga tutte quelle morti.

Se la Russia considera l’Ucraina la linea limite all’espansione dell’Unione Europea, annessa Nato, ad est, per la maggior parte dell’Ucraina sembra non essere così. Secondo Pomerantsev, l’euro-ottimismo di Majdan avrebbe potuto proclamare Kiev la capitale di una «Russia che è Europa». È un’affermazione alquanto ottimista, che allo stesso tempo ripone alte aspettative nei “figli di Majdan”. Esiste, però, anche una versione più cinica, secondo cui la spinta dell’Ucraina verso l’Europa potrebbe essere dettata da motivi strategici piuttosto che identitari. Se così fosse, Kiev come molti prima di lei potrebbe essere vittima dell’abbaglio europeo, scorciatoia per raggiungere quelle riforme che da sola non è ancora riuscita a ottenere. Purtroppo, però, l’Europa di fronte a lei è frammentata e soffre di crisi di identità lei stessa. L’euro-ottimismo, a prescindere che si sia esaurito o meno, ancora forte in alcuni paesi, potrebbe far ricordare quanto l’Europa potrebbe essere forte, ma non lo è, quanto alte sono le aspettative su di essa e quali sono gli errori.


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Nata nel '92. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attualmente frequenta il Master of Arts in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe presso l'Università di Bologna. Scrive per il quotidiano online "Cronache internazionali". Ha partecipato alla stesura dell'ebook "La Russia di Sochi 2014" in collaborazione con Limes Club Bologna e iMerica. Le sue passioni sono la scrittura e la letteratura, specialmente se tedesca e russa.

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