Le elezioni del Regno Unito 2015: molte ombre e qualche luce sulla sconfitta laburista

Il Partito Laburista ha chiaramente perso le elezioni politiche britanniche del 2015. Immediatamente dopo la pubblicazione dei dati da parte delle autorità competenti del Regno Unito, il leader del partito, Ed Miliband ha rassegnato le dimissioni1 accentrando su di sé le regioni della sconfitta e di fatto aprendo la fase post voto che porterà il Labour ad una nuova leadership. Le ragioni della sconfitta e le prospettive per il futuro sono elementi di analisi che segnalano profonde diversità di vedute e che saranno forse la base della prossima leadership contest del Partito.

  1. La sconfitta in seggi ed in voti assoluti.

Il dato della sconfitta è evidente in seggi ed è visibile anche in voti assoluti: sono 9.3 milioni i voti laburisti rispetto ai precedenti 8.7 milioni. La crescita di voti, in sé stessa, non è disprezzabile, ed inverte un trend che dura dal 2001. E’ da allora infatti che i Laburisti perdono sempre voti tra un elezione e l’altra. Il dato, in valore assoluto, è molto simile a quello del 2005 quando con 9500000 elettori il Labour conquistò una maggioranza abbastanza comoda ai Comuni. Non è quindi il voto assoluto in senso stretto ad essere preoccupante per il Labour, quanto la sua distribuzione geografica ed il comportamento elettorale nelle circoscrizioni marginali. Sempre in voti assoluti, ma suddividendo il Regno Unito nelle regioni principali il Labour guadagna un milione di voti in Inghilterra, pochissimi in Galles (20000 circa) e ne perde 300000 in Scozia dove piomba a 700000 voti assoluti da più di milione. E’ utile dire che il dato scozzese è davvero un dato molto interessante anche in termini di partecipazione generale alle elezioni. In Scozia infatti è stata molto più alta della media (per altro in crescita anch’essa) con un incremento rispetto al 2010 di circa 445 elettori su un totale di poco più di 1000000 di votanti in più circa rispetto al 2010 in tutta la Gran Bretagna. Insomma gli scozzesi sono andati a votare, ed in massa, per mandare a Westminster i deputati SNP. Andando ad analizzare il voto in seggi e per macro aree, i Laburisti escono da questo voto con 232 parlamentari dai precedenti 258, quindi una perdita secca di 26 deputati. Questa perdita è frutto della perdita complessiva di 48 seggi rispetto al 2010 compensata dal guadagno di 22 seggi precedentemente appartenenti ad altri partiti. I 48 seggi in uscita per la Labour sono per la quasi totalità concentrati in Scozia (-40 tutti in direzione SNP); 6 sono in Inghilterra (tutti verso i Tory); e 2 in Galles (verso i Tory). I guadagni sono invece del tutto concentrati in Inghilterra da dove arrivano 21 dei 22 nuovi parlamentari Laburisti mentre 1 solo proviene dal Galles. Di questi 22 deputati nuovi del Partito sono 10 i seggi in precedenza LibDem e 12 i seggi strappati ai Tory. Bisogna dire qualcosa anche sui bocciati eccellenti. Si può dire senza dubbio che il i laburisti perdono gran parte del loro gruppo dirigente nazionale. Vengono infatti bocciati in maniera clamorosa 11 Ministri ombra del Partito Laburista in cui spiccano le figure del Cancelliere ombra dello Scacchiere Ed Balls, e Douglas Alexander Coordinatore della campagna elettorale laburista e Ministro degli Esteri ombra laburista. Perde anche il leader del Labour Party scozzese Jim Murphy. In conclusione di questa analisi dei voti e dei seggi, aggiungo due elementi: in primis il dato gallese a mio avviso segnala una conferma del difficile momento del Labour rispetto al suo elettorato tradizionale. In Galles ci si aspettava un guadagno molto più consistente in voti ed in seggi, ed invece in voti il dato è pressoché identico, in seggi addirittura negativo. Seconda considerazione, il Labour oramai è un partito pressoché integralmente inglese, poiché l’89% dei suoi deputati viene dalle circoscrizioni inglesi. Questo dato è ancora più alto tra i Tory, ma per Laburisti questa è una novità poiché dalla Scozia e dal Galles proveniva una quota, ovviamente piccola, ma non trascurabile del consenso del Partito.

  1. Le cause

Non è per nulla semplice analizzare né i motivi né le dinamiche di questo crollo. L’effetto combinato della sorpresa rispetto al risultato complessivo (ci si aspettava un hung parliament con i Laburisti maggioranza relativa) e lo shock della cancellazione del Partito dalla Scozia sono due elementi che fanno di questa sconfitta un mix tra la sconfitta del 1983 e quella del 1992. Nel primo caso i Laburisti persero per la seconda volta consecutiva contro la Thatcher ma in maniera molto peggiore rispetto al 1979 dando il là al consolidamento definitivo del ciclo conservatore. Nel 1992 ci si aspettava una vittoria laburista ma invece arrivò il successo di John Major e la quarta affermazione consecutiva dei Tory. Questo mix rende davvero difficile analizzare i problemi. O meglio le cause sono relativamente semplici da vedere, ma non facili da correlare. E’ necessario aggiungere una premessa “storica”: i Laburisti hanno da sempre una tradizione di lunghi passaggi di opposizione dopo un ciclo di governo. Nel 1951 dopo la fine dell’esperienza Attlee seguirono 13 anni di opposizione. Nel 1979, dopo la fine del lungo ciclo di governi Wilson Callaghan (anche se intervallati da una vittoria conservatrice) passarono 18 anni prima di rivedere un laburista a Downing Street. Detto ciò, il tracollo scozzese era previsto, ed avviene in direzione di un partito che ha saputo piegare in direzione localistica l’anima anti austerity dell’elettorato scozzese. Con una poderosa campagna ed una mobilitazione davvero straordinaria l’SNP si è ripreso rapidamente dalla sconfitta referendaria ed ha letteralmente cannibalizzato i Laburisti. C’è un solo sopravvissuto tra i parlamentari scozzesi del 2015, Ian Murray del collegio Edinburgo Sud. Solo per dare un piccolo ma interessante elemento del dibattito, i Laburisti in Scozia sono definiti d aalcuni “red Tory”2. In sostanza la sconfitta scozzese proviene per lo più dall’elettorato tradizionalmente di sinistra del Labour. La prevedibile disfatta scozzese non è stata per nulla compensata dalla crescita inglese dove il partito è apparso troppo poco credibile in campo economico e infatti il guadagno è minimale. Nelle cosiddette “marginal constituencies” cioè quelle circoscrizioni dove i margini tra un partito e l’altro sono ridotti, il passaggio Tory Laburisti in pratica non c’è stato. Delle ottanta circoscrizioni marginali individuate dal Labour come seggi potenzialmente in grado di cambiare colore da Tory a Laburista solamente 4 hanno effettivamente mutato colore3. Come sintetizza il consigliere comunale laburista di Glasgow Jon Findlay :“We’ve got this view that the Labour party is too left for England and not left enough for Scotland.4 La risposta della parte blairiana del Labour non si è certo fatta attendere e proviene da due fonti veramente molto ma molto qualifcate: l’ex primo ministro in persona, e Lord Mandelson uno degli architetti del ventennio New Labour. La loro linea è in sostanza che il Labour ha perso perché troppo spostato a sinistra sul modello dei perdenti anni 80 e senza un poderoso spostamento al centro il partito non può pensare di tornare a Downing Street5. Entrambe le analisi sono facilmente intuitive. Per gli uni Ed Miliband è stato troppo “uno dell’establishment e della stagione Blair/Brown” con l’effetto di perdere nelle roccaforti tradizionali del laburismo; per gli altri proprio la facile prevedibilità della sconfitta scozzese rendeva necessario un forte spostamento al centro e quindi una prospettiva blairiana per tornare al governo. Tutti, in generale hanno riconosciuto a Miliband un ottimo lavoro fatto nella campagna elettorale ed anche la corretta individuazione dei principali temi (ineguaglianza e politiche di austerità) di debolezza del governo Cameron ma anche una certa assenza di doti di leadership. Altre analisi hanno individuato le origini di questa sconfitta in un ragionamento sviluppato sulla distribuzione del voto tra aree metropolitane ed aree non metropolitane. Il Labour si sarebbe trasformato in una macchina molto professionale, e moderna, ma con un distacco eccessivo dal cuore del paese, nello slang locale, le città della Second Division (la serie B del Regno Unito). A supporto di questa tesi ci sono i piccoli o inesistenti guadagni in queste aree e sopratutto gli enormi swing tra i Laburisti e l’UKIP il partito populista anti europeo che diventa il terzo partito del Regno (sia pure limitato, per ora, da una rappresentanza parlamentare davvero ridotta, 1 solo deputato). Interessante perché diverso, per certi versi opposto, ma del tutto originale, il parere dell’ex Vice Premier John Prescott6: Miliband è molto colpevole per la sconfitta perché ha presidenzializzato la campagna, staccando il Partito dal reale cuore pulsante del Paese. Sembrava una campagna elettorale americana. Senza cuore. Inoltre Ed Miliband non ha difeso a sufficienza la gestione economica laburista del 97-2007 lasciandosi cosi il fianco scoperto: se voi avete gestito male l’economia quando eravate al governo, perchè dovremmo rivotarvi dopo appena cinque anni? La sua analisi è completamente inversa rispetto agli altri. Dai blariaiani si distingue dicendo che Miliband ha montato una campagna troppo “meccanica”, dalla sinistra si distingue dicendo che non è stato abbastanza a difesa dell’esperienza di governo laburista (per esperienza di governo laburista Prescott intende in particolare la gestione dei primissimi anni dopo l’esplosione della crisi che secondo luigi hanno consentito alla Gran Bretagna tutto sommato di resistere meglio di altri all’arrivo del ciclone dagli Stati Uniti.) Tutte queste analisi sono, secondo me, sono corrette. Ma tutte inevitabilmente parziali. Parziali nel senso che individuano solamente una causa principale da cui fanno dipendere la soluzione anche delle altre. La sconfitta del 2015 del Partito Laburista è una sconfitta che dovrebbe interrogare il partito rispetto alla sua funzione nazionale (britannica). Cioè al Labour è preclusa la via del ritorno a Downing Street se non torna ad elaborare una linea politica che risolva assieme il problema della cancellazione della Scozia, il progressivo logoramento in Galles e lo scarso guadagno inglese. Anche numericamente è facile rendersi conto della situazione: se anche il Labour avesse vinto le 40 circoscrizioni scozzesi del 2010 sarebbe comunque sui livelli del 2010; d’altro canto pensare che si possa tornare a Downing Street solo dai seggi inglesi significa finire per perdere anche i seggi gallesi l’altra roccaforte tradizionale laburista in pochissimo tempo. Non convince l’analisi tra sostenitori nel New Labour come quella dei detrattori di quella stagione, che oramai è diventata il confronto tra la destra del Partito e la sinistra del Partito. Semmai, della stagione aperta con l’elezione di Tony Blair a leader nel 1994, bisogna guardare all’elemento di metodo. L’emersione del New Labour non è stata (tranne che per la traduzione italiana molto scadente di quella stagione) la vittoria della destra interna. Il New Labour è stato un altro modo di concepire completamente l’agenda politica laburista e britannica. Per usare un concetto politico italiano di ascendenza comunista si può dire un “partito nuovo” e non un nuovo partito. Al suo interno si è infatti sviluppata la dinamica che ha portato poi al suo superamento (blairiani vs browniani) e tutto il sistema di associazioni e think tank di mobilitazione (Progress, blairiana, contro Compass più vicina a Brown ed alla sinistra sindacale). La leadership di Miliband ha puntato molto sul compromesso tra le anime blairiana, browniana e la sinistra sindacale, offrendo elementi di innovazione importantissimi sul piano organizzativo7 e sul piano dell’organizzazione politica del lavoro quotidiano del Labour8. Miliband ha inoltre colto nel segno i temi del confronto con il Tory e correttamente individuato nei Lib Dem l’oggetto di una vigorosa campagna che ha contribuito alla loro cancellazione dal panorama politico britannico. Infine è emersa, compiutamente, accanto ad Ed Miliband una nuova generazione di dirigenti laburisti affermatasi negli anni Blair/Brown diventata spesso componente del governo con Brown ed è infine diventata la nuova generazione di front bench in quest’ultimo quinquennio. Ma tutto questo non è bastato a risolvere la contraddizione. Esattamente come era impensabile – a metà anni 90 – riproporre semplicemente le analisi dei revisionisti o della sinistra interna laburista degli anni 70, oggi chiunque dovesse prendere la leadership dopo Ed Miliband, non potrà limitarsi nè a garantire la pace tra le anime (cosa che peraltro ha rilegato Miliband a fare il vigile urbano e gli ha alienato il supporto della left wing interna decisiva per la sua elezione) né a proporsi come candidato in nome di un precedente Primo Ministro laburista. Chiunque prederà la leadership dovrà svolgere un ruolo totalmente nuovo, perché è totalmente nuova la situazione politica britannica.

  1. Le sfide e le opportunità. Verso un/a nuovo leader laburista.

Il rischio attuale per il Labour è quello di sbagliare o per troppa fretta o per eccessiva calma i tempi della selezione della leadership. Già da subito dopo il voto il primo argomento di dibattito interno ha riguardato il i tempi. Sul tema si confrontano diverse scuole di pensiero. C’è chi sostiene la necessità di affrettare molto i tempi per evitare di lasciare ai Tory troppo tempo da soli al centro della scena politica, per contro c’è chi sostiene che bisognerebbe eleggere il leader nell’arco di un confronto lungo diversi mesi, addirittura successivamente alla Conference del Partito (che si tiene normalmente a settembre). Tutto ciò per garantire un ampio dibattito e l’emersione di un programma complessivo per una nuova stagione laburista. Entrambi i metodi – ovviamente esistono tutta una serie di interpretazioni intermedie tra le due – hanno precedenti e motivazioni che aiutano a sconfessare o a confermare la bontà dei ragionamenti, e sarà compito del NEC, l’organismo del governa il partito, decidere mercoledi prossimo. Tutti, comunque sostengono la necessità di un dibattito molto franco ed aperto al fine di trovare un leader capace di assumere la guida del partito in maniera decisa e trascinante per tutti. Oltre alle procedure, per il futuro del partito ci sono due elementi che si incrociano già da queste prime ore. Da un lato l’emersione di una nuova generazione di dirigenti che ragionevolmente si contenderanno il ruolo di leader del Partito; dall’altro l’analisi sui principali temi a cui il Labour deve rispondere. I media di area progressista nonché le fonti direttamente legate al mondo Labour ed ovviamente gli scommettitori britannici, individuano una rosa di nomi per la successione: Andy Burnham, Yvette Cooper, Chuka Umunna, Liz Kendall, David Lemmy. Qualche fonte aggiunge dei nomi ulteriori ma i nomi principali in queste ore sembrano questi. Gli argomenti su cui sorgerà la nuova leadership appaiono essenzialmente quattro: il tema economico; il tema del futuro del Regno Unito, il tema europeo, il tema della squadra laburista. E’ ovvio che questi temi si incrociano tra loro e sono scindibili solo sulla carta. Procedendo con ordine il problema del programma economico è quello che sta emergendo maggiormente in queste prime ore. Con una paradossale comunanza tra i sostenitori della prospettiva new labour e gli oppositori. Entrambi accusano Miliband di aver avuto la principale debolezza sul programma economico. Per gli uni Miliband si è concentrato troppo sul tema della redistribuzione senza chiarire a sufficienza che il Labour è un partito pro business (i ragionamenti suonano più o meno così: “ti sei concentrato troppo a dire che noi avremmo redistribuito senza spiegare come avremmo favorito la crescita della torta da redistribuire”); per gli altri è stato poco incisivo nella critica all’operato di Osborne9 e poco radicale sui temi sensibili dell’elettorato tradizionale laburista (ti sei distaccato poco dagli elementi negativi della stagione newlaburista che hanno creato il distacco del partito dal paese nel ’97-2010). Le prove elettorali di questi ragionamenti sono le già citate prestazioni scozzesi e inglesi. La questione del futuro del Regno Unito è apparentemente meno evidente ma forse più importante anche del profilo economico. Qual’è il futuro del Regno Unito di Gran Bretagna? Quali sono i rapporti tra le comunità locali e lo stato? Il Labour deve dare una risposta relativamente al problema della diffusione del governo verso le comunità locali. Il dibattito appare molto vivace. E’ interessante far notare qui un cambio di strategia apparentemente incomprensibile. Nella prima parte della sua leadership Miliband aveva individuato questo tema come la vera chiave di volta per affrontare i Tory. Lo slogan che supportava la sua azione era infatti “one nation”. Con l’avvicinarsi delle elezioni (e del referendum scozzese) il partito ha abbandonato quella prospettiva in maniera, per chi scrive, incomprensibile. Segnalo le due proposte più radicali ma già entrate nel novero delle proposte dei candidati potenziali: la trasformazione del Regno Unito in una dimensione esplicitamente federale e l’abolizione della Camera dei Lord in favore di un Senato elettivo. Terza tema su cui la nuova leadership si misurerà sarà quello del referendum sulla permanenza in Ue. Più in generale questo è il tema più ostico per i Tory dai tempi della Thatcher. Se i Laburisti hanno una speranza di conficcare dei cunei nella maggioranza conservatrice questa speranza è senza dubbio il tema europeo. Cameron si trova stretto tra le tendenze centrifughe dell’elettorato, l’anima dei Tory più radicali favorevole all’uscita e l’anima europea del partito (che fino al 1987 era il partito largamente più europeista del Regno). La vignetta che riporto nella nota è singolarmente esemplificativa10. Il Labour dovrà schierarsi da principale partito di opposizione sul tema del referendum ma è evidente che sul versante europeo si verificherà la possibilità di aprire per davvero una nuova stagione laburista in Gran Bretagna. Infine il tema della nuova squadra del Labour. Qui si ribadisce solamente un concetto già espresso, chiunque vinca la prossima leadership contest su schemi del passato (New Labour contro sinistra, blairiani vs browniani) appare condannato in partenza non tanto per il merito di quelle posizioni quanto per l’atteggiamento dell’elettorato laburista sia inglese che scozzese (ma vale anche per il Galles). Tutta la futura squadra a sostegno del leader dovrà sintonizzarsi su una diversa e propria stagione del partito. Non sulla riproposizione di una stagione passato. Un’ ultima considerazione sul fronte dei nomi. Prevedere chi vince non è facile specie dopo un simile passaggio elettorale. Gli allibratori al momento danno favorito Andy Burnham, ministro della Sanità ombra con Miliband e sempre al vertice del gradimento tra gli shadow ministers laburisti. Senza voler fare previsioni e considerando che ci potrebbero essere molte soluzioni ad esempio quella della leadership feminile, sottolineerei il profilo un candidato in particolare per una serie di motivi. Chuka Umunna. Deputato dal 2010, 36 anni, figlio di un immigrato nigeriano, avvocato. Tra tutti i candidati mi colpisce per una serie di motivi: non è stato parlamentare durante la stagione di governo laburista, né collaboratore di Ministri laburisti; proveniente dall’ala sinistra del partito come provano le sue scelte: proviene dal gruppo di pressione COMPASS, ha votato per Ed Miliband nella leadership contest del 2010 e per John Cruddas nella scelta del Vice leader sempre del 2010 ma nel tempo si è saputo conquistare l’approvazione dei principali architetti della stagione New Labour, prima di tutto Lord Mandelson. Questo curriculum che copre un largo spettro delle anime laburiste, unito al fatto che non è stato protagonista del governo laburista e delle sue scelte più contestate, nonché l’innegabile paragone naturale con l’esperienza di Obama fanno di Umunna un leader possibile anche se, non necessariamente il prossimo leader laburista.


1 http://www.bbc.com/news/health-32633388

2 https://www.facebook.com/noredtories

3 http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/may/09/labours-first-step-to-regaining-power-is-to-recognise-the-mistakes-we-made

4 http://www.theguardian.com/politics/2015/may/09/scottish-labour-faces-epic-battle-come-back-from-dead

5 http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/may/09/tony-blair-what-labour-must-do-next-election-ed-miliband. Un articolo di Mandelson invece si può trovare a questo link: http://labourlist.org/2015/05/labour-will-never-be-credible-without-convincing-people-of-its-economic-credentials/i L’articolo è tutto concentrato sulla scarsa performance del programma elettorale laburista in fatto di economia

6 http://www.theguardian.com/politics/2015/may/09/john-prescott-ed-miliband-election-campaign-labour

7 OMOV integrale per la scelta del leader del partito, modifica delle regole di membership del partito rispetto agli aderenti provenienti dai sindacati e l’apertura verso i supporter registrati e le primarie per la scelta del Sindaco di Londra

8con l’arrivo di Arnie Graf per introdurre le pratiche di community organizing tipiche dell’esperienza USA; e comunicativo elettorale

9 il Cancelliere dello Scacchiere di David Cameron

10 http://www.theguardian.com/commentisfree/picture/2015/may/10/the-price-of-david-camerons-victory


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Nato nel 1984 a Roma. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza. Ha studiato sopratutto i sistemi politici istituzionali anglosassoni ed i partiti politici europei ed americani.

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